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L'editoriale

Sul Colle un comunista. Coi baffi

Dopo Napolitano tocca a D'Alema? Max su economia, lavoro e giustizia ha espresso idee liberali. Poi però non ha potuto (o voluto) realizzarle. La sua candidatura è un rischio. Meglio non correrlo.

13 Aprile 2013

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di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

A un comunista che va, un comunista che viene. A quanto pare dopo Giorgio Napolitano, ex migliorista (anche nel senso di seguace del Migliore, cioè di Palmiro Togliatti, per conto del quale si incaricò di difendere i sovietici che spensero nel sangue la rivolta d’Ungheria), ci toccherà un altro erede del Pci. Così almeno lascia intendere l’intervista che ieri Silvio Berlusconi ha concesso a Repubblica. Al quotidiano dell’arcinemico Carlo De Benedetti il Cavaliere ha confidato d’essere disposto perfino a rimandare sul Colle un compagno, accantonando l’idea, dopo tanti presidenti della Repubblica se non ostili al centrodestra certo poco simpatizzanti, di un capo di Stato non di sinistra. Il leader del Pdl accetterebbe, in cambio di un accordo sul governo che probabilmente non si farà, ciò nonostante registriamo l’apertura. Ma anche se non ci fosse un’intesa, comunque il pericolo di un altro inquilino quirinalizio cresciuto all’ombra di Enrico Berlinguer non sarebbe scongiurato. Se il Pd intendesse forzare la mano, basterebbe infatti un manipolo di grillini a consentire l’elezione di un altro comunista o, come si preferisce dire ora,  di un progressista. Dunque, prepariamoci.

Di nomi ne sono stati fatti molti, da Anna Finocchiaro a Luciano Violante, per arrivare a Massimo D’Alema, ma il più papabile resta quest’ultimo, per una serie di motivi. Il primo è che l’ex presidente del Consiglio è uno degli uomini forti del Pd. A differenza della Finocchiaro e di Violante è l’unico a disporre di una legione dentro il partito. Si può discutere quanti siano gli aderenti della corrente dalemiana, se siano più i bersaniani o i renziani, ma che un certo numero di membri d’apparato facciano capo a lui è fuor di dubbio.  Seconda ragione per cui rispetto ad altri il lider Maximo ha più possibilità di riuscita è che a ricoprire quella carica ambisce da anni. Non che Finocchiaro e Violante disdegnino la poltrona: chiunque faccia politica in cuor proprio desidera fare il presidente della Repubblica, ruolo che da solo, anche senza sforzo ma recitando banalità quotidiane, dà prestigio. La differenza consiste nel fatto che D’Alema non solo sogna di diventare capo dello Stato, ma lavora per esserlo.  Sono anni che si prepara alla funzione: ai tempi dell’elezione di Giorgio Napolitano l’incarico già se lo sentiva in tasca, ma  come è andata a finire si sa. 

Per sette anni  Baffino di ferro  (soprannome che gli appiccicò Giampaolo Pansa) ha masticato amaro, preparando la rivincita. Prima si è fatto nominare ministro degli esteri, epoca secondo governo Prodi, poi caduto Mortadella si è dedicato alle relazioni internazionali, cercando di costruire una sua rete. Obiettivo: presentarsi  agli occhi degli italiani e all’estero come un politico rispettato nei circoli che contano in Europa e negli Stati Uniti. Del resto, non bisogna dimenticare che, a parte qualche scivolone (l’accoglienza al terrorista curdo Ocalan  e la passeggiata a braccetto con un capo di Hezbollah, movimento libanese che non ha mai disdegnato le armi), D’Alema è stato il presidente del Consiglio postcomunista che ha concesso basi e aerei per bombardare il comunista Slobodan Milosevic  e di questo gli americani gliene sono grati. E poi, diciamoci la verità, da presidente del Copasir, cioè della commissione di vigilanza sugli 007, qualche segretuccio lo ha appreso.  

Naturalmente D’Alema, così come può contare su tanti amici, deve mettere in conto anche tanti nemici, a cominciare da quelli all’interno del suo partito. Gli stessi che sette anni fa contribuirono ad affossarne la candidatura al Colle, preferendogli Napolitano. E probabilmente sempre gli stessi che pochi giorni fa hanno contribuito a mettere in circolo la notizia di un suo coinvolgimento nell’affare Serravalle. Ma Baffino è furbo e questa volta non intende farsi fregare. È  per ciò che si è proposto come mediatore fra Renzi e Bersani, incontrando il sindaco di Firenze e facendo da pompiere. L’idea del pacificatore, del grande vecchio che ha esperienza  -  segretario di partito, presidente del Consiglio, ministro degli esteri - gli giova. Così si propone come super partes, come figura di garanzia. Esattamente quello che ci vuole per il Quirinale.

Ma come sarebbe Spezzaferro (altro soprannome, dovuto alla fama di saper piegare i tappi delle birre con due dita) nei panni di presidente della Repubblica?  Difficile dirlo. Certo, ripensando agli anni passati, quando si sentiva predestinato a ridisegnare la cornice costituzionale del Paese e deciso a passare alla storia come uno dei padri riformatori, le idee erano molto differenti da quelle del vecchio comunista che conosciamo. Nel  1996, pochi mesi dopo la vittoria dell’Ulivo, in un’intervista disse cose che potevano stare tranquillamente in bocca a un liberale come Antonio Martino, sostenendo che la sinistra non doveva fermarsi a «difendere l’idea di lavoro fordista, il posto di lavoro». E alla festa dell’Unità, da segretario del Pds, annunciò di non voler  «difendere la vecchia cornice dei diritti acquisiti e delle garanzie», ma di voler «governare una società aperta, flessibile», nella quale si rinuncia «alla vecchia idea di un posto fisso e di una carriera immobile».

Ancor più chiaro fu sulla giustizia, quando divenne presidente della Bicamerale, assicurando che la magistratura sarebbe stata uno dei temi che più avrebbero impegnato la commissione. E infatti affidò a Marco Boato, un ex radicale nemico giurato di certe procure, il compito di essere il relatore sui temi degli eccessi giudiziari. Boato, spalleggiato da Baffino di ferro, predispose una bozza di ritocchi alla Costituzione che prevedeva la modifica della composizione del Csm (meno toghe e più laici) e inaspriva i procedimenti disciplinari contro i magistrati. 

Attenzione però,  l’ex segretario del Pds resta sempre un compagno e come ognuno può ricordare di quelle idee, sullo stato sociale e sulla giustizia, non ne applicò nessuna. Forse gli mancò il coraggio. Forse la doppiezza comunista lo portò a dire alcune cose e farne altre. O forse, essendo una vecchia volpe rossa, D’Alema tentò due o tre giochi insieme, riuscendo solo ad incartarsi. Purtroppo per capire qual è la risposta giusta c’è un solo modo e cioè vederlo all’opera lassù, sul Colle, senza l’ostacolo di dover compiacere i suoi elettori. Tuttavia, ammetto che il rischio è piuttosto elevato e per  quel che mi riguarda non ho nessuna voglia di correrlo. 

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Commenti all'articolo

  • mabo20131938

    07 Gennaio 2015 - 22:10

    Devo dire che mi ha grandemente divertito l'augurio di "buon lavoro" rivolto da Papa Bergoglio alla Bonino, al termine di un loro incontro. Ma lo sa il buon Papa Francesco qual'è stato e qual'è ora il "lavoro" della virago? In passato e ne mena gran vanto è stato procurare aborti con una pompa di bicicletta. Oggi è di affossare, azzerare la Chiesa Cattolica e tutta la sua struttura.

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  • veneziana49

    13 Aprile 2013 - 12:12

    ...non posso nemmeno immaginare di avere come Presidente della Repubblica un D'Alema o un Prodi!Ma nemmeno un Marino o un Amato! Ma scherziamo? Mi vergognerei di questi! Se proprio dev'essere di sinistra proporrei comunque una donna: Bonino o Finocchiaro. Mi sembrano competenti e piuttosto giovani e grintose, potrebbero garantire davvero un controllo superpartes.

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  • noncirestachepiangere

    13 Aprile 2013 - 11:11

    ... che bella sorpresa nell'uovo post Psqua!

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