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L'editoriale

Bersani, in 48 ore da Palazzo Chigi alla pensione

L'ultimo disperato tentativo del segretario democratico è finito con un vaffa. Ora non gli resta che tornare con la coda tra le gambe dal Cav per cercare un'intesa sulle cose che servono al Paese

28 Febbraio 2013

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di Maurizio Belpietro

Le ambizioni del segretario piddino sono durate meno di ventiquattro ore. Già Pier Luigi Bersani aveva dovuto ridimensionare di molto i suoi piani, costretto a fare i conti con la realtà dei numeri post elezioni che davano il suo partito sotto il trenta per cento e dunque senza una maggioranza al Senato. Ma ora anche la speranza di riuscire a rabberciarne una, rincorrendo i voti grillini, pare un sogno destinato a morire all’alba. Dopo i risultati, il capo del Partito democratico ci aveva pensato un’intera giornata prima di  chiudere la porta in faccia a Berlusconi e lanciare un’opa sul Movimento cinque stelle. L’idea era frutto di un calcolo basato sulla convinzione che per comprarseli sarebbe bastato  offrire a Grillo  e ai suoi ragazzi qualche nocciolina: un posto  da presidente della Camera più qualche poltrona nelle commissioni che contano, dalla vigilanza Rai al comitato che sorveglia i Servizi segreti. Se non un ingresso a pieno titolo nel governo, il compagno segretario si sarebbe accontentato di un appoggio esterno. 

Tuttavia l’exit strategy messa a punto dopo che l’insuccesso gli aveva dato alla testa non ha avuto molta fortuna e a poche ore dalla sofferenza stampa in cui, pur riconoscendo che la sinistra non aveva vinto, si dichiarava pronto a governare col sostegno a Cinque stelle, Bersani, nel più puro stile grillino, ha ricevuto in risposta un sonoro vaffa. Un tweet ha infatti sepolto qualsiasi possibilità di collaborazione tra il Partito democratico e il Movimento. I seguaci del santone ligure non voteranno alcuna fiducia all’esecutivo improvvisato da Bersani. Anzi, per l’insistenza con cui il compagno segretario nei giorni scorsi si è rivolto ai neo eletti a Cinque stelle, parlando addirittura di scouting, cioè di possibilità di comprarseli, Grillo lo ha liquidato come «uno stalker politico, che da giorni sta importunando il M5S con proposte indecenti, invece di dimettersi come  al suo posto farebbe chiunque altro».  A Bersani vengono rimproverati i giudizi taglienti rilasciati in campagna elettorale, quando definì Grillo un pericolo per il Paese.  L’elenco è lungo: si va dalle frasi in cui il segretario del Pd accusava i grillini di essere fascisti del web, a paragoni arditi tipo Grillo come Lenin, Berlusconi e dittatorello da strapazzo. All’epoca, quando ancora nessuno immaginava che il comico potesse divenire il leader del primo partito d’Italia, gli attacchi si sprecavano e in particolare Bersani picchiava sulla scarsa trasparenza dell’M5S e sulla poca democrazia. Grillo ci porta al disastro. Grillo prende in giro la gente. Grillo vuole governare sulle macerie. Grillo è un populista pericoloso. Grillo fa finire fuori dall’Europa. 

Il campionario naturalmente potrebbe continuare, ma basta quanto citato per rendersi conto che la ruggine tra il compagno segretario e il comico riciclato in politica è più spessa di quel che sembrava e dunque ieri il santone a Cinque stelle ha liquidato in maniera tranchant l’offerta dello «smacchiatore fallito». Se il leader della sinistra pensava di aver trovato il modo di far quadrare il cerchio per poi presentarsi in tempi brevi al cospetto di Napolitano, si sbagliava e pure di grosso. È vero che la politica ci ha abituati a clamorosi voltafaccia e anche a straordinari voltagabbana, ma l’ipotesi di un governo a guida Bersani con il sostegno dei grillini diventa ora più improbabile. Pensare che Gargamella - così Grillo chiama Bersani - diventi un Grande Puffo rosso ci riesce infatti difficile.

E allora? Che fare? Al Lenin di Bettola non rimane che una sola via. Ovvero ritornare con la coda tra le gambe dall’odiato Cavaliere, il quale ieri ha fatto un discorso da statista, offrendo un accordo per garantire una guida stabile al Paese.  Non si tratterebbe, ovvio, di un inciucio (che favorirebbe solo il movimento Cinque stelle), ma di un’intesa per fare le cose che servono . Tra queste, prima della legge elettorale, che è cara solo ai politologi, sono necessarie riforme e misure in grado di rilanciare l’economia, facendo crescere le imprese e riducendo la disoccupazione.  C’è bisogno di un taglio delle tasse e i soldi per farlo si possono trovare grazie a una sforbiciata della spesa pubblica (compresa quella della politica) e la vendita dei beni dello Stato. Certo, l’operazione non è delle più semplici, soprattutto se si considera che a sinistra le imposte vorrebbero inasprirle, in particolare quelle sul ceto medio, ma altra strada non esiste. Non ci sono terze vie e non si devono ricercare bacchette magiche: bastano scelte coraggiose. Sarà in grado Bersani di prenderle? A questo punto, se non vuole passare alla storia come il liquidatore del Pd, uno dei tanti leader progressisti asfaltati da Berlusconi, non gli resta altro da fare. Auguri, dunque. E auguri anche al suo omologo tedesco, che ieri ha volgarmente insultato l’Italia al punto da far venire la mosca al naso perfino al sonnacchioso  Napolitano. Se questa è la sinistra europea, non c’è da lamentarsi di quella italiana. 

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Commenti all'articolo

  • lorenzovan

    28 Febbraio 2013 - 14:02

    il silviuccio in meno tempo dal quasi rischio di rivincere le elezioni ad una nuova pesante incriminazione.ç..compravendita di senatori e voti...lolololololol

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  • maxgarbo

    28 Febbraio 2013 - 14:02

    di solventi, inventarsi un nuovo smacchiatore!

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  • benso_ergo_cavour

    28 Febbraio 2013 - 12:12

    "L'ultimo disperato tentativo del segretario democratico è finito con un vaffa. Ora non gli resta che tornare con la coda tra le gambe dal Cav per cercare un'intesa sulle cose che servono al Paese". MA quale coda fra le gambe, ma quale Cav??? Belpietro, Lei dimentica un paio di cosine... Prima della (meritata) pensione, grazie a Grillo una vera legge su conflitto di interessi, corruzione, cancellazione norme ad personam e ad castam. Addio Berlusconi e (fatte le debite proporzioni) addio alle smargiassate gradasse di Belpietro. Che smacco pel Lei!

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