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L'editoriale

Soldi pubblici regalati da governi a caccia di voti

29 Settembre 2015

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Anni fa, Stefano Livadiotti, giornalista dell’Espresso con la passione di scovare privilegi e misfatti, scrisse un libro raccontando i trucchi del sindacato per fare soldi. Fra tanti sistemi, nel volume se ne raccontava uno che riguardava il 5 per mille. Nel capitolo si spiegava come i centri di assistenza fiscale vicini alle confederazioni fossero riusciti a lucrare sulla quota Irpef che ogni contribuente può decidere di destinare ad associazioni di volontariato e di ricerca. «Se la percentuale di italiani che indica un beneficiario del 5 per mille in media si assesta intorno al 55%, nel caso di chi si rivolge ai centri di assistenza fiscale di Cgil, Cisl e Uil si arriva all’80 per cento», scrisse il collega. Livadiotti si incaricò anche di seguire le piste, ovvero di conoscere i beneficiari di tanta generosità, scoprendo che spesso chi presentava la dichiarazione dei redditi tramite Caf donava il 5 per mille a un’associazione legata allo stesso al Caf. Insomma, con una mano gli uffici del sindacato compilavano il 730, con l’altra incassavano. Una montagna di soldi, non spiccioli. Già nel 2007, anno in cui Livadiotti mandò in stampa la sua inchiesta, la somma superava i 400 milioni, ossia una bella torta di fondi pubblici che finivano spartiti fra le organizzazioni vicine al sindacato. All’epoca il giochino del 5 per mille era provvisorio, ma il governo Prodi si incaricò di renderlo stabile e l’incarico di scrivere le regole definitive fu affidato a chi il sindacato lo conosceva bene, ossia il senatore Giorgio Benvenuto, ex segretario della Uil.

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