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L'editoriale

Larghe intese sì, amaro Giuliano no

Per colpa della sinistra ci ritroviamo al Quirinale un vecchio presidente spacciato per nuovo e a Palazzo Chigi rischiamo di vedere Amato. Quello dello scippo notturno ai conti correnti degli italaini

20 Aprile 2013

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di Maurizio  Belpietro

Ci sono voluti 54 giorni, un mandato esplorativo, dieci saggi, la rottamazione di due padri fondatori, le dimissioni di un segretario e un presidente del Pd, l’intera dirigenza della sinistra sotto un treno per arrivare infine alla logica conclusione che il Partito democratico non ha vinto le elezioni e dunque non ha i numeri né per fare il governo né per imporre il presidente della Repubblica. Se non ci fosse stato di mezzo Bersani, cioè il più tetragono e miope capo post comunista che si sia affacciato sulla scena politica negli ultimi anni, non avremmo perso quasi due mesi per ritrovarci al punto di partenza. Perché di questo si tratta. Se il segretario del Pd non si fosse intestardito a volere l’incarico di formare il nuovo esecutivo con i voti dei grillini e non si fosse messo in testa di poter scegliere da solo il prossimo capo dello Stato, l’accordo si sarebbe trovato in cinque minuti e forse oggi avremmo un governo vero e non uno finto, insieme con un presidente della Repubblica nuovo e non quello vecchio spacciato per nuovo.

Invece, grazie all’uomo che per 54 giorni ci ha rotto i timpani con la storia del cambiamento, promettendo grandi novità, ci troviamo sul Colle un signore che ha 87 anni e gli ultimi sette li ha trascorsi al Quirinale dopo averne passati una sessantina nel Pci e dintorni, mentre a Palazzo Chigi rischiamo di mandarci un altro giovanotto della prima Repubblica di nome Giuliano Amato. È vero che l’abbiamo scampata bella e che con nostra somma goduria gli stessi compagni di partito hanno uccellato Romano Prodi, facendolo cadere in trappola al primo colpo. Ma neanche il tempo di gioire per la riduzione in fette di Mortadella, che il menu che viene propinato prevede una Sottiletta, cioè un incubo che se non è peggiore del primo poco ci manca. L’amaro Giuliano, cioè il presidente del Consiglio che in una notte soffiò all’insaputa degli italiani il sei per mille dei loro depositi bancari, non e certo un uomo che possa essere rimpianto, soprattutto in tempi in cui il peso delle tasse grava sulle spalle dei contribuenti come mai è stato prima d’ora. Anche perché non esiste solo il ricordo del passato a far temere il ritorno del vice Bettino. Non più tardi di un paio d’anni fa, ormai posto a riposo con l’incarico di presiedere la società che edita l’enciclopedia Treccani, Amato teorizzò sul Sole 24 Ore un curioso modo per ridurre il debito pubblico che opprime i conti dello Stato, arrivando a suggerire di trasferirlo direttamente sulle spalle degli italiani. Per ripianare la montagna di Bot e Btp che il governo ha emesso nel corso di sessant’anni di clientele e sprechi, il professore propose una patrimoniale di 30 o 40 mila euro netti l’anno da far pagare a chi guadagna più di centomila euro lordi. Un salasso in piena regola, che per aver efficacia avrebbe dovuto essere applicato all’intero ceto medio di questo Paese. Una cura da cavallo che avrebbe come effetto un ulteriore impoverimento dell’Italia, che si troverebbe ancor più in bolletta di quanto già non sia. Il ritorno di colui che fece da spalla a Craxi per poi farla ai poteri forti di questo Paese non può dunque che essere guardato con sospetto e vissuto come una minaccia da far venire i brividi lungo la schiena.

È vero che dal giorno delle elezioni, di fronte all’impossibilità di trovare una soluzione al rebus della maggioranza, abbiamo proposto più volte un governo di unità nazionale di cui facessero parte gli esponenti dei due principali schieramenti, tuttavia alla guida dell’esecutivo Pd-Pdl non immaginavamo certo che ci dovesse andare un reperto archeologico della prima Repubblica. Anche perché, in tempi in cui la maggioranza degli italiani è costretta a tirare la cinghia, Amato non è di sicuro la persona più indicata a suggerire sacrifici. Con le sue tre pensioni - da professore, parlamentare e presidente dell’Antitrust - è anzi un perfetto testimonial dell’esistenza in vita della Casta. Un avanzo del passato presentato come il nuovo che avanza, e per di più con il portafogli gonfio di vitalizi a carico dello Stato, è uno spot vivente a favore di Grillo e dei suoi pentastellati. Se c’è una persona che può favorire il Movimento Cinque Stelle e le follie visionarie di Casaleggio e associati, questo è il Mickey Mouse de’ noantri, un Topolino che il formaggio lo ha trovato nel nostro fragile sistema politico. Certo, dopo quel che è successo e dopo Bersani, anche lui che è alto un soldo di cacio appare un gigante. Ma fino a quando può durare? E soprattutto, fino a quando gli italiani riusciranno a sopportare? 

 

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Commenti all'articolo

  • maxgarbo

    22 Aprile 2013 - 14:02

    a votare, li smacchi tutti!

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  • Aries

    22 Aprile 2013 - 10:10

    Abbiamo pareggiato alle elezioni. Abbiamo stravinto il dopo elezioni. No al contentino con Amato dai trascorsi comunisti e lasciamo perdere...! Vogliamo di più. Se non ora quando?? ( come dicono loro ah ah ah ).

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  • cheope

    21 Aprile 2013 - 11:11

    L'Italia politica dimostra (per colpa della sinistra)di non riuscire nemmeno ad eleggere un presidente della repubblica nuovo. Ora ci riproporranno un governo fatto di nomi vecchi, speriamo almeno facciano le riforme promesse, perchè Grillo ha sbagliato,riproponendo anche lui un nome vecchio e una persona che per quanto brava era non certo nuova, e si è lasciato sfuggire un' ottima occasione, ma la terra sotto ai vecchi partiti brucia.

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