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Mutui e prestiti a imprese Banche non fanno credito

Sulle pmi pesa il credit crunch. E i 116 mld concessi dalla Bce non hanno indotto le banche a riaprire i rubinetti

Mutui e prestiti a imprese  Banche non fanno credito

Un cane che si morde la coda: le piccole e medie imprese hanno enormi difficoltà ad accedere al credito, il loro rating scende, arriva il declassamento, le banche non sono più disposte a finanziarle e falliscono. I dati sono impietosi. Le stime del Centro Europa Ricerche annunciano che nel 2012 verranno meno 200 miliardi di impieghi, la Prometeia parla di 25mila imprese fallite e 625mila posti di lavoro bruciati. Numeri che vanno a braccetto con quelli Istat: negli ultimi due anni il 12 per cento delle pmi non ha ottenuto credito e il 33 ha visto lievitare le condizioni. Come si esce da tutto ciò?

«Innanzitutto migliorando la comunicazione tra imprenditori e banche così da evitare il declassamento del rating», spiega Cesare Fumagalli, segretario generale Confartigianato. «È finito il tempo in cui l’opacità poteva premiare, ora il deficit di conoscenza è fatale. Più è trasparente l’azienda, più l’imprenditore si fa conoscere dalla banca, più possibilità ha di ottenere il credito. È un sistema ormai sperimentato con successo con il Programma Sos Impresa di Unicredit, che grazie a piccoli accorgimenti in tema di comunicazione (chi sono i fornitori, i clienti e via dicendo) ha permesso a 10.800 imprese di accedere alla ristrutturazione. Tutte aziende che sarebbero state sicuramente scartate».

Quello del rating resta comunque un ostacolo enorme per le pmi italiane. «Il problema è che i parametri sono elaborati su scale grandi», continua Fumagalli, «e per i piccoli è praticamente impossibile essere accettati dal sistema». A sintetizzare il paradosso è Giuseppe Bortolussi, segretario generale della Cgia di Mestre. «Se si prendono le misure per un vestito a una persona di un metro e 80, non potrà mai andar bene a un’altra di 1,65. La storia del rating va bene per aziende strutturate; quando si parla di imprese con due persone non ha senso. Bisogna calibrare i parametri con la realtà». Quindi non c’è speranza?  «C’è eccome, ed è grazie ai tanti direttori di filiale di vecchio stampo che sono attenti al territorio e che fanno prestiti alle aziende di cui conoscono la storia e le esigenze. Perché se inserissimo soltanto i dati in un calcolatore la risposta sarebbe sempre negativa». La recente iniezione di liquidità della Bce - quasi 500  miliardi di euro, di cui 116 agli istituti italiani - aveva fatto sperare molti. Gli imprenditori immaginavano che i cordoni della borsa si sarebbero aperti e invece la situazione è rimasta praticamente invariata. «In realtà la maggior parte di quei soldi è  servita a ripianare i debiti delle tante banche che in passato hanno concesso credito anche in situazioni di incertezza», spiega Bortolussi. «Adesso si trovano la pancia piena di crediti inesigibili e tutto è bloccato».

In questo modo, però, si resta immobili... «Partiamo da un assunto», puntualizza il segeretario della Cgia mestrina, «le banche sono diabolicamente essenziali perché senza di loro non ci sarebbe economia. Molti però dimenticano che sono procicliche, seguono cioè i cicli e si adeguano di conseguenza. Se il ciclo è negativo anche le banche lo saranno e tenderanno a non investire. Ma la colpa non è certo  delle pmi. I problemi li creano le grandi imprese che sono incapaci di resistere sul mercato. In tal senso è rappresentativo un dato: al 31 marzo 2011 il 78,8 per cento degli affidamenti stanziati è andato al primo 10% degli affidatari. Non solo, il 78,6 per cento delle sofferenze totali dei finanziamenti per cassa (in pratica i fidi, ndr), è in capo al 10% dei maggiori affidatari (che non è per forza il precedente 10%, ndr)».

Nella nostra ultima intervista del 23 dicembre scorso, c’eravamo ripromessi di fare il punto a distanza di qualche mese. In che modo è cambiato il quadro? «Sicuramente in peggio», ammette il segretario della Cgia di Mestre. «La tanto attesa pioggia di soldi della Bce si è rivelata una delusione per i motivi che ho detto e in più abbiamo scoperto che il Paese è in recessione tecnica e l’economia reale non tira».  Sulla crescita del 3 per cento nelle erogazioni alle imprese, un dato che ha fatto dire a molti che il rischio delle stratta non c’è, bisogna fare una considerazione. «È un dato generale che non tiene conto dell’ultimo periodo», aggiunge sempre Bortolussi, «nei tre mesi finali la diminuzione è stata dell’1,5% e nel solo dicembre del 2,2. E per di più la maggior parte dei soldi è andata alle grandi imprese, non certo alle pmi».

di Salvatore Garzillo

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Commenti all'articolo

  • remondinifabio

    12 Marzo 2012 - 17:05

    Come diceva una celebre canzone di Venditti tempo fa è proprio un mondo di ladri. Se non voglio fare polemica con le banche è solo perché se ne sono già dette tante e quindi con amarezza bisogna rassegnarsi al fatto che sono procicliche, come ci viene detto. Tuttavia, quello a cui mi riferisco è la crescita preoccupante di prestiti a tassi usurari da parte di gente senza scrupoli. Manna dal cielo per chi ha liquidità, circolo vizioso per PMI e famiglie che spesso si trovano a dover fronteggiare dei debiti facendone degli altri. Spero che in Italia non arrivi il fenomeno dei prestiti payday che sta spopolando in Gran Bretagna. Leggevo sul sito http://prestiti.supermoney.eu/ che si tratta di prestiti a breve scadenza (circa 30 giorni) con altissimi tassi d'interesse (si arriva a pagare di soli interessi fino al 30% di quanto erogato). Se c'è una cosa che l'Italia non deve copiare dai paesi anglo-sassoni è proprio questo liberismo matto che porta a situazioni di questo tipo.

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  • angelo.p

    20 Febbraio 2012 - 12:12

    Lascio un commento con molta rassegnazione ben sapendo che ormai è tempo sprecato il cercare di far comprendere a chi ci governa quanto sarebbe meglio e meno costoso per lo STATO evitare la disoccupazione e non pagarla. Tutte le risorse oggi spese in tal senso,dovrebbero esse girate alle imprese in modo che si possa far ripartire questa macchina dell'economia ormai, inesorabilmente inceppata,e che se non aiutata con sistemi eccezionali non riuscirà a sbloccarsi. INVECE DI UN GOVERNO DI TECNICI FACCIAMO UNA APPOSITA BANCA DI STATO CHE FACCIA CIO' CHE LE BANCHE PRIVATE NON VOGLIONO FARE.

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  • gpizzino

    20 Febbraio 2012 - 09:09

    Disoccupazione: Il motivo per cui il numero delle persone disoccupate continua ad aumentare è perché il lavoro (posto di lavoro in quanto tale) non ha alcun valore, quindi come qualsiasi cosa che non ha valore nessuno ha interesse che questo fenomeno si risolva. Lo scenario attuale: • Pubblico: Il numero dei disoccupati aumenta perché lo Stato, gli Enti Locali, non sono più in grado di assumere nuovo personale (posto fisso privilegiato) in sostituzione di coloro i quali vanno in pensione perché, già da tempo, sovradimensionati (assunzioni clientelari) rispetto alle esigenze effettive di organico, sia per il patto di stabilità che per l’allungamento del periodo di lavoro. • Privato: Le aziende private non sono più disponibili ad assumere a tempo indeterminato i propri lavoratori perché ciò rappresenta un costo ed una responsabilità economica /sociale, non più sostenibile. Imprese private PMI: Oggi, un’azienda sana, con cento dipendenti, stabilizzati da oltre venti anni, in regola con tutte le norme tributarie, sociali, salariali, con il bilancio in perdita (congiuntura sfavorevole) anche di sole alcune decine di migliaia di euro, secondo i parametri (ante crisi 2008) di valutazione di merito creditizio (Basilea 1,2,) non è più affidabile, se non in considerazione del patrimonio personale, che l’imprenditore è disposto a rischiare a garanzia del credito erogato alla propria azienda. Oggi, dopo un lustro di perdite ripianate, in attesa della ripresa, gli imprenditori non sono più nelle condizioni oggettive di garantire il credito bancario con propri beni personali. Diversamente una società, con pochi impiegati, che affida i propri lavori conto terzi, chiudendo i propri bilanci in utile, ottiene facilmente credito dalle banche, senza che la proprietà dia garanzia. Risultato: Le PMI storiche con lavoratori stabili sono obbligate a chiudere, per stanchezza, per impossibilità di accesso al credito, per la scarsa considerazione, per la mancanza di prospettive. Soluzione: L’unico modo, il più democratico, per risolvere il problema, è dare valore creditizio al lavoro stabile, sostenibile, legale, esercitato dalle PMI, che sono il motore dell’economia Italiana. La soluzione è più semplice del problema: Bloccare il fenomeno di uscita dalle PMI dei dipendenti stabilizzati e innescare un processo di crescita e di nuova occupazione, dando valore al lavoro stabile e alle nuove occupazioni. Un posto di lavoro stabilizzato (tempo indeterminato) ha un valore di circa € 25.000 lordi l’anno. Ogni azienda deve valere per il numero dei dipendenti stabili (norma di buon senso). • L’azienda che ha cento dipendenti stabili da oltre cinque anni deve avere il diritto, a prescindere, a vedersi riconosciuto credito dalle banche per almeno un anno di lavoro per il numero dei propri dipendenti. • Un’azienda il cui numero medio dei dipendenti, a tempo indeterminato, degli ultimi cinque (meglio tre) anni è stato cento deve avere diritto, sacrosanto, di credito per € 2.500.000,00. Tale somma dovrà essere disponibile su un conto, vincolato, che dovrà servire per il pagamento solo dei salari, dei relativi contributi, agevolazioni, TFR, verso i propri dipendenti. Tale norma permetterà, in primis, di bloccare immediatamente il fenomeno dei licenziamenti, della cigs, perché gli imprenditori che in questo momento, lasciati soli, sono costretti a chiudere solo perché non ottengono credito dalle banche riprenderebbero a lavorare senza soluzione di continuità, sarebbero rivalutati socialmente ed economicamente, e rilancerebbero le loro produzioni. Altre aziende che nella crisi hanno resistito a fatica, ma hanno dovuto bloccare gli investimenti strutturali, potrebbero utilizzare il credito quale volano per nuovi investimenti e nuova occupazione. Infine, le aziende che nella crisi hanno avuto maggiore fortuna potranno utilizzare tale disponibilità per agevolare i propri dipendenti concedendo anticipi su TFR, che rilancerebbero i consumi. Creare questo nuovo elemento di valutazione del merito creditizio per le PMI, ha degli aspetti positivi incredibilmente sottovalutati. 1. riduce il costo per la collettività per cigs per tutte quelle aziende che sono costrette a ricorrervi per impossibilità/discrezionalità di accesso al credito. 2. stimola le aziende ad assumere i propri dipendenti a tempo indeterminato. 3. elimina il fenomeno del lavoro nero e del sottosalariato. 4. da credibilità, fiducia, e prospettiva agli imprenditori che possono dedicarsi al proprio lavoro senza bisogno di perder tempo per elemosinare credito presso bancari incompetenti, maldisposti, e discriminanti. 5. rilancia il valore della piccola impresa e delle start up dei giovani che potranno contare su norme democratiche, certe e non discrezionali. 6. elimina il fenomeno delle partite iva create per raggirare l’assunzione diretta. 7. limita la nascita delle aziende che gestiscono lavora conto terzi ( sfruttando i lavoratori). 8. rilancia il valore del lavoro stabile. 9. interviene con una sola norma (consorzio fidi, pagato da imprese) democratica, a costo zero, abolendo qualsiasi altra forma di aiuti (discriminatori) ad appannaggio solo di una parte bene introdotta nei meccanismi burocratici e organizzativi. 10. Combatte contemporaneamente l’evasione fiscale, il lavoro nero, il sottosalariato, la disoccupazione, la discriminazione creditizia territoriale, la discrezionalità bancaria, le agevolazioni legislative non produttive, la mancanza di stimoli per la ripresa, infine limita lo strapotere esercitato indiscriminatamente dalla finanza e dalle banche nei confronti dell’economia reale, rivalutando la produzione (people) rispetto alle swap. Il costo di questo nuovo strumento è non solo è inesistente ma addirittura a reddito perché lo Stato sarebbe chiamato ad intervenire solo come co-garante nei confronti delle Istituzioni bancarie che a fronte di un consorzio fidi, pagato dalle imprese, dovranno concedere questo strumento creditizio, per sostenere il quale dovranno essere utilizzate tutte quelle somme che lo Stato impegna ogni anno per agevolazione e contributi vari, inutili e dannose. Cordialità Giuseppe Pizzino

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  • gpizzino

    20 Febbraio 2012 - 09:09

    Disoccupazione: Il motivo per cui il numero delle persone disoccupate continua ad aumentare è perché il lavoro (posto di lavoro in quanto tale) non ha alcun valore, quindi come qualsiasi cosa che non ha valore nessuno ha interesse che questo fenomeno si risolva. Lo scenario attuale: • Pubblico: Il numero dei disoccupati aumenta perché lo Stato, gli Enti Locali, non sono più in grado di assumere nuovo personale (posto fisso privilegiato) in sostituzione di coloro i quali vanno in pensione perché, già da tempo, sovradimensionati (assunzioni clientelari) rispetto alle esigenze effettive di organico, sia per il patto di stabilità che per l’allungamento del periodo di lavoro. • Privato: Le aziende private non sono più disponibili ad assumere a tempo indeterminato i propri lavoratori perché ciò rappresenta un costo ed una responsabilità economica /sociale, non più sostenibile. Imprese private PMI: Oggi, un’azienda sana, con cento dipendenti, stabilizzati da oltre venti anni, in regola con tutte le norme tributarie, sociali, salariali, con il bilancio in perdita (congiuntura sfavorevole) anche di sole alcune decine di migliaia di euro, secondo i parametri (ante crisi 2008) di valutazione di merito creditizio (Basilea 1,2,) non è più affidabile, se non in considerazione del patrimonio personale, che l’imprenditore è disposto a rischiare a garanzia del credito erogato alla propria azienda. Oggi, dopo un lustro di perdite ripianate, in attesa della ripresa, gli imprenditori non sono più nelle condizioni oggettive di garantire il credito bancario con propri beni personali. Diversamente una società, con pochi impiegati, che affida i propri lavori conto terzi, chiudendo i propri bilanci in utile, ottiene facilmente credito dalle banche, senza che la proprietà dia garanzia. Risultato: Le PMI storiche con lavoratori stabili sono obbligate a chiudere, per stanchezza, per impossibilità di accesso al credito, per la scarsa considerazione, per la mancanza di prospettive. Soluzione: L’unico modo, il più democratico, per risolvere il problema, è dare valore creditizio al lavoro stabile, sostenibile, legale, esercitato dalle PMI, che sono il motore dell’economia Italiana. La soluzione è più semplice del problema: Bloccare il fenomeno di uscita dalle PMI dei dipendenti stabilizzati e innescare un processo di crescita e di nuova occupazione, dando valore al lavoro stabile e alle nuove occupazioni. Un posto di lavoro stabilizzato (tempo indeterminato) ha un valore di circa € 25.000 lordi l’anno. Ogni azienda deve valere per il numero dei dipendenti stabili (norma di buon senso). • L’azienda che ha cento dipendenti stabili da oltre cinque anni deve avere il diritto, a prescindere, a vedersi riconosciuto credito dalle banche per almeno un anno di lavoro per il numero dei propri dipendenti. • Un’azienda il cui numero medio dei dipendenti, a tempo indeterminato, degli ultimi cinque (meglio tre) anni è stato cento deve avere diritto, sacrosanto, di credito per € 2.500.000,00. Tale somma dovrà essere disponibile su un conto, vincolato, che dovrà servire per il pagamento solo dei salari, dei relativi contributi, agevolazioni, TFR, verso i propri dipendenti. Tale norma permetterà, in primis, di bloccare immediatamente il fenomeno dei licenziamenti, della cigs, perché gli imprenditori che in questo momento, lasciati soli, sono costretti a chiudere solo perché non ottengono credito dalle banche riprenderebbero a lavorare senza soluzione di continuità, sarebbero rivalutati socialmente ed economicamente, e rilancerebbero le loro produzioni. Altre aziende che nella crisi hanno resistito a fatica, ma hanno dovuto bloccare gli investimenti strutturali, potrebbero utilizzare il credito quale volano per nuovi investimenti e nuova occupazione. Infine, le aziende che nella crisi hanno avuto maggiore fortuna potranno utilizzare tale disponibilità per agevolare i propri dipendenti concedendo anticipi su TFR, che rilancerebbero i consumi. Creare questo nuovo elemento di valutazione del merito creditizio per le PMI, ha degli aspetti positivi incredibilmente sottovalutati. 1. riduce il costo per la collettività per cigs per tutte quelle aziende che sono costrette a ricorrervi per impossibilità/discrezionalità di accesso al credito. 2. stimola le aziende ad assumere i propri dipendenti a tempo indeterminato. 3. elimina il fenomeno del lavoro nero e del sottosalariato. 4. da credibilità, fiducia, e prospettiva agli imprenditori che possono dedicarsi al proprio lavoro senza bisogno di perder tempo per elemosinare credito presso bancari incompetenti, maldisposti, e discriminanti. 5. rilancia il valore della piccola impresa e delle start up dei giovani che potranno contare su norme democratiche, certe e non discrezionali. 6. elimina il fenomeno delle partite iva create per raggirare l’assunzione diretta. 7. limita la nascita delle aziende che gestiscono lavora conto terzi ( sfruttando i lavoratori). 8. rilancia il valore del lavoro stabile. 9. interviene con una sola norma (consorzio fidi, pagato da imprese) democratica, a costo zero, abolendo qualsiasi altra forma di aiuti (discriminatori) ad appannaggio solo di una parte bene introdotta nei meccanismi burocratici e organizzativi. 10. Combatte contemporaneamente l’evasione fiscale, il lavoro nero, il sottosalariato, la disoccupazione, la discriminazione creditizia territoriale, la discrezionalità bancaria, le agevolazioni legislative non produttive, la mancanza di stimoli per la ripresa, infine limita lo strapotere esercitato indiscriminatamente dalla finanza e dalle banche nei confronti dell’economia reale, rivalutando la produzione (people) rispetto alle swap. Il costo di questo nuovo strumento è non solo è inesistente ma addirittura a reddito perché lo Stato sarebbe chiamato ad intervenire solo come co-garante nei confronti delle Istituzioni bancarie che a fronte di un consorzio fidi, pagato dalle imprese, dovranno concedere questo strumento creditizio, per sostenere il quale dovranno essere utilizzate tutte quelle somme che lo Stato impegna ogni anno per agevolazione e contributi vari, inutili e dannose. Cordialità Giuseppe Pizzino

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