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Ue: Italia vulnerabile alla crisi

Ocse: spesa pensioni da record

Ue: Italia vulnerabile alla crisi

Particolarmente vulnerabile alla crisi finanziaria, ma al tempo stesso, “a dispetto dell'alto debito, che riflette l'accumulo di deficit del passato”, con un “rendiconto annuale di bilancio dell'economia italiana” che “mostra una posizione ampiamente bilanciata rispetto al resto del mondo, che riflette bilanci nel commercio di beni e servizi generalmente positivi negli ultimi decenni". È quanto afferma la Commissione europea nel nuovo rapporto sulle Finanze pubbliche 2009.

Un campanello d'allarme sullo stato di salute dei conti pubblici italiani arriva contemporaneamente dalla Commissione europea e dall'Ocse. L'Italia è infatti il paese dell'Ocse con il più alto livello di spesa pensionistica, pari al 14% del Prodotto interno lordo nel 2005. Secondo il rapporto 2009 sulle pensioni, l’Ocse evidenzia come nel decennio 1995-2005 la spesa previdenziale è aumentata del 23%. Solo paesi quali Giappone, Corea, Portogallo e Turchia hanno avuto aumenti simili (o addirittura superiori).

Le pensioni assorbono quasi il 30% del budget pubblico contro il 16% medio Ocse. Insomma, afferma l'Ocse, l'applicazione delle riforme delle pensioni in Italia avanza molto lentamente rispetto agli altri paesi dell'Ocse e inoltre molti dei cambiamenti “vitali” per la sostenibilità finanziaria dei costi del sistema previdenziale sono stati “ripetutamente rinviati”. In particolare, si rileva la “preoccupazione per il rinvio dell'adozione dei nuovi coefficienti di trasformazione contributiva che sono un importante fattore per calcolare l'importo della pensione”. Non solo. “L'aspettativa di vita in Italia, così come negli altri paesi - avverte l'Organizzazione - ha continuato a crescere in questo periodo e il rinvio dell'introduzione dei nuovi coefficienti ha avuto un impatto negativo sul sistema. Al tempo stesso, gli economisti parigini sottolineano che “ci sono stati di recente altri ritardi nell'introduzione dell'aumento dell'età minima di pensionamento per anzianità”. La riforma Damiano ha introdotto gli scalini modificando lo scalone Maroni che prevedeva l'uscita per anzianità dal 2008 a 60 anni con 35 di contributi. La riforma Damiano, invece, fissava la possibilità di uscita nel 2008 con 58 anni e 35 di contributi (59 anni gli autonomi) arrivando a quota 95 solo dal primo luglio di quest'anno.

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Commenti all'articolo

  • oiram

    28 Giugno 2009 - 12:12

    A sinstra anche il segretario era un baby pensionato,roba da matti. E questa classe dirigente dovrebbe andare a riformare le pensioni dicendo, non c'è più soldi!! Saluti.

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  • gerrylo

    24 Giugno 2009 - 08:08

    Come possiamo pretendere di riformare le pensioni senza tenere conto delle migliaia di baby-pensionati ,politici,alte cariche dello stato ,ufficiali dell'esercito ecc ,che percepiscono delle pensioni che non sono proporzionate al versamento dei contributi da loro versati ? Per pagare una di queste pensioni d'oro ci vogliono le tasse di 3-4 o più lavoratori dipendenti. I conti non torneranno mai. Saluti

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