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La Corte dei Conti

boccia la Robin Tax

La Corte dei Conti

Roma - Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, l’aveva ideata con scopi, non c’è che dire, davvero nobili.  Come Robin Hood Tremonti voleva chiedere ai ricchi per ridistribuire ai poveri. La “Robin Tax”, la tassa sulla valorizzazione automatica delle scorte petrolifere, voleva costringere  petrolieri, banchieri e assicurazioni a far emergere la plusvalenza realizzata dagli stock comprati a basso prezzo, da sottoporre a prelievo Ires. In questo modo il ministro voleva  reinvestire i prelievi a carico dei ricchi in aiuti concreti a favore delle fasce sociali più deboli (pensionati, famiglie  a basso reddito…).
Secondo la Corte dei conti, questa trovata rischia di fare più male che bene alle tasche della povera gente.
Secondo i giudici, una tassa del genere applicata alle imprese petrolifere, alle banche e alle assicurazioni, potrebbe portare a un aumento dei prezzi praticati sui prodotti con immediato effetto negativo sui salari reali dei lavoratori impiegati nei settori colpiti. Non solo. Conti alla mano, i magistrati contabili dimostrano anche che solo una piccola parte del gettito finirà nelle tasche dei cittadini più poveri. L'allarme è lanciato da Tullio Lazzaro, presidente della Corte dei Conti, durante l'audizione alle commissioni congiunte Bilancio e Finanze di Camera e Senato sul Dpef. Questi i rischi secondo Lazzaro:  “E’ concreto il rischio che il maggior prelievo possa essere traslato sui consumatori (attraverso un aumento dei prezzi praticati sui prodotti) o su altri soggetti economici".  Per Lazzaro "le maggiori entrate (733 milioni) assicurate dall'imposta sostitutiva sui valori latenti delle rimanenze delle imprese petrolifere e del gas rappresentano, di fatto, un'anticipazione della tassazione: scorte già tassate riducono in sostanza l'utile che emergerà all'atto della vendita del prodotto e la relativa tassazione".

Dubbioso sulla Robin Tax anche il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che nel corso di una audizione parlamentare sul Dpef afferma: “L'inasprimento del prelievo a carico delle banche potrebbe riflettersi sulle condizioni offerte ai depositanti e ai prenditori di credito e in minori risorse per gli intermediari da accantonare a patrimonio”. La Corte dei conti gli da ragione: “E’ concreto il rischio che il maggior prelievo possa essere traslato sui consumatori attraverso un aumento dei prezzi praticati sui prodotti, o su altri soggetti economici, con un effetto ad esempio sui salari reali dei lavoratori impiegati nei settori colpiti”.

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