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L'intervista al banchiere tutto intorno a te

Ennio Doris: "I Pir per salvare aziende, Stato e risparmiatori"

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Ennio Doris: "I Pir per salvare aziende, Stato e risparmiatori"

Ennio Doris non finisce mai di stupire. Dopo aver capito per primo, 20 anni fa, che gli sportelli bancari sarebbero spariti e che il futuro sarebbe stato un telefono, internet e un consulente (il family banker nel caso di Mediolanum) per fare banca, e dopo aver scommesso sull’Italia - comprando titoli di Stato e prestando soldi agli istituti in crisi di liquidità - nel periodo peggiore della crisi finanziaria e dello spread, il banchiere tutto intorno a te vuole diventare testimonial, a suon di contratti, dei Pir.

Detta così non vuol dire niente, ma dietro quelle tre lettere potrebbe passare la salvezza dell’economia italiana e di conseguenza degli istituti alle prese con le sofferenze. I Pir tecnicamente sono i piani individuali di risparmio. Sono fondi di investimento con due peculiarità: 1) devono investire almeno il 70% in strumenti finanziari emessi da società italiane o europee ma comunque con stabile organizzazione in Italia. Di questo 70% poi, almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari emessi da società che non fanno parte del FTSE MIB, cioè quelle piccole e medie che sono il simbolo del made in Italy; 2) questi fondi sono completamente esentasse a condizione di mantenerli per 5 anni. Sì, sembra strano ma il governo Renzi, fra gli ultimi atti, ha deciso di non applicare imposte sugli eventuali guadagni. Il che non è poco visto che l’imposizione fiscale sulle rendite finanziarie è del 26%. Il Tesoro ha stimato che gli italiani, quest’anno, investiranno due miliardi in Pir. Ma Doris i due miliardi li vuol raccogliere da solo.

Presidente, vuole battere il governo?
«Era da decenni che un esecutivo non applicava l’esenzione fiscale per i risparmiatori, per cui molti sono attratti dal prodotto. E poi è proprio fatto su misura per gli italiani: si può investire massimo 30mila euro l’anno, per cinque anni, con i guadagni esentasse a patto di non vendere per un quinquennio… Sia chiaro, ognuno può vendere quando vuole, ma perde le agevolazioni. Ecco io punto a battere da solo le stime del governo perché credo che sarà molto apprezzato dai risparmiatori: in cinque anni voglio raccogliere 18 miliardi, partendo quest’anno con due. Sono italiano e amo il mio Paese, il governo ha buttato la palla nel campo privato. Ho fatto centinaia di incontri con imprenditori e investitori, adesso tocca a noi far ripartire l’Italia. Adesso abbiamo l’occasione».

Perché avrà successo?
«Si metta nei panni di un imprenditore che non ha l’azienda quotata. Soffre per l’economia che non va molto bene, anche perché il denaro dalla finanza non arriva direttamente all’economia. Con i Pir invece cambia tutto: se va a Piazza Affari può ottenere credito. Qualcosa di simile accadde in Inghilterra a fine anni ’90. Bene, da 100 piccole società quotate si è passati a mille, creando un mercato da 500 miliardi di sterline. Noi, che siamo più manifatturieri degli inglesi, abbiamo grandi margini di crescita. Per la prima volta le aziende potranno finanziarsi a medio termine con i bond, potranno fare aumenti di capitali trovando i soldi sul mercato senza più passare dalle banche. Il mondo imprenditoriale pensa: finalmente lo Stato invece di chiedere 1000 euro a tutti per aiutare qualcuno, te ne fa risparmiare se aiuti l’economia italiana…».

Non è che il Pir alla fine serve alle banche per liberarsi delle eventuali sofferenze...
«No. Sa perché? Chi compra punta al meglio, non alle aziende che sono in difficoltà. Poi è evidente che se i soldi arrivano alle aziende, ci sono più investimenti, più crescita, più posti di lavoro, più consumi e solo così le banche avranno meno a che fare con i fallimenti. Se l’economia va meglio, va meglio per tutti, banche comprese».

Se tutti questi miliardi arriveranno in Borsa inevitabilmente gli indici saliranno, giusto?
«Nel breve termine nessuno sa come va il mercato, ma è chiaro che i Pir faranno bene soprattutto ai listini minori, tipo Aim e Star. Sul paniere principale, dove ci sono le cosiddette blue chips, credo che l’impatto sarà minore perché le banche hanno un peso enorme. Come ripeto però se migliora l’economia, migliorano anche le banche…».

Come mai il nostro sistema creditizio è finito così in basso?
«Per la lunghezza della crisi, che fa più danni di una crisi grave ma più breve. Due numeri per intenderci: il Pil italiano era a fine anni 40 uguale a quello di fine anni 30. Insomma, dopo una seconda guerra mondiale devastante nel giro di dieci anni l’Italia aveva recuperato il terreno perduto. Il Pil attuale è uguale al 2000. Capisce? Diciassette anni. E in un sistema, come il nostro, che è bancocentrico, dove l’80% dei finanziamenti da e verso il mondo produttivo passa dalle banche, è chiaro che i fallimenti e le crisi hanno fatto esplodere i bilanci degli istituti».

Non è che i banchieri negli ultimi anni hanno lavorato peggio?
«Anche chi non gestiva bene il bilancio vent’anni fa, in qualche maniera, riusciva a chiuderlo. Ora non può, proprio per le troppe sofferenze legate alla crisi».

E così il governo ha stanziato 20 miliardi di soldi pubblici per salvare Mps, senza però nemmeno chiedere i nomi di chi ha creato il buco. Noi di Libero e pure Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, avevamo chiesto di conoscere almeno i primi 100 nomi di cattivi debitori. I bidonisti. Ma niente. Si è alzato un muro...
«E io ero d’accordo con Libero e con Patuelli…».

Adesso va in onda lo stesso copione sulle popolari venete per evitare il bail-in, cioè far pagare ai risparmiatori e ai correntisti la crisi di Vicenza e Veneto Banca…
«Ma guardi che il bail in c’è già stato nei fatti. Autunno 2015: la Bce fa un’ispezione nei due istituti del Nordest, fa uno stress test immaginando un peggioramento dell’economia e impone un aumento di capitale a Vicenza da 1,5 miliardi e di uno a Veneto Banca. Il mercato sembra in grado di farsene carico, c’è chi è pronto a sottoscrivere e garantire la ricapitalizzazione. Il prezzo? I rumors dicevano 12-15 euro per Vicenza, circa 8 per Veneto Banca. Poi, fine novembre, il governo vara il decreto sulle 4 banche famose, Etruria & C, dove vengono sacrificati gli obbligazionisti: 11mila persone con in mano obbligazioni subordinate, perdono 347 milioni. Manifestazioni di protesta, addirittura un suicidio. In Veneto le notizie cos’hanno prodotto? La fuga dalle banche. I clienti sono scappati e scappando la situazione si è rovinata. Il mercato non era più disponibile a intervenire nemmeno a 10 centesimi. Il danno deriva dal bail-in… Quando una banca è chiacchierata è già morta».

Un grave errore di Renzi.
«Ha generato sfiducia in tutti i clienti».

Per questo gli stessi Renzi e Padoan sono corsi ai ripari spingendo per la nascita di Atlante, questo fondo nato con i contributi di banche e assicurazioni sane, per salvare dal crac Vicenza e Veneto Banca…
«In teoria dovrei essere contento della crisi dei concorrenti, ma se scatta il bail in la gente si spaventa e non fa progetti: non cambia la macchina, non cambia l’appartamento e non va a cena la sera. Non possiamo accettare una situazione del genere… Ci abbiamo rimesso investendo in Atlante, io 60 milioni, ma bisognava evitare un altro bail in».

Il bail in l’ha imposto la Ue e l’euro ha fatto il resto, visto che il Pil è come quello di 17 anni fa…
«Il problema è che anche chi è favorevole all’euro, come me che prima di tutto sono un europeista convinto da sempre, ragiona come se l’euro non ci fosse. Mi spiego: Prodi fu il premier che ci fece entrare nell’euro. Bene, Prodi è emiliano: come avrebbero reagito le altre regioni italiane se lui, da premier, avesse ad esempio effettuato interventi più favorevoli solo per questa regione? Le altre si sarebbero arrabbiate, giusto? Aderendo all’euro abbiamo di fatto accettato che la Baviera diventasse italiana e la Lombardia tedesca, senza che le due regioni si uniformassero. Oltre ad aderire all’euro si doveva e si dovrebbe uniformare, armonizzare tutto il resto… Per dire: sono stati eliminati i voucher. Non voglio dire se siano giusti o sbagliati, ma nessuno si è posto la domanda se ci sono in Baviera, o nelle altre regioni europee che hanno come moneta l’euro… Unificando le monete dovevamo unificare e armonizzare tutto il resto».

Così l’Europa è squilibrata. Prima o poi i nodi arriveranno al pettine, no?
«Se non omogeneizziamo le regole siamo finiti».

Che poi la Brexit dovrebbe spingerci in questa direzione… La Ue però parte male: chiede subito 60 miliardi a Londra per dare il suo assenso al divorzio…
«Guardi, l’Inghilterra è il miglior cliente della Germania. Le esportazione tedesche verso il Regno Unito sfiorano i 100 miliardi l’anno. Credo che questo numero sia sufficiente per trovare un accordo».

E chi dice che la separazione dalla Ue farà male a Londra?
«Quando è partito l’euro gli inglesi sono rimasti fuori, allora c’erano previsioni catastrofiche per il Regno Unito. Si diceva che tutti gli investimenti internazionali sarebbero scappati da Londra verso l’eurozona e che la City non avrebbe mantenuto la sua leadership. Poi invece è successo che l’Inghilterra è cresciuta il doppio della media Ue soprattutto per effetto della svalutazione della sterlina che l’ha resa più competitiva. Si fanno sempre previsioni catastrofiche... Anche adesso - come oltre 20 anni fa - è stata svalutata la sterlina. È vero, la situazione è diversa perché si parla di uscita da un mercato comune, ma guardiamo la Norvegia: non è nella Ue, ma non è tagliata fuori dal mercato».

Anche con Trump si sono fatte previsioni catastrofiche. Invece Wall Street tocca sempre nuovi massimi. Come giudica il presidente?
«Ci sono cose buone e altre che rappresentano un certo pericolo. I dazi farebbero male all’economia mondiale e a quella americana. Se attua la riduzione delle tasse farebbe invece un gran bene all’America e a tutto il mondo».

Si parla di guerre commerciali mondiali tra Usa e resto del mondo. Ci crede?
«È un po’ come la Brexit: credo che Trump voglia ricontrattare le condizioni. Tipo sulla carne: in America ha estrogeni naturali, proibiti in Europa. Noi non importiamo la carne Usa perché Bruxelles dice che fa male alla salute e questo è un problema per gli Stati Uniti».

Ma se fa male…
«Io in realtà quando posso mangio quella carne…».

di Giuliano Zulin

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Commenti all'articolo

  • andresboli

    12 Aprile 2017 - 08:08

    cioò, mettiamo i soldi su dei fondi di investimento, perchè non sono tassati per 5 anni?? domani cambia il governo e ci tassano al 26%, non c'è nulla di più inaffidabile delle leggi sulla tasse intaliane.

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