Cerca

L'editoriale

Bersani arrenditi: serve un governo

Il segretario del Pd non si rassegna alla sconfitta e punta a elezioni anticipate a giugno. Cosi altri soldi se ne andrebbero. L'alternativa? Sia meno arrogante e trovi un accordo con il Pdl

9 Marzo 2013

6

di Maurizio Belpietro

A me Pier Luigi Bersani ricorda uno di quei ragazzini cocciuti che, convinti di vincere la partita, scoprono all’ultimo di essere stati battuti e perciò si mettono a strillare dicendo che si deve rifare tutto. Da quando sono stati resi noti i risultati del voto, il segretario del Pd infatti non fa altro che ripetere o far capire che si deve tornare a votare. La sconfitta al posto della vittoria annunciata non riesce a mandarla giù e dunque vorrebbe buttare giù il Parlamento appena eletto e non ancora insediato. Probabilmente il leader del Partito democratico spera in tal modo di porre rimedio agli errori commessi, ottenendo il successo che gli è sfuggito di mano. Tra i suoi piani di sicuro c’è un’alleanza stretta con Monti e non più con Sinistra e libertà, che alla coalizione non ha portato quasi niente ma ha fatto perdere parecchio, allontanando gli elettori centristi. Con i voti del premier e un programma che strizza l’occhio ai grillini sui costi della politica, il compagno segretario conta di sfiorare il 40 per cento, o per lo meno il 35, in modo da assicurarsi la vittoria nelle regioni conquistate dal Pdl. 

Così, mentre Berlusconi è sempre più alle prese con i processi e Grillo invece è impegnato a far star zitti i suoi per impedire che gli elettori scoprano  quali simpatici buontemponi hanno eletto, Bersani si è convinto di avere la strada spianata verso Palazzo Chigi, anche perché nel caso in cui il Parlamento venisse sciolto subito e le elezioni indette per i primi di giugno, non ci sarebbe tempo per altre primarie e il petulante sindaco di Firenze sarebbe perciò costretto a tenere parcheggiato il camper in garage. Insomma, per quanto complessa sia, non si può dire che il leader del Partito democratico non abbia una strategia per uscire dall’impasse in cui si è ficcato e ha ficcato il Paese.

Peccato però che questa via d’uscita sia non solo rischiosa, ma anche costosa. E non soltanto per le note ragioni che vengono spiegate dagli analisti finanziari e cioè che l’instabilità si paga, perché senza una maggioranza c’è pericolo che lo spread rialzi la testa con effetti devastanti sul nostro debito pubblico, soprattutto ora che l’agenzia di rating Fitch lo ha retrocesso in serie B, classificandolo tra quelli ad alto rischio. Ma anche perché le elezioni non sono gratis. Le ultime sono costate secondo le stime diffuse dal ministero dell’Interno poco meno di 400 milioni: una somma servita per impiantare i seggi, rimborsare gli scrutatori e pagare il personale delle forze dell’ordine che ha vigilato sul regolare svolgimento della consultazione elettorale. Dalla cifra naturalmente sono esclusi i circa 160 milioni di rimborsi elettorali che i partiti incasseranno per aver ottenuto il nostro voto. Già, perché ogni volta che gli italiani esercitano il loro diritto, i cassieri tipo Lusi e Belsito si fregano le mani, perché possono contabilizzare introiti futuri  e sicuri. E vuoi mai che, con le nuove elezioni e senza di mezzo Ingroia, al Pd tocchi incassare qualche centinaia di migliaia di euro in più…

Votare costa poco meno di mezzo miliardo, un gruzzolo con il quale si potrebbero finanziare tante cose, a cominciare dalle cure che vengono negate ai malati di Sla per finire con la pensione di oltre 100 mila esodati. Provate a pensare a quei lavoratori che hanno faticato quarant’anni in un’azienda o in un ufficio e da mesi  aspettano di sapere che fine faranno, se cioè dovranno aspettare altri anni per ricevere il meritato assegno. E poi provate a spiegargli che per loro non ci sono i soldi e quei pochi che ci sono vengono spesi per rifare le elezioni e far contento Bersani, il quale vuole la vittoria che gli era stata pronosticata e non si rassegna alla sconfitta. Oh, certo, il compagno segretario dice che lui è per tagliare i costi della Casta e l’ha pure messo per iscritto nei suoi otto punti, ma intanto i costi li moltiplica. Se invece davvero avesse intenzione di ridurre gli sprechi e trovare le risorse per rilanciare la crescita, il modo lo avrebbe. Basterebbe mettere da parte i pregiudizi e smettere di fare i capricci proponendo al Popolo della Libertà di votare un governo con un programma di pochi punti, tra i quali la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti, il dimezzamento degli onorevoli, la modifica del bicameralismo perfetto (cioè del sistema che fa perdere un sacco di tempo perché le due Camere fanno esattamente le stesse cose, con un raddoppio dell’iter di approvazione di ogni legge) e la riforma delle leggi sbagliate fatte nell’ultimo anno dal governo Monti.

Insomma, se Bersani la smettesse di inseguire i giaguari e di coltivare sogni di gloria, il sistema per risparmiare e dare un governo al Paese ci sarebbe. La sola cosa che manca semmai è la voglia. Ma le tre B che si è preso ieri fra i denti potrebbero fargliela venire. 

Ps. Vorrei fare una domanda al compagno segretario: ma se andassimo a votare a giugno e gli italiani confermassero il voto del 24 febbraio, che farebbe? Chiederebbe di votare fino a che gli elettori non gli danno la maggioranza?

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • locatelli

    09 Marzo 2013 - 17:05

    ma che e il piano b?

    Report

    Rispondi

  • locatelli

    09 Marzo 2013 - 17:05

    qualcuno dica a bersani che a vinto a meta non a maggioranza fategli vedere i risultati elettorali

    Report

    Rispondi

  • locatelli

    09 Marzo 2013 - 17:05

    con voi del pd mai preferisco le nuove elezioni

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

media