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L'editoriale

Franceschini abbaia ma non morde: altra figuraccia mondiale

19 Settembre 2015

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Dario Franceschini, l'uomo che nel Pd è ricordato come una parentesi fra la segreteria di Walter Veltroni e quella di Pierluigi Bersani, oggi è ridotto a essere una parentesi tra un crollo dei siti archeologici e un'assemblea sindacale in cui vengono lasciati fuori dai cancelli dei musei i turisti. Di lui, ministro dei beni culturali, si parla infatti solo quando c'è un guaio, compresa la nomina di direttori che non hanno i requisiti per essere nominati, per il resto silenzio.

Il responsabile del patrimonio culturale nazionale, l'uomo cui Matteo Renzi ha affidato ciò che definì il vero tesoro italiano, anche ieri è stato evocato a proposito. Avendo i lavoratori del Colosseo deciso di riunirsi in assemblea, chiudendo i cancelli del prestigioso sito a centinaia di visitatori provenienti da ogni parte del mondo, la Parentesi ministeriale ha deciso di far sentire la propria voce, dando l'altolà alla Cgil. «Ora basta», pare che abbia dichiarato, «faremo subito un decreto per classificare i musei come i servizi pubblici».

Ovvero, aggiungiamo noi, qualcosa di indispensabile che non sia possibile interrompere senza un minimo di preavviso. I custodi di Pompei o di Roma come i tranvieri e piloti di linea? L'idea in effetti non è campata per aria, perché di fronte ai siti archeologici stazionano centinaia di persone e dunque non è bello chiuderle fuori senza avvertirle per tempo. Non sono dunque queste dichiarazioni del ministro a stupire, ma il fatto che ad ogni incrociar di braccia confederale lo stesso intimi lo stop all'agitazione senza poi attuare ciò che ha annunciato.

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