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L'editoriale

Renzi non può decidere la guerra e dircelo dopo

5 Marzo 2016

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Ora che è salvo lo posso dire senza temere di danneggiarlo o di metterne a repentaglio la vita. Conosco Gino Pollicardo, il tecnico rapito in Libia insieme con altri tre dipendenti della Bonatti di Parma, due dei quali purtroppo uccisi in uno scontro a fuoco tra jihadisti e forze di polizia libiche. Per la verità conosco più la famiglia di Gino che lui, perché il tecnico rapito, pur essendo nato alle Cinque terre, in Liguria, è sempre all’estero alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario. Quei fazzoletti di spiagge racchiusi tra Monterosso e Riomaggiore li ha visti per l’ultima volta alla fine di luglio dello scorso anno, prima di partire per la Libia. Doveva essere il solito periodo in cantiere lontano dalla famiglia: un mese o poco più. Invece la lontananza è durata oltre sette mesi. Duecentodiciotto giorni trascorsi senza alcun contatto con il mondo civile, senza sapere se e quando sarebbe tornato a casa. Gino nelle foto diffuse ieri, dopo che si è autoliberato dalla prigionia insieme con il compagno di detenzione Filippo Calcagno, appare provato, dimagrito e con la lunga barba bianca.

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