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L'editoriale

Un milione per aver distrutto la Popolare. Zonin lo restituisca

10 Marzo 2016

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Gianni Zonin è un signore di 78 anni che sta seduto su una montagna di milioni. Gli agiografi che di lui si sono occupati raccontano che sia il maggior produttore di vino in Italia, uno che ha tenute in undici regioni e può imbottigliare il Nero d’avola nel feudo Principi di Butera, il Refosco nella tenuta Ca’ Bollani, il Chianti in quella di Castello d’Albola, l’Aglianico o il Negroamaro nella Masseria di Altemura. Gli ettari non si contano: di sole vigne ne avrebbe 1900, ma al numero di terreni messi in produzione vanno aggiunti i boschi, le colline, le ville e i castelli. Immense proprietà che nel corso degli anni si sono estese fino in Virginia, Stati Uniti, dove ha comprato i possedimenti dell’ex governatore James Barbour, 500 ettari di bosco e campagna con annessa residenza, che lui, Zonin, ha trasformato in una tenuta vinicola di cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot, pinot nero, barbera, nebbiolo, chardonnay, traminer, pinot grigio, viognier, malvasia e sauvignon blanc. Milioni di bottiglie che negli Usa si avvicinano ai 100 milioni di fatturato e in Italia ad oltre 150.  Perché un tipo così, che da una vita naviga nell’oro, si sia fatto liquidare da una banca sull’orlo del fallimento un milione di stipendio non si capisce.

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