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L'editoriale

Il celibato è una difesa per i parroci. L'editoriale di Vittorio Feltri

13 Settembre 2016

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Non sono mai stato anticlericale. Anzi , devo molto ai preti (anche in termini di gratitudine) perché con il loro decisivo aiuto e conforto ho potuto fare cose che da solo non sarei riuscito neanche a cominciare. Ma fino a qualche anno fa non capivo per quale motivo la chiesa non consentisse ai sacerdoti di sposarsi e di vivere una vita normale, quella di persone qualsiasi.
Col passare del tempo invece ho mutato modo di pensare, nonostante sappia quale sia la sofferenza di un parroco condannato alla solitudine in canonica. Per lui - mi ha confessato un amico monsignore - il problema non è, come tutti noi supponiamo, l' insoddisfazione sessuale, alla quale non è difficile rimediare, bensì il senso di vuoto che prova il celibe per costrizione: ossia la mancanza di un affetto che riempia le serata, specialmente d' inverno, quando piove, e lui se ne va a letto e sente di essere abbandonato. L' unica sua distrazione è fissare il soffitto della stanza e contare le crepe nell' intonaco, in attesa del sonno. Così sempre, dal giorno della consacrazione a quello della pensione, al raggiungimento dei 75 anni. Quindi è da sciocchi non comprendere coloro che, durante il sacerdozio, cedono alla debolezza della carne e dello spirito. Sono uomini come noi e se a un certo punto si innamorano di una parrocchiana gentile non è il caso di scandalizzarsi e di farla tanto lunga con le accuse.

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