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L'editoriale

Pochi numeri, troppo potere. E' ora di fermarli

Dalle tasse all'Imu, è corsa a sembrare il Cav. Che ora dovrebbe la vera riforma del lavoro: ridurre lo strapotere dei sindacati costringendoli a rispettare le regole

8 Febbraio 2013

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di Maurizio Belpietro

Quello che sto per scrivere non piacerà a Silvio Berlusconi. Purtroppo  per lui, che si crede unico e inimitabile, da qualche tempo il Cavaliere ha un clone. Si tratta di una brutta copia, ma, come certi prodotti che arrivano dalla Cina scimmiottando l’originale, l’imitazione riproduce seppur grossolanamente i tratti principali del leader del centrodestra. Il falso ha un nome: Mario Monti. Da quando si è buttato in politica, anzi, come sobriamente ama dire lui, vi è salito, quasi che l’impegno pubblico fosse un autobus, il presidente del Consiglio ricopia tutti gli stilemi di Berlusconi. Silvio si fa ritrarre con il nipotino? Il premier convoca i fotografi e fa altrettanto. Il Cavaliere annuncia l’intenzione di togliere l’Imu e di restituire la rata già pagata? Il Professore lo segue a ruota e oltre al taglio dell’imposta municipale lancia la riduzione dell’Irpef, dell’Irap e già che c’è ci aggiunge pure lo sgravio della tassa sull’ombra, cioè della gabella imposta sulle tende dei pubblici esercizi. Il leader del centrodestra posa con un cagnolino in braccio? Il replicante va dalla Bignardi e si concede davanti alle telecamere con una barboncina bianca, adottandola e ribattezzandola in diretta Empy, da empatia, stato d’animo che il premier manifesta ogni qual volta incontri un disoccupato, entrando in sintonia con il disagio e la sofferenza di chi ha perso il lavoro.

 Tale è la voglia di somigliare all’originale che ci si attende a giorni che il Clone inizi a raccontare barzellette. Già l’altra sera, su La 7, ci ha provato, ma avendo avuto come spalla Geppi Cucciari non gli sono venute molto bene, prova ne sia che nonostante l’impegno degli assistenti di studio che invitavano il pubblico in sala ad applaudire, nessuno ha riso. Per sembrare umano e non il robot rappresentato da Maurizio Crozza, Monti si è perfino messo a bere birra, ma a dar retta ai risultati dell’auditel il gradimento del pubblico è rimasto comunque piuttosto basso.

Tuttavia, tralasciando i tentativi di clonazione, bisogna riconoscere che il Cavaliere, ovvero l’uomo che vanta il maggior numero di imitazioni in politica, pur essendo stato dato per spacciato molte volte, continua a dettare le regole della campagna elettorale. È ai suoi temi e alle sue trovate che si uniformano gli avversari. I quali, non a caso, dopo aver riso delle sue proposte in materia di Fisco e di lavoro si sono lanciati a ruota, inseguendolo sul terreno delle promesse di riduzione delle imposte e di incentivi per creare nuovi posti di lavoro. Bersani, che si fa forte di un programma tra i più deboli e generici che si siano mai visti in una competizione politica, ieri ha sparato l’idea di rastrellare 50 miliardi da dare alle imprese ed è probabile che prima del 24 febbraio arrivi a copiare altre cose dal programma di centrodestra.

Visto che per convincere gli elettori a votarlo, ogni candidato scimmiotta i temi della campagna del Cavaliere, mi permetto di suggerire un argomento che incontrerebbe il favore di molti italiani, in particolare di quelli che hanno un passato liberale. La proposta si rifà all’argomento a cui oggi abbiamo dedicato il titolo più importante del giornale, vale a dire i sindacati. Come i lettori sanno, perché ne ho scritto spesso, io ritengo le confederazioni un freno allo sviluppo di questo Paese. Non c’è riforma, non c’è innovazione  alle quali Cgil, Cisl e Uil non si siano opposte. Basti pensare che in questo Paese siamo arrivati con un ritardo di vent’anni alla nuova legge delle pensioni e poi, proprio perché costretti dall’urgenza, l’abbiamo fatta male, affidandola alla Fornero e a Monti e producendo quel pasticcio ancora irrisolto che si chiamano esodati. Stessa storia con il lavoro: a furia di dire no all’abolizione dell’articolo 18 il governo dei tecnici ha partorito delle norme che invece di favorire nuova occupazione creano altra disoccupazione.

Insomma, il sindacato è la parte più retrograda di questo Paese. Una struttura burocratica e poco democratica (di ogni confederazione si sa il nome del futuro segretario un anno prima che gli organi preposti lo eleggano, perché a decidere non è la base ma i vertici) che condiziona i governi, e qualche volta li costringe alle dimissioni, anche se ormai rappresenta sempre meno lavoratori. In queste pagine documentiamo come Cgil, Cisl e Uil si attribuiscano più iscritti di quanti in realtà ne abbiano, così da accreditarsi di un potere che non hanno. Oggi ai sindacati aderisce una minoranza dei lavoratori e ne deriva che il loro potere di veto è un bluff. Ecco perché suggerisco a Berlusconi di usare l’argomento in campagna elettorale. Proponga una rivoluzione nel mercato del lavoro, cancellando i riti della concertazione e i fondi che lo Stato regala ogni anno alle confederazioni. Obblighi i sindacati al rispetto della Costituzione e cioè a presentare bilanci pubblici, rispondendo dei meccanismi di rappresentanza. Sarebbe un passo avanti della democrazia in azienda. E un passo indietro dei potentati che sulla pelle dei lavoratori hanno costruito le loro carriere.

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