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L'editoriale

Voti Monti, ti prendi Vendola (e forse Ingroia)

Tutti contro Berlusconi, come ai tempi dell'Ulivo: stessi inciuci, stessi slogan. E, vedrete, stesso fallimento

18 Gennaio 2013

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di Maurizio Belpietro

Manca poco più di un mese all’apertura dei seggi e la campagna elettorale sembra sempre più simile a quelle cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Ne abbiamo scritto ieri, a commento delle notizie trapelate dai Palazzi di giustizia: la decisione del tribunale di Milano di accelerare la sentenza del processo Ruby (mentre altri giudici hanno opportunamente sospeso il giudizio sul caso Unipol), le perquisizioni nella sede della Lega e perfino l’arresto del sindaco di Parma per fatti risalenti ad alcuni anni fa, ci hanno ricordato che in Italia non è possibile scegliere da chi farsi governare senza essere condizionati dalle indagini giudiziarie. Da tempo in questo Paese la giustizia è un elemento chiave della battaglia politica: in suo nome si liquidano carriere o se ne determinano altre, ne sono d’esempio non solo i percorsi di Antonio Di Pietro e di Luigi de Magistris, ma ora anche quello del vice procuratore di Palermo Antonio Ingroia. Dopo anni trascorsi a indagare  su Silvio Berlusconi, cioè contro il capo del centrodestra,  ora il pm ha dato vita a un movimento  che ha come dichiarato obiettivo di combattere il Cavaliere.

Oltre che  per la nascita di un partito apertamente manettaro, la campagna elettorale somiglia stranamente a quelle passate per un altro motivo. Più si avvicina la scadenza elettorale e più tende a formarsi un «rassemblement» antiberlusconiano.  Da una parte il centrodestra e il suo leader, dall’altra tutti gli altri, comprendendo nel tutti non solo Pd e Sel, che alle prossime elezioni sono alleati, ma anche la lista Monti, Rivoluzione civile di Ingroia e non è detto che alla fine di questo schieramento non faccia parte un pezzo del movimento Cinque stelle fondato da Beppe Grillo. A prescindere dalla presenza del presidente del Consiglio, a guardarlo bene l’inciucio ricorda l’Ulivo tenuto a battesimo anni fa da Romano Prodi. Stesse facce, uguali slogan, probabile un identico fallimento.

Già, perché il problema è che per mettere insieme una gioiosa macchina da guerra che combatta il Cavaliere, si finisce per arruolare un po’ tutti, schierando una vera e propria armata Brancaleone, dove il solo collante è l’antiberlusconismo. Tuttavia, una volta battuto il leader del centrodestra, si rischia ciò che è accaduto con il primo e il secondo governo Mortadella: cioè esecutivi con durata massima di anni due.  Da quando l’avanzata di Pier Luigi Bersani si è fatta meno trionfante e il segretario del Pd è costretto a registrare la rimonta dell’avversario, a sinistra sono cominciate le grandi manovre per recuperare i voti che mancano. E così il Pd ha prima aperto a Monti e al suo centrino fatto di riciclati da 30 anni in Parlamento, poi, non essendo probabilmente sufficienti neppure i parlamentari eletti sotto l’insegna della scelta civica, ora gli uomini del Partito democratico ci provano con Antonio Ingroia, cercando di convincerlo a non presentarsi in alcune regioni chiave. L’ex pm nega ovviamente d’essere interessato al maxi inciucio, ma il suo rifiuto funziona un po’ a corrente alternata e la sensazione è che dietro al no ci sia soltanto la volontà di alzare il prezzo, ovvero di garantirsi un posto di rilievo nel prossimo esecutivo, magari, perché no, la seggiola di ministro della Giustizia.

Non escludiamo dunque che da qui alla presentazione delle liste (e forse anche dopo) si concludano patti segreti e inconfessati, che hanno come unico obiettivo la vittoria, certo non il governo. Perché il problema, come è noto, non è battere Berlusconi, ma essere in grado di guidare il Paese l’indomani. E come si fa a mettere intorno al tavolo di Palazzo Chigi forze tanto diverse e programmi diametralmente opposti come quelli della incredibile armata grigio-rossa? Monti vuole il rigore e Vendola i soldi del rigore se li vuole fumare per  dare il salario minimo garantito ai disoccupati. Bersani vuole la patrimoniale, il presidente del Consiglio invece la respinge, ma il governatore della Puglia la metterebbe anche sui mattoncini della Lego, mica solo su quelli della casa. Stessa cosa per quanto riguarda il mercato del lavoro. Monti e la professoressa Fornero hanno varato una riforma che Nichi Vendola vorrebbe smontare con un referendum.  Bersani  invece sulla questione è più prudente, ma se della gioiosa macchina da guerra antiberlusconiana entrerà a far parte anche Ingroia ci sarà un altro che vuole cancellare il lascito montiano. L’ex pm è per il diritto al lavoro, il prossimo ex premier per il diritto al pareggio di bilancio. Dal palco della sua Rivoluzione civile il magistrato che ha passato a inseguire i fantasmi della trattativa fra Stato e mafia vuole abolire l’Imu, mentre il professore dalla cattedra della Bocconi ha trascorso gli ultimi anni alla ricerca di uno strapuntino istituzionale e pur vergognandosi dell’imposta non ha nessuna intenzione di levarla. Bersani dice che il redditometro serve ad acchiappare i ladri di polli (ma nel 2010 ne sollecitò l’introduzione), ma la trappola l’ha firmata quindici giorni fa il ministro dell’economia di Mario Monti. Insomma, quella che avanza nel disperato tentativo di fermare Berlusconi non è neppure un’armata Brancaleone, ma un’insalata russa, anzi rossa, perché se si mettono insieme Bersani, Fassina, Vendola, Ingroia, Ferrero, Diliberto e gli altri compagni che militano in Pd, Sel e Rc, si capisce che il centrino fondato dal presidente del Consiglio e dai baciapile che lo sostengono conterà poco.  A decidere sarà la sinistra, mentre a desistere da ogni velleità di cambiare il Paese sarà Monti.    

 

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