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Editoriale

Un miracolo tecnico
(alla rovescia)

Campagna elettorale riaperta, adesso Bersani ha paura

8 Gennaio 2013

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di Maurizio Belpietro

Il messia di Palazzo Chigi non è riuscito il miracolo di risollevare l’economia italiana, ma quello di resuscitare una campagna elettorale che sembrava morta ancor prima di nascere sì. L’operazione pareva impossibile, in quanto tutti i sondaggi, fino a poco tempo fa, davano per certa la vittoria della sinistra, senza che al centrodestra fosse consentito di toccare palla. Tuttavia da quando Mario Monti ha deciso di scendere in campo, anzi, come dice lui, di salirvi, molte cose sono cambiate e in vista del 24 febbraio la competizione promette di essere spassosa e ricca di colpi di scena.

Cominciamo con quel che si agita sul fronte progressista.  All’invito che il presidente del Consiglio ha rivolto a Bersani, suggerendogli di silenziare un governatore della Puglia ritenuto troppo estremista,  Nichi Vendola ha risposto da par suo, mandando i ricchi al diavolo, che per lui ha la faccia di Vladimir Putin. Non è dato sapere se con quelle parole il leader di Sel volesse evocare una deportazione di massa   degli abbienti in qualche gulag siberiano, sta di fatto che  con una sola battuta è riuscito a spazzar via l’opera di rasserenamento che il segretario del Pd aveva  messo a punto per tranquillizzare chi ha qualche risparmio.  A tal proposito si segnala  una mossa del candidato unico della sinistra, il quale dopo aver arruolato professori e giornalisti per non sembrare un trucido funzionario dell’era comunista, ora è riuscito a mettere in lista perfino l’ex direttore della Confindustria. Noi eravamo fermi a Walter Veltroni che nelle passate elezioni, per  conquistare voti in Veneto, aveva schierato Massimo Calearo, con i risultati che tutti sanno e la giravolta dell’ex presidente di Federmeccanica a molti nota.  Bersani, pur di tranquillizzare l’elettorato moderato, ha superato il predecessore e non escludiamo che tra poco arrivi a candidare lo stesso Berlusconi.

Ma a proposito di miracoli elettorali: in prossimità dell’apertura dei seggi  abbiamo assistito anche ad una riunificazione fino a ieri impensabile. Non  parliamo dell’alleanza tra la Lega e il Pdl, con tanto di passo indietro del Cavaliere. Quella in fondo era una mossa scontata, a meno che gli ex alleati di centrodestra non si fossero votati alla sconfitta sia alle Politiche che alle Regionali. No, il prodigio compiuto da Monti riguarda Maroni e Tremonti. Quand’erano entrambi ministri, il primo degli Interni e il secondo dell’Economia, i due si detestavano cordialmente e dall’entourage dell’attuale segretario leghista non passava giorno che non si facesse notare che Giulio con il Carroccio non aveva nulla da spartire: amico di Bossi ma non della Padania. All’idea che l’uomo dei conti transitasse sotto le bandiere verdi, alcuni si erano perfino incaricati di far sapere che per iscriversi al movimento di Alberto da Giussano  era indispensabile passare il vaglio degli organismi di partito. Ma ora, a un mese e mezzo dalle elezioni, Tremonti è diventato addirittura il candidato premier del  Nord.   

Altro prodigio compiuto dal Professore riguarda Beppe Grillo. Da quando lui è in campo le ambizioni politiche del comico genovese sembrano essersi spente. Alle elezioni siciliane il Movimento cinque stelle era diventato addirittura il primo partito, ma ora che si avvicinano le urne per il rinnovo del Parlamento l’avanzata dei grillini pare essersi arrestata. Anzi: i sondaggi segnalano una ritirata di consensi al punto che ieri il fondatore ha annunciato che dopo il voto tornerà ad occuparsi di teatro, come se la parentesi politica fosse conclusa.

Fra tanti miracoli compiuti dal Salvatore di Palazzo Chigi, ce n’è però uno che stenta a decollare ed è quello che lo riguarda più da vicino. Non si tratta del Pil o della crescita, ma delle percentuali che il suo movimento, «Scelta civica con Monti per l’Italia»,  raccoglierebbe. A differenza di quanto veniva assicurato, i consensi non aumentano, ma anzi arretrano, anche se di poco. Il pessimo segnale è arrivato alle orecchie sempre sensibilissime, nonostante l’età, di Eugenio Scalfari, il quale non più tardi di un paio di settimane fa si era scomodato a salire le scale di Palazzo Chigi per intervistare lo stesso Monti. 

Il Pontefice di Repubblica aveva benedetto il Redentore, lasciando intendere che l’agenda del Professore fosse una specie di Nuovo Vangelo. Ma da quando l’ex rettore ha deciso di candidarsi, anche se per interposta persona, mettendo Fini e Casini al suo posto, Scalfari ha ritirato la benedizione. Nel consueto sermone domenicale il predicatore del quotidiano di Largo Fochetti  si è detto deluso, sostenendo che la lista Monti rischia di rendere ancor più ingovernabili Camera e Senato.  La delusione di Scalfari è stata tale che il fondatore non ha esitato ad affibbiare a Monti il soprannome di Bettino Craxi, accusando il presidente del Consiglio di voler lucrare con la propria percentuale di minoranza una rendita di posizione, ricattando se del caso la coalizione vincente. 

Insomma, il messia è riuscito a mettere tutti d’accordo contro di sé, rianimando la campagna elettorale. Grazie a lui si è capito che il 24 febbraio Bersani può anche perdere.  

 

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