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L'editoriale

Tutti all'assalto di Enrico il giovane

Il Pdl non si fida del premier e i compagni di partito lo guardano con sospetto: quanto può reggere Letta a questa lotta continua?

4 Maggio 2013

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di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

Il titolo di Libero di ieri non è stato gradito da qualche lettore, che ci ha scritto lamentandosene.  Per Alberto C. non si può criticare un governo prima di averlo messo alla prova. «Se ci sono problemi, vediamo di risolverli con un po’ di buona volontà», spiega nella sua lettera, aggiungendo: «Non mi piace che invece di gettare acqua sul fuoco, vi si butti benzina e per di più in anticipo». Stesso tono da Learco L.: «Ma come si fa a mandare a casa un governo di cui l’Italia ha bisogno come dell’aria che respiriamo? Dai, stiamo calmi e ragioniamo».

Vista la reazione, a questo punto sarà bene che spieghiamo  ciò che evidentemente non siamo riusciti a spiegare né il primo maggio, né i giorni seguenti. Non siamo noi di Libero a tifare per ammazzare il governo nella culla. Sono gli stessi genitori , cioè il Pd e il Pdl, a non amare la creatura che hanno messo al mondo e a volersene disfare al più presto. Noi, facendo di mestiere i cronisti, ci limitiamo a registrare ciò che accade, davanti e dietro le quinte. E se purtroppo si progetta un infanticidio è nostro dovere darne notizia, senza troppi fronzoli. Sia chiaro: per quel che ci riguarda non c’era alternativa all’alleanza fra forze che si detestano e più volte ne abbiamo scritto, dando del fesso a Bersani che si intestardiva a cercare una terza via oltre a quella del governo tecnico o dell’esecutivo di larghe intese. Scartata la prima, per indisponibilità del Popolo  della Libertà, a noi sembrava scontata l’obbligatorietà di un’intesa con il centrodestra perché ritenevamo  irrealizzabile un accordo con il Movimento cinque stelle o le elezioni anticipate entro giugno. Insomma, a Libero abbiamo fatto il tifo per l’unità nazionale, in quanto pensiamo al pari di Alberto C. e Leandro L. che il Paese abbia bisogno di essere governato.

Ciò detto, ed espressa la preferenza per quel che alcuni giornali hanno sprezzantemente liquidato come un inciucio, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a ciò che sta succedendo, né possiamo accettare di tacere e di non riferire le difficoltà sulla strada dell’esecutivo. Per questo, sin dal principio, cioè dal giorno in cui Enrico Letta è stato chiamato al Quirinale per ricevere l’incarico di formare la squadra dei ministri, abbiamo sottolineato che per il vicesegretario del Pd non sarebbe stato un compito facile. L’uomo non è Massimo D’Alema, che con la sua determinazione avrebbe fatto digerire i sassi ai caimani del suo partito, ma non è neppure un incantatore di serpenti come Walter Veltroni e neppure un suonatore di piffero del tipo di Matteo Renzi. Come abbiamo già detto, Letta è Letta. Un giovane di belle speranze che il coraggio di scelte impopolari deve ancora trovarlo, così come il consenso del suo partito. I suoi lo considerano un incidente della storia, cioè un presidente del Consiglio con in tasca la tessera del Pd ma che a Palazzo Chigi non rappresenta il Pd.

In sovrappiù, alla diffidenza dei compagni si somma quella degli avversari-alleati. Neanche nel Pdl si fidano di lui e in molti si chiedono se l’enfant prodige del centrosinistra abbia i numeri e i nervi per  tenere il timone di una nave non proprio solida. Si aggiunga a questo che i soldi non ci sono e dunque non si può neppure usare l’arma dei finanziamenti a pioggia per contentare le diverse forze politiche. Come se non bastasse, il programma di governo presentato alla Camera è sufficientemente vago e sufficientemente furbo per accontentare chiunque e dunque solleticare un’ampia maggioranza. Peccato che poi gli impegni contenuti nel documento con cui l’esecutivo si è presentato debbano essere mantenuti e quindi il giorno successivo al voto di fiducia i partiti passino all’incasso. Il caso Imu è una mina sul percorso di Enrico Letta e per quanto si giochi sulle parole («rimodulata» invece di «abolita») l’ordigno, non essendo disinnescato, rischia di esplodere in qualsiasi momento. 

A conferma della precarietà di governo, ieri è scoppiata un’altra grana, ossia quella della presidenza della Convenzione, cioè della commissione che dovrebbe occuparsi di riformare la Costituzione. Il Pdl la rivendica per il suo leader, sostenendo che il Pd si è già preso tutto, occupando le più alte cariche dello Stato. Ma per il Partito democratico il Cavaliere è indigeribile e perciò si rifiuta di mollare la poltrona. 

Il problema, dunque, non è se noi di Libero tifiamo o meno per Enrico Letta, ma che il presidente del Consiglio e la sua truppa di ministri si muovono sulle sabbie mobili e rischiano di essere inghiottiti da un momento all’altro.  Il Pd si vergogna di farsi vedere in giro con il Pdl, il centrodestra non è da meno. E per giustificare il matrimonio d’interessi vuole appunto portare a casa ciò che gli interessa. Quanto può reggere un’unione del genere? Si accettano scommesse.   

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