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Industria a picco

Addio al Made in Italy
Ecco tutte le aziende svendute

La Spagna oltre a Telecom ci ha "rubato" 10 miliardi nell'agroalimentare e ora ci supera in produttività

Addio al Made in Italy
Ecco tutte le aziende svendute

L’Italia è l’unico paese dell’Eurozona che, insieme alla Finlandia, ha peggiorato negli ultimi 10 anni la  produttività. Superata pure dalla Spagna, che giusto ieri ha messo a segno il colpaccio per mettere le mani su Telecom. Il rapporto  “Competitivita”  che oggi verrà presentato alla Commissione Ue è impietoso con l’Italia. Negli ultimi 10 anni, ci hanno penalizzato «gli aumenti del salario lordo nominale   combinato con una scarsa crescita della competitività». Persino la Grecia, messa in ginocchio dalla crisi, ha migliorato la   produttività. Noi no. Anzi, il 20% del nostro comparto industriale è svanito negli ultimi 6 anni. Nei quali abbiamo assistito a un assalto alla diligenza del made in Italy. I marchi  più blasonati dell’agroalimentare hanno varcato (societariamente) i confini. A spanne - la stima è di Coldiretti - sono passati di mano 10 miliardi di fatturato. 

L’ultima operazione, quella di lunedì notte che ha portato Telecom in mani iberiche, «è la conferma di una escalation della presenza spagnola in Italia», sintetizza uno studio allarmato della Confederazione guidata da Sergio Marini, «nel 2013, con il passaggio il mese scorso del 25% di Riso Scotti nelle mani della multinazionale alimentare iberica Ebro Food e dopo che il Gruppo Agroalimen di Barcellona  era salito al 75% nella proprietà di Star».  Acquisizioni che piluccano pezzi pregiati del vero “made in Italy”.  L’elenco delle aziende italiane passate di mano - complice  anche la crisi che ha costretto a vendere a fronte di un calo delle vendite e una contestuale contrazione del credito - appare sconfinato. Già nel 2011 la Fiorucci salumi - prosegue l’analisi Condiretti - era stata acquisita dalla Campofrio food holding. Nel 2008 la Bertolli era finita al gruppo Sos che nel 2006 aveva già rilevato Carapelli e Sasso. «Spagnoli e francesi» , spiega la nota della Confederazione agricola, «si sono divisi gran parte dei marchi storici dell’agroalimentare italiano. E questa «crisi ha reso più facili le operazioni di acquisizione nel nostro Paese». Ma non c’è solo l’olio extravergine più noto al grande pubblico a cambiare bandiera:  infatti le imprese spagnole «hanno alzato il tiro mettendo a segno quest’anno la partecipazione a parte del capitale della riso Scotti di Pavia dopo 153 anni di attività con proprietà esclusivamente italiana. Una operazione preceduta dall’acquisizione avvenuta per tappe successive della quota maggioritaria del gruppo Star  fondata da Regolo Fossati il 19 giugno 1948 a Muggiò e che ha inventato il ragù pronto. La Campofrio Food Holding s.l., leader in Europa nel settore delle carni lavorate, con sede a Madrid, ha invece acquisito nel 2011 l’intero pacchetto azionario della Fiorucci salumi fondata nel 1850». 

Anche lo storico pastificio Del Verde, nel 2009, è diventato di proprietà della spagnola Molinos Delplata (società del gruppo argentino Molinos Rio de la Plata). E se gli aggressivi spagnoli mettono a segno un colpo dietro l’altro, «non meno incisiva è l’avanzata francese in Italia, che riguarda soprattutto due settori simbolo del Made in italy come l'alimentare e la moda. All’inizio di luglio c’è stata la cessione dell’80% dell’azienda Loro Piana al gruppo francese Lvmh per 2 miliardi di euro dopo che alla fine del mese di giugno la stessa multinazionale parigina del lusso aveva  acquisito una partecipazione di maggioranza nel capitale sociale della pasticceria Confetteria Cova, rinomata  pasticceria milanese. E tanto per non farsi mancare nulla Bernard Arnault, patron di Lvmh, si era già messo in tasca Bulgari (oltre a Fendi, Emilio Pucci e Acqua di Parma).  E tanto per bilanciare il colosso francese Ppr, di Francois-Henry Pinault, già controllava Gucci, Bottega Veneta e Sergio Rossi. Nell’agroalimentare il colpo più grosso i francesi lo hanno messo lo hanno messo a segno  nel 2011 con Lactalis che ha scalato la risanata Parmalat, dopo aver già acquisito Galbani, Locatelli e Invernizzi. Senza tralasciare che il 49%di Eridania è stato ceduto alla francese Cristalalco Sas nel 2011. L’elenco è infinito e potrebbe continuare. E continuerà. A prezzi di saldo si compra. E si compra bene. Con buona pace della tutela dell’italianità e del vero made in Italy. 

di Antonio Castro

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Commenti all'articolo

  • selenikos

    26 Febbraio 2015 - 09:09

    ma non dicevate che a causa dei sindacati e dei comunisti nessuno voleva più investire in Italia? Vi sbagliavate?

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  • highlander5649

    26 Settembre 2013 - 14:02

    il meglio dell'italia si portano via.. è la mentalità del *si salvi chi può... lavorare stanca.. certo se io lavoro 10/2 ore per me stesso va bene lo faccio per me ok ma lavorare 10 20 ore per uno stato ingordo prima o poi ti chiedi chi te lo fa fare magari per il fisco guadagni 100mila euro e in banca non hai un euro bucato perchè befera è il cassiere delle aziende italiane

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  • encol

    25 Settembre 2013 - 19:07

    Questo è un paese battuto da un comunismo provinciale alla bersanov, per intenderci. Siamo fermi alle rivalità più malsane scaturite da una guerra che la maggior parte degli italiani non hanno conosciuto direttamente ma dai racconti spesso fuorvianti di chi parteggio e visse quel periodo dall'una o dall'altra parte. I libri di storia certo non aiutano a raccontare le verità e così ci troviamo a guerreggiare dopo 70 anni la stessa partita con armi diverse, per fortuna. Tuttavia il danno che ci facciamo non è molto inferiore di quello che i nostri padri hanno sofferto 70 anni fa. Così non si va da nessuna parte. Tutti i popoli prima o poi devono fare i conti con la propria storia e chiudere una volta per sempre le incomprensioni, il livore, le rivalità. Chi fa politica deve smetterla di fare il politico di mestiere che lo induce a fomentare rivalità e odio tra la gente, BASTA pensiamo a noi stessi almeno come fanno i tedeschi castigati dalla guerra certo non meno di noi -

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  • imahfu

    25 Settembre 2013 - 19:07

    Errore del proto. Ma la libertà di intrapresa non era il pezzo forte del Cav. ?

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