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L'editoriale

Vogliono rubarci voto e industrie

Le accuse della Procura sembrano deboli. Ma gli effetti politici rischiano di essere devastanti. In ballo ci sono la regione più ricca del Nord e alcune grosse imprese

13 Febbraio 2013

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di Maurizio Belpietro

Non conosco Giuseppe Orsi, non l’ho mai incontrato né ho mai ricevuto una sua telefonata per scrivere o non scrivere qualche cosa che lo riguardasse. Ho letto però le ragioni che ieri l’hanno portato in carcere. Mi riferisco all’inquinamento probatorio che ha indotto il giudice di Busto Arsizio a emettere un’ordinanza di custodia cautelare, non tanto alle accuse di tangenti milionarie le quali, se esistono, dovranno essere dimostrate in un regolare processo, che ci sarà fra mesi, forse fra anni. Secondo il magistrato, a giustificare l’arresto ci sono le pressioni che il presidente di Finmeccanica avrebbe esercitato su alcuni giornali, tra questi il Sole 24 Ore e il Messaggero. Sollecitazioni per ammorbidire qualche articolo, lamentele per pezzi giudicati troppo critici. Scrive il giudice che in tal modo Orsi cercava di «creare uno schermo di credibilità al suo operato», rivelando «la volontà di montare una campagna stampa retribuita e compiacente». Per quel che abbiamo capito, Orsi non era contento di come lo trattavano alcuni giornali e si dava da fare con il suo ufficio delle relazioni esterne per godere di buona stampa. Cioè quello che fanno tutti. Gli uffici stampa nelle aziende esistono per quello: per costruire la reputazione delle società e dei suoi manager. In qualche caso non ce n’è bisogno perché la fama  è già eccellente, in altri - come per imprese oggetto di indagine  giudiziaria - serve l’azione  dei professionisti della comunicazione.

Se quello che ha fatto Orsi è illegale, cioè telefonare all’editore del Sole 24 Ore per lamentarsi, ho la sensazione che le manette dovrebbero scattare per molti altri capitani d’industria e tralascio, per scongiurare una retata, i politici. 

Dice poi il magistrato che il presidente di Finmeccanica si era dato da fare per influire, tramite due ex dirigenti del Tribunale di Milano, sulla nomina che il Csm doveva fare a Busto Arsizio. Secondo l’accusa Orsi cercava di ottenere la designazione di un magistrato compiacente che togliesse l’indagine al pm che ora l’aveva tra le mani. Può essere che il numero uno della più grossa azienda italiana dopo la Fiat fosse tanto ingenuo da pensare di poter deviare i destini giudiziari dell’inchiesta che lo riguardava e fosse così sprovveduto da parlarne liberamente al telefono e in ufficio, senza sapere, lui che era alla guida di un’industria che custodisce segreti militari, che esistono le intercettazioni e le microspie? Sta di fatto che non è chiaro perché se il presidente di Finmeccanica è finito in carcere non abbiano fatto la stessa fine anche i due magistrati che gli tenevano bordone. Come poteva inquinare le prove e intervenire sul Csm? Con la complicità di un ex presidente della Corte d’Appello di Milano e con quella dell’ex presidente della Corte d’Appello di Venezia? E allora perché finisce nei guai solo Orsi? Ciò che è successo è talmente grave da pregiudicare la permanenza in libertà del presidente di Finmeccanica, ma non riguarda i suoi sodali? Può darsi che mi sfugga qualcosa, ma in questo momento sono a dir poco perplesso.

Insomma, non conosco il manager pubblico messo in gattabuia, ancor meno so delle vicende che lo vedono coinvolto e quindi non ho nessuna intenzione di prenderne le difese, ma in un momento delicato per le nostre poche multinazionali (vedi il caso Eni) avrei preferito maggior cautela. Non dico di chiudere gli occhi su fatti criminosi, ma piuttosto di attendere che ci fosse il nuovo governo. Dato che tocca all’esecutivo nominare i vertici di Finmeccanica (e non si capisce perché quello in carica, ancorché dimissionario, non lo abbia fatto al primo stormir di fronda di mazzette, ma si sia cullato nell’attesa che il lavoro di cacciare Orsi lo facessero i giudici), si rischia un limbo assai pericoloso e dannoso per gli interessi nazionali, che quel gruppo in molti settori rappresenta.

Già che ci sono mi sia consentita anche qualche osservazione a proposito della coincidenza tra arresti ed elezioni. Non ho nessuna intenzione di parlare di giustizia a orologeria né di pm che entrano a gamba tesa nella competizione in corso e neppure di un’operazione per far dimenticare o pareggiare lo scandalo «rosso» del Monte dei Paschi di Siena. Sta di fatto che difficilmente questa faccenda non influirà sulle urne, in particolare in Lombardia, una delle Regioni che decideranno la vittoria il 24 e 25 febbraio. Orsi, nonostante sia stato nominato da Monti, non so perché viene dato in quota centrodestra, vicino a Comunione e liberazione e alla Lega, così almeno riferiscono fonti di corridoio. Facile dunque che il suo arresto sia messo sulle spalle di Maroni, il quale non dovrà solo difendersi dall’odio di una parte del centrodestra - pronto a votare Ambrosoli e dunque a regalare la Lombardia al Pd piuttosto che favorire l’ex ministro dell’Interno - ma anche dall’esplosione di uno scandalo a pochi giorni da una scelta decisiva. Così come danneggerà l’immagine del centrodestra la «coincidenza» che proprio ieri, per la vicenda della Fondazione Maugeri, sia stato accusato di corruzione e associazione a delinquere il governatore uscente della Lombardia, Roberto Formigoni.

Come detto, questa Regione è vitale per Bersani e Monti: se la perdono è certo che i loro sforzi per mettersi d’accordo dopo il voto saranno inutili. È per questo che, mentre continua la rimonta del centrodestra, a Milano e dintorni il centrosinistra si gioca tutto. Il segretario del Pd ha fatto appello a tutti quelli che sono alternativi a Pdl, Lega e Fratelli d’Italia affinché vadano in soccorso di Ambrosoli. Il termine magico è voto disgiunto: votate chi volete alla Camera, ma in Regione e al Senato mettete la crocetta sul nome del candidato progressista. Molti, da Pezzotta a Giannino ma anche qualche esponente vicino a Ingroia, hanno già risposto esplicitamente con un sì. Altri, pur non dichiarandolo (Monti e numerose persone a lui vicine) si apprestano a farlo, con il manifesto intento di sbarrare la strada a Maroni e Berlusconi. Non so che razza di governo possa uscire da una maggioranza arlecchino che ha ricevuto il soccorso dell’alta borghesia bancaria, della sinistra più radicale e della magistratura più oltranzista. So che il risultato sarà una presa in giro degli elettori. Ancora una volta si metteranno insieme contro qualcuno e non per fare qualcosa. Ancora una volta, il Paese, la sua economia, i suoi lavoratori e le sue imprese (tra le quali ci metto Eni e Finmeccanica) verranno dopo gli interessi personali di una Casta che dice di essere la società civile, ma è solo un’associazione a interdire chi vuole cambiare l’Italia.

 

 

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