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Tra stipendi, mutui e pensioni Così la crisi ci cambia la vita

Le banche stringono i condoni della borsa, il costo dei nuovi prestiti è sempre più alto e allo Stato servono nuove risorse (e aumenta le tasse?)

Tra stipendi, mutui e pensioni Così la crisi ci cambia la vita
Spread, differenziale, Btp, Bund. Una serie di paroline con le quali nostro malgrado abbiamo cominciato ad avere particolare confidenza dalla scorsa estate. Tra manovre, manovre bis, contromanovre, promesse, interventi della Bce e timidi dati relativi alla ripresa industriale la tempesta pareva essere passata. Balle. Il nuovo «super-mostro» profetizzato da Tremonti  è arrivato. È bastato   un tentennamento sulle misure per la crescita e, soprattutto, la mossa referendaria suicida di Atene (che chiede al popolo se è disposto a dissanguarsi...) per scatenare un nuovo uragano. Ieri Piazza Affari ha perso quasi il 7%, mentre lo spread, dopo le flessioni delle ultime settimane, in un lampo ha ritoccato record impensabili per chiudere intorno ai 450 punti base rispetto al Bund tedesco. Gli scenari sono funesti. Cosa significa quanto avviene sui mercati interconnessi della moneta unica? Cosa sta succedendo e che cosa potrebbe accadere ancora? In che modo la gente potrebbe pagare?

CASSE DELLO STATO
Ripartiamo dalle tre cifre che misurano il livello di affidabilità dei  titoli di Stato, dallo spread. Il differenziale in termini percentuali si chiama rendimento: più cresce, più lo Stato deve pagare. Se un investitore scommette su cedole che non offrono assolute garanzie sul fatto di essere ripagate deve logicamente godere di rendimenti maggiori.  E il surplus di rendimento deve uscire dalle casse del Tesoro che già fronteggiano un debito pubblico da record. Per mantenere gli impegni il Tesoro deve così trovare nuove risorse. Come? O tagliando la spesa (difficile, poiché alla mossa corrisponde in automatico perdita di consenso) oppure stringendo i cordoni su stipendi e pensioni (altrettanto impopolare, ma più semplice da portare a termine).

IL PUNTO DI NON RITORNO

Esiste una soglia oltre a cui non si può andare? Sì. Resta da capire dove stia. Ad agosto la si faceva coincidere con un rendimento al 6%: oltre quella quota l’Italia potrebbe non poter ripagare il debito. Ora si ipotizza che fino al 7% gli impegni possano essere onorati. Di sicuro c’è che al punto di non ritorno siamo vicini. Per capirsi quando Grecia e Portogallo hanno sforato la quota del 7% hanno chiesto aiuto all’Europa. Aiuti che potrebbero essere vani: secondo un documento della Troika circolato la scorsa settimana Atene sarebbe già tecnicamente fallita.

BANCHE E CRISI DEL CREDITO
Se schizza lo spread scontano anche le nostre banche, ovvero i primi acquirenti di Btp. Gli istituti si trovano con miliardi di titoli a rischio insolvenza in cassaforte e crollano in Borsa (ieri Intesa ha perso più del 15%): la loro capitalizzazione potrebbe essere sovrastimata. Le difficoltà delle banche vengono poi scontate dai loro clienti: imprese e famiglie che fronteggiano la stretta del credito, cui è sempre più arduo accedere; le aziende falliscono e il signor Rossi non arriva a fine mese.

IL RUOLO DELLA BCE
La Bce, in deroga allo statuto originario, da agosto compra titoli italiani cercando di mitigarne il rendimento: gli acquisti significano fiducia e la fiducia fa calare il fattore rischio, lo spread. Secondo le stime di alcuni analisti l’intervento dell’Eurotower, a oggi, vale tra gli 80 e i 100 punti di differenziale per i nostri Btp: senza gli acquisti, in linea teorica, lo spread sarebbe a 550 punti. Quota fastidiosamente accostabile alla parola «insolvenza». Un altro dato: nei prossimi due anni scadranno circa 500 miliardi di debito. Un incremento dello spread pari a 100 punti, su questi 500 miliardi, equivale a 18 miliardi di interessi aggiuntivi; da giugno il Tesoro ha dovuto calcolare ulteriori interessi per 36 miliardi. Una cifra in grado di spazzare via in poche settimane i teorici introiti di manovre economiche spalmate su anni e anni.

RIPERCUSSIONI SUI MUTUI
Sale lo spread, sale il rischio per le banche, costrette ad affrontare maggiori costi nella ricerca di liquidità. Costi che si abbattono sul cliente che chiede un mutuo. Come? Il tasso di un mutuo viene determinato da quello europeo - oggi stabile, se non in calo - e dallo spread bancario, ovvero il ricarico applicato ai finanziamenti. Per una banca, in una congiuntura negativa, il rifinanziamento è un azzardo: così lo spread bancario schizza. Ne consegue che il tasso finale a cui viene concesso un mutuo, pur calmierato dal tasso europeo, risulta in costante crescita. Secondo l’ultimo bollettino dell’Abi, in agosto il tasso di interesse medio si è attestato al 3,5% rispetto al 3,22% registrato  il mese precedente. Il costo medio di un mutuo spalmato sul totale dei suoi anni è cresciuto  così in media del 10,8 per cento.

DOVE INVESTIRE?

Per assurdo (ma non troppo), la prima considerazione è che gli investimenti su Btp a breve scadenza non sono mai stati tanto appetitosi. I rendimenti sono altissimi e le possibilità di insolvenza comunque basse: scommettere su un biennale che rende più del 5% ogni anno pare una puntata vincente.  Non accennano poi a diminuire i corsi di materie prime e petrolio. Discorso a parte per l’oro, la cui bolla, dopo più di due anni di crescita incontrollata, ha cominciato a sgonfiarsi. Gli investitori più smaliziati e a cui piace il rischio potrebbero puntare anche su titoli bancari: cedole sulle montagne russe (ricordiamo SocGèn la scorsa settimana) in grado di guadagnare - ma soprattutto di perdere - il 20% in una singola seduta. Rimangono poi le valute, anche se i governi dei Paesi dove circolano divise-rifugio (vedi Giappone e Svizzera) hanno varato politiche per scongiurare l’iper-valutazione della loro moneta.

IL BELPAESE COME LA GRECIA?

Le cifre dicono chiaramente che l’Italia ha superato la Spagna nella classifica dei Paesi più a rischio. Il timore è che il Belpaese debba adottare misure draconiane come la Grecia: taglio a pensioni e stipendi pubblici, sfoltimento con l’accetta degli statali, abbassamento della soglia di esenzione fiscale, prelievo di solidarietà. E ancora: privatizzazioni di società statali disastrate possibili solo riducendo la forza lavoro. Questi gli scenari peggiori ma non più così lontani. Scenari che andrebbero a gravare pesantemente su stipendi e consumi.

di Andrea Tempestini

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