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Controlli incrociati

Italiani più spiati d'Europa:
il Fisco ci controlla
con 129 banche dati

Lo Stato sa tutto di noi. Ma non è in grado di far funzionare gli archivi digitali: software differenti, errori e Comuni "pigri" lasciano campo libero al nero

Italiani più spiati d'Europa:
il Fisco ci controlla
con 129 banche dati

L'Italia dei record. Il primo, quello dell'evasione fiscale: secondo l'Ocse, tra i grandi Paesi europei, il Belpaese è quello a più alto tasso di nero con un'economia sommersa pari al 27% del Pil, che in cifre si traduce in una ricaduta annua di 180 miliardi di euro (quelli che non entrano nelle casse dello Stato). Poi c'è il secondo record: quello delle banche dati, del Grande Fratello che ci spia, ci controlla e sa tutto di noi. Ci sono ben 129 archivi di informazioni sul nostro conto. Un dato che testimonia l'impegno degli ultimi governi nella lotta all'evasione - un impegno nel nome del quale viene sacrificata la nostra privacy -, un impegno che però non dà i frutti attesi. Infatti questo mostruoso numero di banche dati ha un problema che le rende spesso inutili: non comunicano tra di loro e fanno fatica a connettersi con le amministrazioni degli enti locali, ossia quelli che in nome del federalismo dovrebbero attrezzarsi per la riscossione dei tributi.

Controlli incrociati - La denuncia della situazione paradossale è arrivata da Confindustria Digitale, che di fatto si è limitata a ricordare le conclusioni dell'indagine conoscitiva parlamentare "sull'Anagrafe tributaria nella prospettiva del federalismo fiscale e il sistema delle banche dati nel contrasto all'evasione fiscale". L'indagine è durata 4 anni, e le 180 pagine di conclusioni stilate dalla Commissione sono però state subito dimenticate. Maurizio Leo, esperto tributario ed ex deputato, aveva coordinato il lavoro. E spiegava: "Nonostante le possibilità di accesso al patrimonio di dati dell'Anagrafe tributaria un numero elevato di enti territoriali (in prevalenza Comuni) non utilizza le informazioni disponibili". Questo vanifica la possibilità di effettuare, per esempio, controlli incrociati tra redditi e proprietari di immobili, o tra consumi di energia e partite Iva. Di fatto, la nostra privacy - per ora - viene violata senza però ottenere risultati tangibili.

I paradossi - Il punto è che i Comuni, a corto di risorse tra sforbiciate e spending review, non hanno i soldi per aggiornare i software necessari al controllo o per assumere personale specializzato. Leo conferma: "Molte banche dati tra loro non dialogano". Un esempio, banale e sconcertante, è quello della scrittura dei cognomi: il "Di" scritto maiuscolo o minuscolo è sufficiente per mandare a rotoli un controllo. "Per superare questa incomunicabilità - prosegue l'ex deputato interpellato dal Corriere Economia - basterebbe una circolare della presidenza del Consiglio che obblighi tutte le banche dati a munirsi dello stesso software e degli stessi codici di immissione". Anche il presidente di Confindustria Digitale, Stefano Parisi, ricorda come il problema dell'incomunicabilità sia "noto all'Agenzia delle Entrate che si deve occupare solo di queste cose. Inutile fare i blitz estivi sui suv, basta investire nella interconnessione digitale per recuperare alla grande le sepse fatte". Quindi l'appello al premier Enrico Letta: "Mi auguro che se ne occupi diversamente".

Il "cervellone" - Il Grande Fratello, insomma, esiste ma non funziona come lo Stato vorrebbe. Così si lavora per costruire la base anagrafica centralizzata, che dovrebbe essere il perno attorno al quale dovrà ruotare tutto il sistema fiscale e informativo. La sede del "cervellone" è in via Liszt a Roma, sede dell'Agenzia: i tecnici sono al lavoro per completarlo entro il 2015. Il direttore dell'Agenzia per l'Italia digitale, Agostino Rosa, spiega: "Entro due anni dovremo anche dialogare col resto d'Europa". Anche perché i danni per gli accertamenti fiscali, con l'attuale sistema di banche dati che non comunicano, sono notevoli. Un esempio: se la GdF di Milano scopre una società sospetta controllata da un cittadino residente a Catanzaro gli ispettori devono prima contattare il secondo Comune. Che, però, potrebbe non rispondere...

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Commenti all'articolo

  • andresboli

    18 Giugno 2013 - 09:09

    se questo supposto spionaggio ci fosse davvero, e magari pure efficace, l'evasione fiscale avrebbe una diminuzione significativa. E uno spionaggio della banane, fatto solo per voi cosi potete fare la lotta contro quelli che fanno la lotta all'evasione.

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  • gioant

    18 Giugno 2013 - 07:07

    è inutile controllare i nomi noti,quelli più o meno pagano,ma controllare il territorio,specialmente al sud,ci sono migliaia di lavoratori in nero,meccanici,idraulici,rendite da affitto in nero ,medici che prendono mazzette in nero e tanto altro,quindi creare un esercito e incominciare dalla sicilia,e man mano fino in friuli,e il problema si risolve.

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  • Maxforliberty

    17 Giugno 2013 - 15:03

    Il problema è che continuerebbero a controllare solo chi ha l'impresa in regola e i lavoratori in regola. Capito l'assurdo? Recepiscono i dati solo se sei già nota al fisco: 730, 770 presentato dall'impresa, UnicoPF,SC ecc... Se spacci droga e hai un conto dall'altro capo del mondo va e andrà tutto bene per il Fisco. Infatti, il Fisco non ha mai stanato un euro dei capitali mafiosi. Tutto l'illecito gli passa sotto il naso. Sanno solo cacciare gli 80 centesimi dello scontrino del bar, controllano SOLO chi presenta la dichiarazione dei redditi e che sia di cittadinanza Italiana (nato Italiano o che abbia chiesto e ricevuto la cittadinanza): se vai in una sede dell'AE, senza remore, te lo dicono proprio in faccia "non sappiamo chi sono". Non gli viene manco il dubbio che il fatto che non sappiano chi sono non implica che non esistano. I soliti incompetenti che riescono solo a far la caccia alle streghe

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  • Zizzigo

    17 Giugno 2013 - 12:12

    Il sistema è elefantiaco e non potrà mai funzionare. In genere si spara nel gruppo e si spera di fare un centro, ma così si continuano a tartasare i soliti tartassati.

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