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L'Abi licenzia per pagarsi lo spot televisivo

L’associazione avvia le procedure per mandare a casa 80 addetti. Risparmi per due milioni di euro: uno viene destinato alla pubblicità “Le banche per il Paese”

L'Abi licenzia per pagarsi lo spot televisivo
Giuseppe Mussari, non c’è dubbio, non perde tempo. E il pragmatismo del presidente del Monte dei paschi di Siena e dell’Abi lo stanno saggiando, in queste ore, proprio i 308 dipendenti della Confindustria delle banche. Nel giro di poche ore il leader dei banchieri ha prima stravolto l’organizzazione interna dell’Assobancaria (su cui Libero ha riferito mercoledì) e subito dopo  ha scritto ai sindacati per avviare  i «licenziamenti collettivi». Obiettivo? Mussari vuole “mandare a casa” ben 80 persone tra impiegati e funzionari dell’Abi.

 L’operazione sarebbe necessaria a ripianare in pochi mesi  i conti dell’Associazione, in rosso fisso (5,5 milioni di euro) da diversi anni. Di qui la decisione di procedere con la ristrutturazione e la mobilità del personale in eccesso.
Nella lettera (datata 24 novembre) spedita alle organizzazioni sindacali del settore creditizio,  viene indicata la forza lavoro da licenziare divisa per categoria: 31 impiegati e 49 quadri direttivi, quasi tutti della sede di Roma (solo 2 a Milano). Pochi, si dice, quelli da prepensionare grazie al fondo esuberi. Non ci sono, ovviamente, i nomi. La black list è top secret.  Nei corridoi  di palazzo Altieri, però, si fanno già  spiacevoli totolicenziamenti.

Il clima, secondo fonti interne, è un misto tra «smarrimento e preoccupazione». Sentimenti cui si potrebbe aggiungere, a stretto giro, quello dell’irritazione. Sì, perché mentre tagliano il personale,  i vertici  Abi  ingrassano il bilancio. Il che potrebbe far infuriare i «cervelli»  col posto di lavoro in bilico. Nel budget 2011 da 44 milioni, tra le uscite  cresce solo la voce per l’immagine ed è  prevista  una   «Campagna di comunicazione». Una novità. Lo stanziamento è di un milione di euro, mentre grazie alla tagliola sulle buste paga l’Abi riduce la voce «risorse umane» per  poco meno di 2 milioni.

Insomma, quello che verrà  risparmiato coi licenziamenti a tappeto sarà  subito riutilizzato per la campagna istituzionale «Le banche per il Paese». Che dovrà servire per spiegare «cosa fanno» gli istituti, visto che è diffusa la percezione che allo sportello siano ancora prevalenti le fregature rispetto a prodotti “sani”. Il progetto  è ai primi posti nel piano d’azione 2011  approvato dal direttivo Abi e si  intreccia  col  ridimensionamento di Pattichiari.

Verrano sfruttati  gli schermi negli aeroporti, ma non sono esclusi spot televisivi da finanziare con   versamenti straordinari dei big del credito. I quali per correggere l’opinione pubblica, sempre  ostile nei confronti dell’industria bancaria, sono disposti a sacrifici. Gli istituti si tirano indietro, invece, se si tratta di salvaguardare l’occupazione dell’associazione di categoria. Eppure lo sforzo non sarebbe enorme. Il  buco nel bilancio  Abi è frutto di decisioni approvate nel tempo dalle stesse associate: la crisi economica non c’entra. E se i  5 milioni di deficit   fossero ripartiti fra le 750 banche, la spesa sarebbe  irrisoria. La fetta più grande andrebbe  a carico dei colossi Intesa e Unicredit che, insieme,  dovrebbero  sborsare  grosso modo 1,5 milioni. Ragionamenti di questo tipo venivano fatti, ieri,  fra le seconde linee Abi, che adesso cercano di attrezzarsi  per la trattativa con Mussari e il direttore generale, Giovanni Sabatini.

Per evitare il bagno di sangue,  si potrebbe spostare un po’ nel tempo il termine (fissato nel 2011) per  pareggiare il disavanzo. È una delle ipotesi in campo. Il fieno in cascina non manca. Altri  tre anni - nell’arco dei quali si dovrebbe comunque attuare un robusto piano di austerity -  verrebbero coperti attingendo a quel che resta del tesoretto incassato nel 2005 con la vendita di Sia, Ssb e CartaSì. Anche se circa 3 milioni di euro, si nota in questi giorni con parecchio disappunto, servirono  l’anno scorso per liquidare Giuseppe Zadra, dg  dal 1992 al 2009,  considerato uno dei principali artefici   di una galassia ritenuta assai articolata e  «pachidermica».   

Restano aperte due questioni. Anzitutto quella dei sindacati, formalmente invitati da Mussari a gestire la partita. In Abi, cosiddetta associazione datoriale, non c’è cultura sindacale, ma a palazzo Altieri pare sia scattata la corsa ad aderire alle sigle con una netta preferenza per la Fabi, leader fra i rappresentanti dei bancari. C’è da analizzare, poi,   la scelta  dei banchieri  volta a  ridimensionare drasticamente (e in tempi forse fin troppo rapidi) la struttura associativa. Un blitz poco chiaro: se fosse  una ripicca con le precedenti gestioni, la punizione non dovrebbe colpire chi non ha responsabilità.

di Francesco De Dominicis

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Commenti all'articolo

  • ercole.bravi

    30 Novembre 2010 - 10:10

    ormai risaputa e consolidata. l'abi alla fine è come l'organo della magistratura.....chi fa da se fa per tre. Si guardano bene dall'attaccare l'operato di un facente parte della associazione, anche perché, queste, come una tela intrecciate, son collegate tra loro, salvo quando decidono di sacrificare qualcuno che o ha fatto troppo casino o sta minando le basi della corporazione e rischia di scoprirsi troppo....leggasi Fiorani e banca popolare Lodi!

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  • vivalabici

    29 Novembre 2010 - 16:04

    ABBI E BBANGADIDALIA sono due bidoni inutili.Ho lavorato per anni all'ufficio legale di una banca del nord.Quando dovevi chiedere una consulenza a qualcuno c'era da farsi il segno della croce.Perdevi intere mattinate perchè erano sempre in riunione.Poi, quando finalmente avevi la fortuna di trovare l'addetto, la risposta era sempre evasiva e fumosa e tu dovevi arrangiarti da solo. A parte il fatto che in trent'anni di banca non ho mai trovato nessuno - chessò - di Pinerolo o di Gorizia, ma tutti regolarmente da Roma in giù e con stipendi da favola. Eliminiamoli e basta: non si vede a cosa servano.

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  • 44carlomaria

    27 Novembre 2010 - 20:08

    Aspetto l'intervento del sempre con bava alla bocca Cremaschi. Forse anche lui, però , non vuole inimicarsi le banche: tutti teniamo famiglia. Asvedommia

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