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L'editoriale

Il gioco d'azzardo di Fini

Le nuove carte sulla casa di Montecarlo svelano legami oscuri tra la compagna e il presidente della Camera e un latitante con società di slot machine nei paradisi fiscali

19 Ottobre 2012

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di Maurizio Belpietro

Sempre così pronti e loquaci i Fini boys hanno scelto il silenzio. Tace Italo Bocchino, il juke box di Futuro e Libertà. Zitto Carmelo Briguglio, l’onorevole di pronto intervento tv. Bocca cucita per Flavia Perina, femminista nata con la camicia nera. Interpellato, l’ufficio di presidenza futurista fa sapere di non avere intenzione di commentare lo scoop dell’Espresso sulle attività off-shore del cognato di Fini. Strano. In genere il trio lescano di Fli non si tira mai indietro. Basta infatti un sospiro che riguardi il presidente della Camera per far aprir bocca ai transfughi del centrodestra. Stavolta invece nonostante rispunti dalle fogne la storiaccia di Montecarlo, cioè della casa donata dalla contessa Colleoni ad Alleanza nazionale ma stranamente finita in svendita al «cognato» di Fini, né Bocchino, né Briguglio, né tantomeno Perina hanno nulla da dire.

E invece le loro voci le vorremmo sentire, come pure ci piacerebbe ascoltare quella della terza carica dello Stato. Non tanto per riaprire il capitolo dell’abitazione monegasca, che è questione chiusa in quanto da tempo è accertato che l’alloggio fu donato al cognatissimo a un  prezzo di superfavore (le carte hanno svelato  definitivamente il giallo su chi  fosse il vero proprietario dell’abitazione di Boulevard Princesse Charlotte). Né per sollecitare il presidente della Camera a mollare la poltrona, che non abbandonerà mai se non costretto dalla fine legislatura e dal voto degli italiani. No. Noi vorremmo che Fini parlasse per chiarire cosa c’entra il «cognato» con un latitante e perché dalla casa del suddetto latitante sia partito un fax che riproduceva il passaporto della donna con cui il presidente di Fli vive e dalla quale ha avuto due figlie. Da tempo il nome di Francesco Corallo, boss del gruppo Atlantis e padrone di molte macchinette mangiasoldi piazzate nei bar e nei locali della provincia italiana, s’incrocia con quello dell’ex  fondatore di An ma nessuno ne ha ancora capito il perché.

In passato spuntò una storia riguardante sponsorizzazioni di feste patronali in una lontana comunità montana del Lazio, cittadina – guarda che caso – in cui è nato l’ex segretario particolare di Gianfranco Fini, Francesco Cosimi Proietti. Che ragione avesse un gruppo domiciliato nelle Antille olandesi di sostenere le manifestazioni canore a Subiaco è un mistero. Perché una società che fa affari con le slot machine finanziasse i concerto di Gigi D’Alessio nella Valle dell’Aniene è infatti una domanda che resta senza risposta. Già allora parve strana la vicinanza fra collaboratori della terza carica dello Stato e l’azienda di gioco d’azzardo, soprattutto sembrò curiosa l’attenzione degli uomini di Fini nei confronti  di un’azienda concessionaria dei Monopoli di Stato. Ora però il nostro interesse per le connessioni con Atlantis e Francesco Corallo si fa più vivo. Innanzitutto perché il boss del gruppo è inseguito da un’ordinanza di custodia cautelare. E poi perché quelle carte inviate dal suo fax e ritrovate dai pm di Milano reclamano un chiarimento. Perché Giancarlo Tulliani e la sorella Elisabetta affidano copia del loro passaporto a Corallo? Come mai si affidano a lui e all’avvocato che ritroviamo nella compravendita dell’appartamento di Montecarlo per la costituzione di una società in un paradiso fiscale? Cos’hanno in comune i Tulliani con Corallo? Semplice conoscenza, amicizia o affari?

Le domande, come capirete, non sono secondarie, in quanto l’uomo che sta dietro Atlantis è assai interessante. Non solo per la vicenda aperta con la procura di Milano, ma anche per il suo passato. Il padre è stato a lungo sospettato di rapporti con la mafia e, assolto dall’accusa, è stato condannato a oltre 7 anni per associazione a delinquere. Lui, Francesco Corallo, seppur implicato in varie inchieste non è mai stato ritenuto colpevole di alcunché, ciò nonostante questo non ha impedito a un gruppo americano specializzato in slot machine di rompere un contratto da 140 milioni al solo sospetto di relazioni pericolose: negli Stati Uniti a certe questioni le autorità sono piuttosto sensibili e si rischia una brutta condanna.

Ma se negli Usa si mandano al diavolo milioni di dollari per la sola puzza di bruciato, com’è possibile che in Italia la terza carica dello Stato al contrario non senta il bisogno di chiarire le ragioni per cui persone a lui vicine ruotano intorno a Francesco Corallo? Possibile che l’uomo delle istituzioni, non il politico in disarmo, non capisca che è giunta l’ora di parlare?

Ps. Verso sera, dopo una giornata passata a negarsi, Fini ha diffuso un comunicato per precisare che non ha nulla da rimproverarsi e non ha intenzione di farsi condizionare dalla ciclica comparsa di documenti. Come prevedevamo, il presidente della Camera si spezza ma non si spiega. In compenso, tra pochi mesi ci penseranno gli italiani a spiegargli cosa pensano di lui. Per quanto ci riguarda, noi comunque non ci faremo condizionare dai suoi silenzi e continueremo a fare domande.  

 

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Commenti all'articolo

  • Logmain

    19 Ottobre 2012 - 21:09

    Siete ancora lì a menarcela per la casa di Fini? Ci sono silenzi e latitanze ben più osceni.

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