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L'editoriale

Primo successo di Letta: addio Monti

Il governo dei tecnici aveva cominciato con il passo giusto, innalzando l'età pensionabile. Poi sono arrivate le tasse e le norme punitive sul lavoro, mentre i tagli alla spesa sono rimasti sulla carta. Adesso bisogna cambiare rotta, cominciando da Imu e Iva

26 Aprile 2013

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di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

Per ora nessuno sa dire se Enrico Letta otterrà mai la fiducia del Parlamento o se sarà affossato al Senato e dunque anziché governarci dovrà portarci alle elezioni. Allo stato attuale se dovessimo scommettere diremmo che ci sono cinquanta possibilità su cento che l’esecutivo riesca a vedere la luce e altre cinquanta che sia seppellito nella culla. Sta di fatto che il nipotino del braccio destro di Silvio Berlusconi almeno un successo lo ha già incassato. Grazie a lui, cioè al fatto che Napolitano gli ha affidato l’incarico di formare il nuovo governo, tra pochi giorni Mario Monti lascerà Palazzo Chigi e di ciò non possiamo che rallegrarci. Comunque vada, nel momento in cui Enrico Letta si presenterà alle Camere, e ciò dovrebbe avvenire con ogni probabilità lunedì, l’esecutivo tecnico sarà congedato: dopo diciassette mesi si porrà dunque fine a un esperimento sulla pelle degli italiani, un test che avrebbe dovuto debellare i nostri mali e invece li ha aggravati.

Quando l’ex rettore della Bocconi fu incaricato da Napolitano di formare il nuovo governo, l’idea che un esperto al di sopra delle parti fosse chiamato ad affrontare le grane che i partiti non riuscivano a risolvere affascinò un po’ tutti, noi compresi. Non a caso scrivemmo un editoriale in cui, pur segnalando l’anomalia di un tecnico  piovuto dal cielo senza che nessuno lo avesse invocato e soprattutto votato, ci auguravamo che il tentativo non fallisse. Nulla ci importava del rispetto delle procedure, ovvero delle consultazioni e delle liturgie parlamentari. Ciò che ci premeva era la soluzione dei guai di questo Paese, a cominciare dalla riforma delle pensioni per proseguire con il taglio delle spese.

E dobbiamo riconoscere che in principio il governo era partito con il piede giusto, facendo la legge di cui si discuteva da vent’anni, ossia la norma che innalzava il tetto previdenziale, imponendo a tutti di ritirarsi dopo i 65 anni di lavoro. Berlusconi aveva provato a introdurla almeno un paio di volte, nel 1994 e nel 2001, ma la prima ci aveva rimesso le penne e la seconda, pur riuscita, era stata modificata da Prodi una volta vinte le elezioni. Monti, forte del consenso e soprattutto della paura di un fallimento dell’Italia, riuscì invece a fare la riforma delle pensioni in una settimana, ottenendo come reazione appena uno scioperetto di tre ore. Ciò che ai tempi di Cofferati aveva suscitato indignazione e mobilitazioni, con Susanna Camusso e i tecnici provocò una flebile protesta, quasi un belato.

«Se basta mettere un professore a Palazzo Chigi per ottenere il via libera a cose di cui si discute da anni», ci venne da dire, «eleggiamo il governo della Bocconi e facciamola finita una volta per tutte». Purtroppo però l’esultanza durò poco, perché neanche il tempo di rallegrarci per la riforma previdenziale che ecco arrivare la stangata. Per rimettere in ordine i conti pubblici infatti Monti fece ciò che qualsiasi governo del passato aveva fatto e cioè, invece di diminuire le spese, aumentò le tasse. Una manovra da 30 miliardi quasi tutta a carico del contribuente, il quale si ritrovò a dover pagare l’Imu, cioè una tassa sulla casa, l’Irpef maggiorata, altre imposte su benzina e sigarette, e pure un super bollo sulle operazioni bancarie. Il tutto con l’aumento dell’Iva fissato a luglio. In pratica, una batosta. E dei tagli agli sprechi neppure l’ombra. Nel corso dei diciassette mesi del governo Monti si è spesso parlato sia della riduzione dei costi della politica sia del contenimento della spesa pubblica, ma i tentativi sono andati a vuoto. A nulla è servita la nomina di un apposito sottosegretario e ancor meno ha prodotto l’istituzione di un commissario ad acta. Risultato? Le province sono uguali a prima e, nonostante le norme, continuano a produrre consiglieri. Stipendi e rimborsi della Casta sono stati limati, ma di poco. 

In compenso, grazie all’aggravio fiscale, le aziende stanno peggio di prima e gli italiani anche. Il Pil, cioè l’indice che misura il fatturato dell’Italia, è diminuito, i disoccupati sono aumentati e il debito non è stato da meno. Checché se ne dica, il bilancio di 17 mesi di governo tecnico è magro, anzi quasi inesistente. Se si esclude la riforma delle pensioni, che pure è stata fatta male e ha generato il problema degli esodati, non c’è nulla che sia andato per il verso giusto. Non la ripresa, che non c’è stata. Non le liberalizzazioni, che sono ferme al palo. Non la sburocratizzazione della pubblica amministrazione, che è di là da venire. Non la riforma del mercato del lavoro, che incredibilmente ha peggiorato la legge che già c’era. Neppure in politica estera Monti è riuscito a far bene: se si escludono i vertici internazionali in cui si è pavoneggiato a meraviglia, quando si è trattato di risolvere un problema come quello dei marò ha fatto solo danni, rischiando di provocare un incidente diplomatico per poi umiliarsi nel peggiore dei modi. Da ultimo, il suo governo ha fatto spedire ai pensionati migliaia di ingiunzioni di pagamento, reclamando da persone che percepiscono meno di mille euro la restituzione di poche centinaia di euro incassate per un errore dell’amministrazione. E, per completare l’opera, l’uomo super partes ha fondato un partito che invece di ridurre la confusione in Parlamento l’ha aumentata.

Insomma, peggio di così di certo non si poteva fare ed è per questo motivo che salutiamo con entusiasmo se non l’arrivo di Enrico Letta almeno la partenza di Mario Monti e dei suoi ministri, i quali, presi singolarmente sono tutti brave persone, ma messe insieme hanno fatto una politica pessima, che di certo non rimpiangeremo. Nell’ora dell’addio una cosa però vogliamo dire ed è che il nuovo governo, semmai nascerà, dovrà ripartire esattamente da dove l’esecutivo tecnico ha lasciato. E non per portare a compimento l’opera, ma per smontarla. Le tasse che hanno tolto ogni risorsa alle imprese e alle famiglie vanno abbassate, perché come dimostrano fior di ricerche è solo con la riduzione delle imposte che si può restituire fiducia e soprattutto quattrini ai contribuenti. Se vuole evitare di ripetere i disastri dei professori, Letta è dunque avvisato: tolga l’Imu e rinunci ad aumentare l’Iva. Non diciamo che così il suo lavoro sarà più facile, ma almeno avrà levato di mezzo due tra gli ostacoli più ingombranti che ha sulla sua strada. Il cammino per rilanciare l’Italia sarà lungo, ma alleggeriti dal carico fiscale il viaggio risulterà più agevole.

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Commenti all'articolo

  • fausta73

    26 Aprile 2013 - 18:06

    obiettivamente ha fatto ciò che gli è stato chiesto di fare: trovare le risorse. Il problema è che le ha trovate solo dai poveri noti.

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  • highlander5649

    26 Aprile 2013 - 16:04

    dei topi di fogna...la fogna è il tuo regno

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