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L'editoriale

Il dinosauro nel cilindro? E' Mario Draghi

Monti lascia debito alle stelle e Pili ai minimi. Il capo della Bce è stimato dai mercati e piace ai moderati. Berlusconi candidi lui premier: non ce ne sarebbe per nessuno

15 Novembre 2012

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di Maurizio Belpietro

Caro Emanuele, la domanda che lei mi fa è la stessa che da mesi mi pone il più valente ed esperto dei commentatori di Libero, il quale su queste pagine spesso ha duellato con me sulla questione del reincarico a Mario Monti. Giampaolo Pansa è infatti dello stesso parere suo: mandare a casa il professore secondo lui sarebbe un errore, perché il centrodestra non ha nessuno con cui sostituirlo e il centrosinistra ha Vendola, mentre chi vuole spaccare tutto pur di far dispetto ai tanto odiati politici ha Grillo. Non è meglio tenersi l’ex rettore della Bocconi, dunque?, mi domanda Giampaolo ogni volta che ci sentiamo al telefono. Il premier, come si è visto, è stimato in Europa e nel mondo, e per quanto non abbia risolto tutti i problemi per lo meno ci ha evitato il peggio.

Il ragionamento di Giampaolo, così come il suo, è di buon senso e in apparenza non fa una grinza. Difficile non riconoscere che il presidente del Consiglio goda di prestigio internazionale e, per quanto io sia critico nei suoi confronti, non ho mai pensato che dovesse trovare una soluzione  a tutti i guai che questo Paese si trascina da decenni. Solo una persona in malafede potrebbe scaricare sulle spalle di Monti il peso di un’infinità di leggi sbagliate e di spese pazze e io, per quanto contrario a un bis del suo governo, in malafede non sono. Se preferisco altri a lui, e tra breve dirò chi, è perché ritengo che la politica economica intrapresa dall’esecutivo sia sbagliata, anzi controproducente, e non perché gli imputi ciò che è accaduto all’epoca di Giulio Andreotti. Che il Paese fosse sull’orlo della bancarotta perché nel corso della sua storia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità è cosa per me pacifica e per la quale il professore non ha alcuna responsabilità.

E però c’è un problema. Quando sull’onda della drammaticità della situazione finanziaria gli venne affidato il Paese, a lui furono conferiti poteri straordinari, che nessun governo nella storia della Repubblica ha mai avuto. L’Italia aveva la pistola dei mercati puntata alla tempia e l’esecutivo tecnico era ritenuto l’unica possibilità di salvezza, al punto che i partiti erano stati costretti a un passo indietro e indotti ad appoggiare senza remore l’operazione di salvataggio dell’ex rettore della Bocconi. Grazie alla eccezionalità del momento, a Monti è stata consentita una riforma delle pensioni draconiana, che, giova ricordarlo, non era mai riuscita a nessuno e che a Berlusconi costò il suo primo governo, ma che con l’esecutivo tecnico fu fatta passare con sole tre ore di sciopero. La Cgil non portò un milione di lavoratori in piazza. La Fiom non bloccò il  Paese. Vendola non si incatenò davanti al Parlamento. Spaventati dal pericolo di un fallimento dell’Italia, sindacati e sinistra fecero finta di opporsi, ma di fronte alla riforma Fornero abbozzarono.

Il presidente del Consiglio un anno fa, quando fu chiamato al capezzale del Paese, avrebbe potuto, se non risolvere tutti i problemi che ci affliggono, affrontare i principali: da quelli del mercato del lavoro a quelli della giustizia, da quello della spesa pubblica a quello della sanità. Purtroppo perse il momento magico. Invece di affondare il bisturi negli sprechi, di cancellare lo Statuto dei lavoratori, di intervenire sulla giustizia civile, il professore non colse l’attimo fuggente, impantanandosi nella trattativa con i sindacati sull’articolo 18 e facendo una manovra di sole tasse.

Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti, in particolare degli imprenditori, cioè di coloro i quali dovrebbero far ripartire la crescita di questo Paese che, sia detto per inciso, non è mai cosa che arriva perché un governo preme un pulsante, ma perché si creano le condizioni favorevoli, c’è il mood giusto. Dopo un anno di Monti le cifre sono implacabili. Il debito pubblico non solo non è stato ridotto, ma la sua corsa non si è neppure fermata, così abbiamo sfondato il record dei 2 mila miliardi di debiti. La pressione fiscale ha raggiunto il poco invidiabile primato in Europa: nessuno c’è l’ha alta quanto la nostra. I disoccupati hanno raggiunto il picco degli ultimi vent’anni e le stime ci dicono che continueranno a crescere l’anno prossimo e l’altro ancora. Il Pil, che doveva salire, è invece precipitato e ad oggi siamo sotto del tre per cento, mentre per il 2013 non si sa. Insomma, tutti i dati sono negativi e sapere che almeno lo spread non è cresciuto ci consola poco, perché nonostante gli sforzi non è sceso a livelli accettabili, ma continua a svettare intorno ai 350 punti, soglie che per le casse statali equivale a un salasso.


L’esperimento Monti dunque dimostra che qualcosa non ha funzionato e che introdurre nuove tasse o alzare quelle vecchie per far quadrare i conti non è la ricetta giusta. L’eccesso di imposte deprime i contribuenti, scoraggia gli acquisti, rallenta la domanda interna e in definitiva provoca recessione, minor produzione e, di conseguenza, fornisce minori introiti fiscali e più disoccupati. Oggi ne abbiamo le prove: i tecnici hanno sbagliato i conti e insistere nell’applicare le loro misure sarebbe sbagliato oltre che dannoso. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Ecco perché io sono per cambiare, ringraziare il professore e  congedarlo.

E qui arriviamo al tema da lei posto, caro Emanuele, e che con argomentazioni più o meno analoghe mi pone anche Giampaolo Pansa: sì, va bene, licenzi Monti e dopo con chi lo sostituisci? Ho buttato lì il suo nome in altre occasioni, ma oggi non ho dubbi: Mario Draghi. L’attuale governatore della Bce non solo è competente e stimato negli ambienti finanziari al punto che non spaventerebbe in alcun modo i mercati se prendesse il posto di Monti, ma conosce profondamente la macchina statale. A differenza dell’ex rettore, il banchiere ha nel  curriculum i molti anni trascorsi al vertice del ministero del Tesoro accanto a Carlo Azeglio Ciampi, dunque anche se manca da qualche anno in via XX Settembre sa dove mettere le mani. Draghi ha poi dimostrato di possedere, oltre a delle insuperabili capacità tecniche (si deve a lui, non ai governi, se la corsa degli spread si è fermata), anche delle qualità politiche: mettere d’accordo il consiglio di amministrazione della Bce e isolare i tedeschi, lasciando solo il governatore della Bundesbank, è un’operazione che richiede doti e sensibilità non comuni.

Draghi sarebbe un ottimo premier e, sono certo, non ripeterebbe gli errori di Monti. Con lui a Palazzo Chigi non ci sarebbe un investitore o un governante che si preoccuperebbe e  nessuno, neanche Casini, avrebbe motivo di rimpiangere l’attuale inquilino. Se io fossi Berlusconi non perderei tempo a inseguire le amazzoni o gli angeli che volano, ma prenderei un aereo e mi precipiterei a Francoforte, assicurando all’ex governatore della Banca d’Italia tutto il mio appoggio alla sua candidatura, garantendo un passo indietro, ma anche una spinta in avanti verso un uomo che romperebbe tutti i giochi, anche quelli di Renzi e Grillo. Di fronte a un uomo nuovo, di assoluto rigore, che è competente e ha un’immagine vincente in Europa, chi si potrebbe oppore? Già, chi? E allora perché non si fa e si continuano a inseguire le lucciole, soprattutto se, come pare, il centrodestra intende andare alle elezioni  a febbraio , anche a costo di chiudere in anticipo l’esperienza del governo Monti? 

PS. Mi risulta che qualcuno abbia testato Draghi con i sondaggi e il responso sia stato chiaro: con lui in campo non ci sarebbe partita. C’è altro da dire?  

 

 

 

 

 

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