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L'editoriale

Questi giocano. Si è stufato pure Renzi

Rischiano di volare i primi cento giorni del nuovo Parlamento. A Bersani non importa, vuole solo fare il premier. Il sindaco di Firenze si è rotto: "Basta perdere tempo"

3 Aprile 2013

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di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

Sono passati 38 giorni da quando gli italiani hanno votato e altri dovranno passarne prima che veda la luce un nuovo governo. Ieri  i presidenti delle Camere hanno comunicato che il 18 aprile inizieranno le votazioni per l’elezione del nuovo capo dello stato. Ammesso e non concesso che in un paio di giorni il Parlamento riesca a sbrigare la pratica, al cinquantaquattresimo giorno dopo il voto avremo un presidente della Repubblica ma non ancora l’esecutivo. Presumibilmente il nuovo inquilino del Quirinale prima di decidere il da farsi vorrà consultare Piero Grasso e Laura Boldrini, cioè la seconda e la terza carica dello Stato, quindi i presidenti emeriti Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, infine i rappresentanti delle diverse forze politiche. Poi  è possibile che l’uomo del Colle intenda sentire anche i facilitatori, nuova figura aggiunta a sorpresa ai già complicati riti della nostra Repubblica. Insomma, tra una consultazione e una cerimonia, diciamo che prima della fine del mese i balletti che precedono la decisione di affidare l’incarico di formare il governo o di sciogliere le Camere non saranno conclusi. A questo punto, dalle elezioni che hanno terremotato Palazzo Madama e Montecitorio saranno trascorsi 66 giorni. Nel caso il nuovo capo dello Stato ritenesse di  intravedere la possibilità di formare un nuovo governo, una volta affidato l’incarico, il prescelto per guidare l’esecutivo avrà tempo qualche giorno per le sue consultazioni. Nel caso si trattasse di Pier Luigi Bersani, cosa che il segretario del Pd desidera con tutte le sue forze, è possibile che si riparta dagli incontri con il Club alpino e il Wwf, e prima che siano conclusi quelli con la Lipu, cioè con la Lega protezione uccelli, ci vorrà un’altra settimana, cioè a circa 73 giorni dalla chiusura dei seggi. Mettiamo che Bersani ce la faccia, tra giuramento e insediamento dei nuovi ministri, nomine dei sottosegretari e assegnazione di uffici e auto blu, arriveremo all’incirca a 80 giorni dal voto, forse 85. I primi cento giorni, quelli che di solito sono il momento in cui tra elettori e governo si consuma la luna di miele, se ne sarebbe  andati quasi tutti. Non solo. Ma essendo ormai arrivati a maggio inoltrato, per prendere i provvedimenti urgenti rimarrebbero poche settimane, perché poi, come è noto, il Parlamento va in vacanza e se ne riparla a settembre.

Tutto ciò, nel migliore dei casi. Nell’ipotesi cioè che un nuovo governo si riesca a formare e che oltre a nascere abbia i numeri per farsi approvare disegni di legge e decreti. Nella eventualità che Bersani fallisca e non riesca a convincere i grillini a votarlo, che non basti neppure lo scambio sulla presidenza della Repubblica a smuovere il Movimento cinque stelle, beh allora i tempi si allungherebbero ancora un po’, nel senso che arrivati a fine aprile-inizio maggio bisognerebbe sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Ma non essendoci tempo per farle entro giugno ed escludendo che la consultazione degli elettori possa avvenire in una cabina sulla spiaggia anziché in quella elettorale, è presumibile che il voto slitti tra settembre  e ottobre. A questo punto ovviamente si ripartirà dalla prima casella, come al gioco dell’oca, cioè con l’insediamento delle nuove Camere, l’elezione dei rispettivi presidenti, dei capigruppo, e poi via con le consultazioni, di seconde e terze cariche, emeriti capi di stato e facilitatori, così, per non farci mancare niente.  In tal caso, se non ci saranno intoppi, per Natale avremo la fortuna di avere la buona novella. Sotto l’albero ci troveremmo il nuovo governo, fresco e pronto per operare con pieni e non più ordinari poteri.

Però è assai probabile che non avremo molto da festeggiare, perché nel frattempo saremo morti, noi e l’economia del paese, con la disoccupazione alle stelle e il Pil alle stalle, con tutto ciò che ne consegue, in fatto di tassa patrimoniale e rapine di stato dei risparmi privati. Ieri, Matteo Renzi , non Angelino Alfano, ha mandato a dire al suo segretario che si sta perdendo tempo e che di pause di riflessione ne abbiamo prese abbastanza.  Non serve consultare altri saggi né farsi aiutare dai facilitatori: è ora di decidere. La soluzione messa in campo dopo il fallimento di Bersani di dar vita a un nuovo governo non è soluzione, ma serve solo a prendere tempo, anzi a perderne.  Né ci si può consolare con l’idea che anche se dimissionario un esecutivo lo abbiamo e dunque siamo in grado di affrontare le emergenze. Il governo Monti è morto da un pezzo, e puzza talmente tanto che sarebbe ora di dargli degna sepoltura. Le prove che a Palazzo Chigi c’è un  cadavere – politico, s’intende – sono evidenti. Non solo la scorsa settimana abbiamo assistito alla vergognosa farsa riguardante i marò, con retromarcia del presidente del consiglio, il quale prima ha negato di essere stato informato poi ha ammesso di non aver prestato attenzione alla vicenda dei due servitori dello stato (forse era troppo occupato a cercare di ottenere il viatico per la presidenza della repubblica), ma ieri un’altra disgustosa commedia è stata messa in scena. Da giorni le imprese reclamano che lo stato paghi ciò che deve loro, erogando l’ossigeno finanziario di cui hanno bisogno. Monti, richiamato in vita con il preciso compito di adempiere all’impegno, prima ha promesso di liquidare in fretta il dovuto, poi ha cercato di far pagare agli italiani i saldi alle aziende, tramite l’anticipo dell’Irpef, infine, messo alle strette dalle proteste, è stato costretto a fare marcia indietro e annullare il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto dare via libera ai mandati di pagamento. 

Insomma, per quanto si sia parlato di riviviscenza, il governo dei tecnici ha cessato di respirare il giorno in cui Monti si è candidato e nulla potrà farlo tornare in vita. Questo tutti l’hanno capito, perfino Napolitano, che pure lo ha richiamato sulla scena del crimine. L’unico che insiste a non capirlo e a perdere tempo è Bersani. Il quale altro che premier in una seconda vita, come gli ha predetto il fratello. Lui vuole diventarlo in questa vita. E per raggiungere lo scopo è disposto a mandare in malora l’Italia. Per lui infatti il cambiamento è sinonimo di accanimento. Terapeutico.

 

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