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Multinazionali-centrifughe

Indesit e Nestlé, via ai tagli

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In Italia il lavoro costa troppo. Poi ci sono il fisco, e il prezzo alto dell'energia. Per questo, ora che la crisi inizia a mordere, le multinazionali ci mollano. E' il caso di Nestlè e Indesit, che nello stesso giorno annunciano tagli nel nostro Paese. Il gruppo delle acque e delle bevande SanPellegrino ha presentato infatti alle organizzazioni sindacali un piano di riorganizzazione che prevede la riduzione della capacità produttiva e il licenziamento di circa 320 lavoratori. Secondo una nota del sindacato, a fronte di una produzione di circa 3 miliardi di bottiglie, la SanPellegrino ha dovuto registrare un calo delle vendite pari a circa 300 milioni di bottiglie mentre i dazi doganali Usa mettono in discussione altri 200 milioni di bottiglie. «Tutto questo però - afferma il segretario nazionale della Flai-Cgil Antonio Mattioli - non deve dare la possibilità all'azienda di presentare un piano che scarica gli effetti della crisi esclusivamente sul lavoro dipendente: il piano che ci è stato presentato è indecente», conclude Mattioli. I sindacati hanno indetto 8 ore di sciopero, 4 delle quali nei singoli siti e altre quattro da svolgersi contemporaneamente in tutti i siti produttivi il prossimo 25 marzo. La SanPellegrino è controllata della Nestlè e conta in Italia 10 siti produttivi compresa la sede centrale, occupando in tutto circa 1.850 lavoratori,  per un fatturato che si aggira intorno ai 900 milioni di euro.
Indesit, invece, ha deciso la chiusura dello stabilimento di None, in Piemonte. I lavoratori hanno protestato a Torino, stamattina, ed è intervenuta la polizia. «Comportamenti come quelli dell'Indesit - afferma il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - rischiano di esasperare gli animi, compromettendo la coesione sociale. Non si possono in questa crisi chiudere le imprese scaricando i costi solo sui lavoratori e magari aprire un altro impianto in Europa». lavoratori della fabbrica di None, dove si producono lavastoviglie ad alta tecnologia, sono circa 600.
Tra le motivazioni della chiusura, dicono i sindacalisti, «ci hanno indicato non solo l'alto costo del lavoro, ma quello dell'energia e del fisco. Ma, continuando su questa logica, la nostra paura è che la decisione su None sia solo un inizio e poi, per effetto domino, si chiudano anche altri stabilimenti in Italia».

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