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L'editoriale

Lo sfratto a Marino arriva dagli Stati Uniti

26 Luglio 2015

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Qualche giorno fa, rispondendo a Matteo Renzi che invitava lui e Ignazio Marino a governare o a lasciare il posto ad altri più capaci, Rosario Crocetta si chiedeva perché un presidente del Consiglio si debba occupare di chi guida la Sicilia o la capitale. «Ve lo immaginate Obama», diceva rivolto ad ospiti e conduttori della trasmissione In onda, «che dice al governatore della California di fare il proprio mestiere o dimettersi?».

È vero, il presidente degli Stati Uniti probabilmente non interverrebbe mai a gamba tesa nelle scelte di uno Stato o di una città e - a meno di gravissimi motivi - se lo facesse la sua sarebbe considerata un'indebita ingerenza. Ma l'Italia non è l'America e Matteo Renzi non è Barack Obama. Soprattutto l'inquilino della Casa Bianca non è il segretario di un partito, mentre al contrario l'inquilino di Palazzo Chigi è il capo del Pd, ossia della forza politica che sostiene sia Marino che Crocetta. Dunque, il premier ha titolo per dire la sua circa il governo di Roma e della Sicilia. Anzi. Ha il dovere di dire ciò che pensa e l'obbligo di dettare la linea alle due amministrazioni locali.  Perché è vero che ha tanti grattacapi e non sente certo la mancanza di nuovi guai, ma quello che accade nella Capitale e nella principale regione a statuto speciale è un affare che lo riguarda da vicino.

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