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L'editoriale

C'è chi aspetta la morte. Io aspetto l'eutanasia. L'editoriale di Vittorio Feltri

5 Settembre 2016

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Eugenio Scalfari ha superato da un pezzo i novanta anni e mi pare fisiologico che pensi alla morte. Ci pensa anche chi è meno vecchio di lui, che sabato ha recensito sulla Repubblica un libro dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, intitolato francescanamente “Sorella morte”, nel quale si esaminano con linguaggio dotto e anche semplice gli stati d’animo di coloro che si avvicinano al termine della vita senza avere la certezza di quello che succederà dopo aver esalato l’ultimo respiro. Il fondatore della Repubblica consapevolmente o no rivela una grande preoccupazione davanti alla prospettiva di andare all’altro mondo. Ne comprendo le ambasce. Anche io sono su di età e conosco i travagli che accompagnano l’avvicinarsi del giorno fatale. Ma a differenza di lui non mi pongo il problema di cosa succederà dopo il trapasso, bensì delle eventuali (probabili) sofferenze che lo precedono, di cui sappiamo molto per aver visto tanta gente tirare le cuoia con fatica e addirittura dolore.
Per Scalfari e per l’arcivescovo la cessazione della vita è un problema filosofico (e religioso). Essi si pongono in vari modi il solito dilemma: in che cosa consiste il passaggio nell’aldilà? Non lo dicono apertamente, ma si comprende dalle loro argomentazioni che sono combattuti: ci sarà o no un’altra esistenza oltre a quella terrena?

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