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L'editoriale

Così Napolitano ha piegato la sinistra

Minacciando le proprie dimissioni e il voto a breve, ha aperto una crepa nel miuro di "no" che i democratici avevano alzato durante le trattative, Berlusconi ha dimostrato concretezza e ne esce vincitorore. Ma la guerra non è finita

30 Marzo 2013

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di Maurizio Belpietro

@BelpietroTweet

Per piegare l’ostinazione di Pier Luigi Bersani, il quale da un mese dice no a qualsiasi soluzione di governo che preveda un’intesa tra Pd e Pdl, Giorgio Napolitano è arrivato ieri a mettere sul tavolo le sue dimissioni, minacciando di andarsene con un  anticipo di un mese e mezzo rispetto alla scadenza naturale del suo mandato. Una mossa estrema,  che avrebbe avuto come esito un’accelerazione della crisi e molto probabilmente un rapido scioglimento delle Camere, già il prossimo mese. Come è noto, nel semestre che prevede l’addio al Quirinale, il capo dello Stato non può mandare a casa i parlamentari e indire nuove elezioni, dunque, nonostante l’impossibilità di formare un nuovo governo, avremmo dovuto rimanere nel limbo fino a metà maggio, cioè fino all’insediamento del nuovo Presidente. Questo mentre disoccupazione e spread vanno alle stelle e il Pil alle stalle. Facendo balenare le dimissioni Napolitano ha però fatto intuire che senza accordo tra Pd e Pdl il voto avrebbe potuto essere avvicinato e svolgersi in pochi mesi, prima insomma di quanto avesse messo in conto Bersani, il quale sin dal principio ha giocato ad allungare la crisi, prendendosela comoda e consultando anche i circoli del tè.

Lo spauracchio agitato dall’inquilino sul Colle però ha prodotto un primo effetto, provocando una crepa nel muro di no pronunciati dai vertici del Pd. Non si tratta di un patto di legislatura e nemmeno della firma di una tregua capace di consentire la nascita di un esecutivo transitorio. Il Partito democratico resta fermamente contrario all’idea di un governissimo, cioè di un gabinetto ministeriale di cui facciano parte sia i suoi uomini che quelli del Pdl. Nonostante le aperture di Berlusconi, che si è detto disposto perfino ad appoggiare Bersani in cambio di un legittimo riconoscimento fra le parti, al compagno segretario questa soluzione non piace e dice di non poterla far digerire alla propria base. Tuttavia, se ancora una volta hanno  pronunciato il niet all’ipotesi di un esecutivo di concordia nazionale, dal Pd sono stati costretti  a fare un’apertura che mai avrebbero voluto concedere. Dalla bocca di Enrico Letta, capo della delegazione inviata sul Colle (il segretario pare si sia rintanato nella sua Bettola a leccarsi le ferite per il mancato incarico di presidente del Consiglio) sono uscite alcune paroline molto chiare. In sintesi, il vicesegretario dopo aver sparato sulle larghe intese, ha però detto che non mancherà l’apporto responsabile del Partito democratico alle decisioni che il capo dello Stato prenderà. Come dire che fatta salva la contrarietà al governissimo, il Pd si piega alle scelte di re Giorgio, il quale ha mano libera nel decidere a chi affidare l’incarico di formare il nuovo esecutivo.

Si tratta di una marcia indietro di Bersani, al quale giovedì sera era stato concesso l’onore delle armi, cioè la possibilità di uscire dal Quirinale con ancora in tasca l’incarico di dar vita al governo: segretario congelato e non liquidato. Ma nonostante la formula, che gli consentiva di rimanere in campo e di fingere di avere ancora qualche carta da giocare, a tutti era parso chiaro che ormai la partita del numero uno del Pd era chiusa e a riaprire i giochi sarebbe stato Napolitano.  Il quale, messa da parte ogni velleità di intesa fra il Partito democratico e i Pentastellati  di Grillo (per manifesta indisponibilità di quest’ultimo) ha orientato la barra nella direzione opposta.

Bersani ovviamente esce con le ossa rotte da tutto ciò. Non solo ha perso elezioni che sembravano vinte in partenza, ha pure dimostrato di non essere capace di decisioni coraggiose, consegnandosi  nelle mani di un Movimento Cinque Stelle che mirava solo ad umiliarlo. Ma se per il leader della sinistra l’operazione si è risolta in una disfatta che quasi certamente pone fine alla sua carriera politica, per Silvio Berlusconi si tratta di un successo. Proponendo l’alleanza con il Pd egli infatti ha dimostrato senso di responsabilità e concretezza: una strategia che lo ha premiato a danno di chi per inseguire i grillini puntava ad espellerlo dal Parlamento, facendolo dichiarare ineleggibile e votando contro di lui la legge sul conflitto di interessi.

Ma attenzione: se il Cavaliere ha vinto una battaglia, non è detto che la guerra sia conclusa. Innanzitutto perché se il tentativo di Napolitano andrà in porto (lo sapremo presto, probabilmente già quest’oggi) poi il governo dovrà essere fatto e dovrà sciogliere nodi che non sono semplici. Chi lo guiderà sarà un politico o un tecnico e nel primo caso da che parte penderà? Sarà equidistante o farà il gioco della sinistra? Capirà che questa è un'occasione per riformare l'Italia o si piegherà ai voleri della Cgil? E in secondo luogo perché il varo di un esecutivo di cui fanno parte sia il Pd che il Pdl, non fermerebbe la caccia all’uomo che da anni è aperta contro Berlusconi. Anzi: un motivo in più per abbatterlo.

 

 

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Commenti all'articolo

  • gradam

    30 Marzo 2013 - 20:08

    E' proprio sicuro che berlusconi sia vincitore? Suppongo che abbia notato che in questo parlamento il PDL non può imporre sue leggi ne bloccare leggi altrui. Che tutte le leggi per essere approvate devono essere obbligatoriamente gradite al PD. Così come il futuro Capo dello Stato. E che il PDL non è neppure in grado di determinare nuove elezioni.

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  • Frenki

    30 Marzo 2013 - 18:06

    Non lagnatevi suvvia!! Il vostro capo al momento respira un pò, dopo il rischio che ha corso. I processi sono allontanati, la legge Gasparri non si tocca, il conflitto d'interessi è ormai in un cantuccio. Da grande stratega ha fatto fuori Bersani, il pappamolla, anche se l'ha aiutato il povero GRILLO che forse non se ne è nemmeno accorto, immerso com'è nei suoi piani giganteschi, povero mona.

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