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Il commento

Giordano: basta scuse, ecco come fermare gli sprechi nella sanità

Acquisti folli e tariffe senza controllo ingrassano la spesa pubblica. La soluzione? Tagli e costi standard

17 Agosto 2013

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Mario Giordano

Mario Giordano

Poi dicono che non si trovano i soldi. Nominano i commissari alla spending review. Assoldano consulenti e cervelloni. Formano comitati su comitati, utili soltanto a far incassare altri gettoni agli amici degli amici. Tanto che importa? Pagano i contribuenti. Ma se davvero si volesse risparmiare non è mica difficile. Macché. Basterebbe leggere quello che Libero ha pubblicato ieri e oggi per trovare così, sull’unghia quei 4 o 5 miliardi di euro che servono ad abolire per sempre l’Imu, tanto per dire, invece di stritolarci i cosiddetti con assurde discussioni senza fine. Risparmio garantito e senza togliere un’oncia al livello del servizio. Anzi.

Il tema è quello della sanità, il buco nero della nostra spesa pubblica, la spugna che prosciuga le casse dello Stato per fornire prestazioni spesso zoppicanti. Ebbene: se uno va a vedere come vengono spesi questi soldi, scopre che ci sono differenze inspiegabili: perché una siringa costa 5 centesimi a Milano e 7 a Reggio Calabria? Perché una garza costa 3 centesimi a Venezia e 9 a Palermo?  Perché per un prelievo di sangue la Regione Lazio spende 0,52 euro e la Regione  Marche invece 6,2 euro, cioè dodici volte tanto? Perché per togliere il tartaro dai molari  in quasi tutt’Italia bastano 9 euro e in Toscana invece ce ne vogliono 28,5? Come mai un ginecologo a Torino costa l’80 per cento in più che a Perugia? E come mai in Campania l’inseminazione artificiale è così a buon mercato rispetto al resto del Paese? Scarsa richiesta nella terra del maschio latino?

Oggi l’inchiesta di Libero si estende alle spese sanitarie non strettamente mediche. E le sorprese non sono da meno. Pensate che per le bollette telefoniche a Pieve di Soligo, provincia di Treviso, si spendono 3,27 euro per ogni giorno di degenza. A Roma (Asl H) quasi il doppio: 5,91 euro. Ma a Cosenza si tocca il record: 20,10 euro per ogni giorno di degenza. E per lavare le lenzuola e le altre operazioni di pulizia? In Lombardia la media è di 4 euro per ogni residente, a Bolzano si tocca la punta di 65 euro. Lo stesso vale per lo smaltimento di rifiuti (in Abruzzo, tanto per dire, si toccano picchi 4 volte superiori alla media della Liguria) o per la mensa (nel Lazio si toccano picchi che sono il doppio rispetto alla media del Veneto).

Non vado oltre per non togliervi il gusto di spulciare tra le tabelle e di leggere il resto dell’inchiesta. Ma, arrivati a questo punto, forse bisogna fare alcune riflessioni. La prima, evidentemente, riguarda il federalismo: quello che è stato realizzato con la spesa sanitaria regionale è il peggiore che si potesse inventare. E per una ragione assai semplice: chi spende, infatti, non è responsabile di reperire i soldi necessari alla spesa. E allora che gliene importa di risparmiare? Anzi:  più sciala e meglio sta. Così si innesca questo festival nazionale dello spreco, questa carnevalata dell’acquisto in salsa d’Arlecchino, dietro cui evidentemente si muovono interessi giganteschi, amicizie, collusioni e corruzioni. Perché altrimenti il direttore sanitario di Palermo continua comprare le garze al triplo del prezzo cui vengono comprate a Milano? Per ingenuità? Distrazione? Perché non ha mai passato l’esame di aritmetica in quinta elementare?

Fra l’altro mi giunge voce che, oltre al prezzo, sarebbero da tenere sotto controllo anche le quantità acquistate. Risulta che in alcune Regioni del Sud, pur effettuando interventi sanitari assai inferiori rispetto a quelli della Lombardia, si consumino materiali in misura enormemente superiore. Sono davvero tutti indispensabili? Sono davvero tutti utilizzati? E chi controlla? Ecco: i controlli. A me piacerebbe capire perché nessuno sia ancora andato a chiedere conto al responsabile Asl di Cosenza della sua bolletta telefonica stratosferica: forse che gli infermieri del locale ospedale sono abbonati alle chat erotiche? O si distendono tra una flebo e l’altra chiamando i parenti in Australia?

La seconda riflessione l’abbiamo già accennata all’inizio e riguarda la spesa pubblica. Chissà perché si continuano ad aumentare le tasse e non si tocca mai, in nessun modo, la spesa pubblica, che pure vale 800 miliardi di euro. Negli ultimi mesi tutti hanno ridotto le proprie spese: le famiglie, le aziende, gli artigiani, i commercianti. Lo Stato no. Lo Stato è l’unico che anziché tagliare le spese nomina commissari per il taglio alle spese (con aggravio di costi). Possibile che su 800 miliardi di euro non ci sia nulla da raschiare via senza dolore, tanto per cominciare? 

L’inchiesta di Libero indica una strada percorribile da subito per evitare di andare ancora a incidere nelle tasche degli italiani.  A maggio il governo  ha stanziato altri 2 miliardi per coprire il buco sanitario di alcune regioni, accompagnando l’erogazione con una sommesso monito ai governatori interessati ("D’ora in avanti chi spende di più dovrà far pagare  più tasse"...) rimasto ovviamente senza seguito. Perché non imporre i famosi costi standard per tutti, che porterebbero immediatamente al risparmio di 4 miliardi di euro almeno (900 milioni solo nelle spese accessorie tipo mensa e pulizia)? Va detto, a onor del vero, che Monti da premier ci aveva provato. Forse una delle poche cose buone che aveva fatto. Ma ricordate che cos’era successo? Era intervenuto il Tar, il mitico Tar del Lazio, l’amico del giaguaro sprecone, questo abracadabra dell’assurdo, quest’antro mitologico capace di trasformare qualsiasi nefandezza umana in un principio giuridico. E il Tar aveva abrogato tutto. Così funziona in Italia: ci mettiamo anni a mettere in piedi un provvedimento che abbia un senso e zac, arriva un drappello di magistrati attaccati al cavillo, che buttano tutto all’aria. Ma ci fermeremo qui? Davvero? Davanti all’assurdo col bollo del tribunale amministrativo?  Possiamo accettare questo spreco manifesto solo perché non si trova la via gradita al Tar per abbatterlo? Saremo forse condannati dai magistrati allo scialo perpetuo delle siringhe che in Calabria vengono pagate a peso d’oro e delle otturazioni che in Toscano costano come un’operazione a cuore aperto?

No, non è possibile. E come fare allora? Per cominciare - ed è la terza e ultima riflessione - dovremmo concentrarci  un po’ più su questi temi, e magari un po’ meno sulla guerra degli aeroplanini a Forte dei Marmi, sui falchi e le colombe o sulle regole del congresso Pd.  Lo dico ai politici, ovviamente, e anche ai cari colleghi dei giornaloni, ai luminari dell’intellighenzia tipografica: a settembre questo Paese si gioca un pezzo del proprio futuro. Non sappiamo se il governo durerà o non durerà, non sappiamo quel che accadrà, quando si andrà a elezioni, e con quale legge. Ma di sicuro sappiamo che dobbiamo cominciare a scalare la montagna della spesa pubblica per ridurre le tasse e ridare fiato all’economia. È l’unica cosa che conta. A chiunque tocchi farlo. È l’unica cosa che vale. Tutto il resto sono chiacchiere. Noi, che ogni tanto veniamo additati come "distruttivi", stiamo indicando in questi giorni una strada costruttiva e concreta, una cosa da fare, semplice semplice, eppur efficace. Ci vogliamo mettere all’opera? Avanti, chi ci ama ci segua. E chi non ci ama, per una volta, faccia uno sforzo.

di Mario Giordano

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