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L'editoriale

I compagni prigionieri della sindrome di Silvio

Il Pd dimostra un’altra volta di essere preda delle divisioni e dell’odio verso il Cav Così il governo non può reggere e dopo due settimane Letta non sa già più a che santo votarsi

7 Maggio 2013

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di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

Letta va a farsi benedire. Una battuta inevitabile, soprattutto perché l’annuncio della convocazione di un Consiglio dei ministri in convento - l’abbazia di Spineto della Luce, a Sarteano, in provincia di Siena - è stato diffuso nello stesso giorno in cui la traballante maggioranza di governo ha rischiato di andare in pezzi. Colpa dei falchi traditori, cioè di un gruppetto di onorevoli che nel segreto dell’urna, quando si è trattato di votare il presidente della Commissione giustizia del Senato,  ha deciso di far mancare i numeri necessari alla nomina di Francesco Nitto Palma, ex magistrato ed ex ministro della Giustizia nell’ultimo periodo del governo Berlusconi. L’esponente del Pdl avrebbe dovuto essere votato anche dal Pd, per effetto di un accordo sulla spartizione dei vertici delle commissioni di Palazzo Madama. Ma quando è venuto il suo turno il Partito democratico si è spaccato e per due volte l’elezione è andata buca. 

Palma sarebbe stato giudicato dall’ala giustizialista della sinistra troppo vicino al Cavaliere o comunque da questi contaminato in quanto ex Guardasigilli di un suo governo. Non che gli abbiano imputato nulla di grave, tuttavia qualsiasi nome sia stato accostato negli anni al capo del Popolo della Libertà a quanto pare diventa per deputati e senatori del Pd immediatamente indigeribile e perciò scatta il rigetto. Del resto, che questo fosse il clima lo aveva anticipato Corradino Mineo, ex direttore di Rainews24 che ha da poco mollato la poltrona del tg per volare in Parlamento con la casacca del Partito democratico. Da uomo che per anni ha incarnato il servizio pubblico, Mineo ha invitato i colleghi a sparare su ciò che è ritenuto indecente. Detto fatto, neanche il tempo di voltarsi e Nitto Palma è stato impallinato, con quel che ne consegue. Nel senso che dentro il Popolo della libertà hanno iniziato a interrogarsi sulla strana maggioranza che sorregge Letta. Da Berlusconi in giù si sono chiesti:  ma se il Pd fa gli accordi con noi, e poi non è in grado di farli rispettare, come si fa a governare?

Già, perché in meno di due settimane di vita l’esecutivo ha già collezionato una serie di brutti incidenti che non promettono nulla di buono per il neonato gabinetto di larghe intese. Prima la faccenda dell’Imu, con un’intesa precisa che fissava i paletti dell’abolizione per tutti dell’imposta sulla prima casa. Un patto diventato carta straccia quasi subito, se non per il presidente del Consiglio almeno per gran parte degli onorevoli piddini, i quali il taglio alla tassa lo vorrebbero solo per i ceti meno abbienti e non per chi ha un reddito sopra i 55 mila euro lordi. Altro scontro sulla questione della Convenzione, ossia della commissione che dovrebbe occuparsi di riforme. In principio avrebbe dovuto essere presieduta da un esponente del Popolo della libertà, così da riequilibrare le cariche istituzionali occupate dal Pd. Tuttavia appena il Pdl ha fatto il nome del suo uomo più rappresentativo, cioè il Cavaliere, l’accordo è vacillato, al punto che ora sembra che la grande idea della bicamerale per cambiare la Costituzione sia morta e sepolta, in modo che l’incubo di una presidenza Berlusconi venga scongiurato.

Senza contare che prima di questi incidenti c’era stato un infortunio più grave, cioè la bocciatura dell’intesa per il Quirinale, con l’agguato a Franco Marini, uno dei padri del Pd, colpevole solo di essere un candidato frutto dell’accordo con il centrodestra. Insomma, in un mese la tregua è già stata rotta più volte e il dialogo fra Pdl e Pd, pur non essendo sospeso, è appeso a un filo che potrebbe spezzarsi in qualsiasi momento, soprattutto se sul capo di Berlusconi si abbattessero delle condanne. Due sono in dirittura d’arrivo: la prima per i diritti Mediaset, per cui il Cavaliere si è già beccato 4 anni in primo grado; la seconda per il caso Ruby. Già ora la sinistra fatica a sopportare di andare a braccetto con uno che per vent’anni è stato dipinto come il pericolo pubblico numero uno, un criminale in doppio petto, figuratevi se il Tribunale confermasse la pena e ne aggiungesse una per induzione alla prostituzione minorile, con l’aggravante della concussione per aver tentato di aiutare Ruby telefonando in Questura. Quanto durerebbe in tal caso il governo? Quante settimane o, più facilmente, quanti giorni passerebbero dalla sentenza all’imboscata in Parlamento? Ai tempi di Craxi il Pds fece cadere Ciampi in quattro e quattro otto, ritirando tutti i ministri e provocando una crisi di governo:  un Pd senza segretario, ma affidato a un reggente, non sarebbe da meno. Capito ora perché Letta si ritira in convento con i suoi? Spera nella preghiera e nella benedizione. Vorremmo sbagliarci, ma per salvarsi non basta ritirarsi in un monastero: bisogna andare a Lourdes.

 

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