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L'editoriale

Silvio, non dar retta ai falchi: buttare giù Letta è peggio

I numeri sconsigliano la spallata. Per sopravvivere a Enrico bastano 4 voti e ci sarebbero a disposizione 20 poltrone di ministro o sottosegretario da offrire a chi tradisse il Cav

5 Settembre 2013

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Il conto è semplice: se a seguito di un voto che dichiarasse la decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato il Pdl uscisse dalla maggioranza, nel governo si libererebbero venti posti. Cinque da ministro -  attualmente ricoperti da Angelino Alfano, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello e Nunzia De Girolamo - più 15 da sottosegretario. Dunque, di fronte a Palazzo Chigi in caso di rottura ci sarebbe la fila di onorevoli pronti a vendersi per un dicastero e venti traditori basterebbero e avanzerebbero a Enrico Letta per assicurarsi se non una lunga vita almeno lunghi mesi tranquilli, il tempo sufficiente cioè a votare una legge elettorale che impedirebbe al centrodestra di vincere le prossime elezioni.

Il dilemma se fare o non fare la crisi qualora il Pd e i Cinque Stelle votino per far fuori il Cavaliere sta tutto qui, nei numeri, che purtroppo non sono favorevoli al Popolo della libertà, in particolare ora che Napolitano li ha truccati nominando quattro senatori a vita tutti di sinistra. Come è noto, fino a una settimana fa l'ipotesi di un esecutivo senza i berlusconiani non stava in piedi per carenza di voti, ma poi il capo dello Stato ha sentito l’urgenza di premiare con il laticlavio quattro illustri personalità progressiste, correggendo il risultato uscito dalle urne la scorsa primavera per volere degli italiani. Risultato: il Pd senza il Pdl è minoranza, ma dalla scorsa settimana lo è un po’ meno.

Ad oggi, su 160 voti necessari per poter ottenere la fiducia a Palazzo Madama, il solo ramo del Parlamento in cui la sinistra non abbia i numeri per governare da sola, ne mancano sei. Il Pd più Sel, più Scelta civica e quattro senatori a vita freschi di nomina, fanno 154: dunque al quorum manca poco, anzi pochissimo. All’abbassamento della cifra necessaria a stare a galla contribuiscono però le malattie dei senatori e quindi al gabinetto Letta per sopravvivere sono sufficienti 158 voti, cioè solo quattro in meno di quelli su cui già  può contare. Tuttavia il quartetto necessario a soccorrere l’esecutivo in caso di crisi si riduce ulteriormente, perché sia Domenico Scilipoti che Alessandro Naccarato hanno già dichiarato di essere pronti a votare la fiducia anche senza il Pdl. Dunque servono appena due voti. E che volete che siano due voti se si dispone di venti posti da ministro o sottosegretario da distribuire a destra e a manca? Volete che non si trovino venti volontari pronti al martirio in cambio di un dicastero? Già fra i Cinque Stelle c’è chi si dimostra impaziente di fare il salto della quaglia e anche nel Pdl non tutti sono dei cuor di leone decisi a battersi per il capo. Perciò tra quelli che tengono famiglia e quelli che non tengono  vergogna, una ventina la si trova sicuro. Tenete poi conto che essendo martiri disposti a voltar gabbana per la sinistra, i nuovi De Gregorio non rischiano neppure l’inchiesta penale che invece è toccata in sorte a chi nella scorsa legislatura ha traslocato dai compagni al centrodestra. 

Insomma, tutto congiura contro l’idea di staccare la spina. Al punto che perfino il Corriere del Colle ieri ha annunciato l’esistenza di un piano B di Giorgio Napoltano. In pratica, qualora il Pdl decidesse di togliere la fiducia a Letta, il presidente della Repubblica sarebbe deciso a rinviare il governo alle Camere, per verificare se esistano maggioranze alternative a quella attuale, se cioè ci siano i famosi venti traditori di cui parlavamo. Il che tendenzialmente esclude la possibilità che si possa votare ad ottobre o a novembre come qualcuno scrive. Se infatti Letta trova un gruppetto di voltagabbana, le elezioni non si fanno né ora né l’anno prossimo. Ma se per caso non gli riuscisse il colpo di avere una stampella fra i fuoriusciti del centrodestra e dei pentastellati, comunque è da escludere un ricorso alle urne entro l’anno perché  anche qui l’ipotesi si scontra con la realtà dei numeri. Se infatti lunedì prossimo non si trovasse una via d’uscita per salvaguardare Berlusconi e i ministri del Pdl in blocco si dimettessero tutti, è assai probabile che il capo dello Stato chiederebbe a Letta un voto parlamentare, come da prassi. ù

La fiducia a questo punto potrebbe essere messa all’ordine del giorno nel giro di una settimana, vale a dire entro il 16. Ipotizziamo che Letta non ce la faccia, anche se come abbiamo visto gli manca poco: a questo punto dovrebbe salire  al Quirinale e rassegnare le dimissioni, aprendo formalmente la crisi. Nel caso comincerebbero le solite manfrine delle consultazioni, con le quali se ne andrebbe un’altra settimana arrivando al 23 di settembre. Immaginando che non ci siano spazi per esecutivi alternativi, Napolitano potrebbe giocarsi la carta del governo di scopo, cioè di un consiglio dei ministri finalizzato alla sola legge elettorale, affidato a una personalità istituzionale come il presidente del Senato o una riserva della Repubblica tipo Giuliano Amato, due nomi evocati già prima che l’incarico di fare il governo fosse affidato a Letta. In questo caso, calendario alla mano, saremmo arrivati a fine settembre e anche immaginando una bocciatura dell’esecutivo voluto dal presidente, lo scioglimento delle Camere non potrebbe che avvenire ai primi di ottobre e, tenendo conto dei sessanta giorni di campagna elettorale imposti dalla legge, non si potrebbe votare prima dell’inizio di dicembre, cioè a ridosso della decisione della Consulta che quasi certamente dichiarerà incostituzionale il nostro sistema elettorale. Il voto perciò slitterebbe al nuovo anno, mentre verrebbe affidata a una nuova maggioranza di cui non farà parte il Pdl il compito di riscrivere le regole, cosa che ovviamente non fa ben sperare il centrodestra. Nel frattempo Berlusconi sarebbe dichiarato decaduto ed essendo ai domiciliari non potrebbe fare campagna elettorale. Forza Italia, o come diavolo si chiamerà, sarebbe cioè costretta a battersi senza il suo leader naturale e con una legge fatta su misura per sconfiggerla. Cioè il peggio del peggio, quasi un film horror.

La conclusione a questo punto è semplice: far cadere il governo rischia di essere per il Pdl una grossa fregatura. Urge trovare una soluzione, altrimenti i falchi rischiano di diventare polli arrosto.

di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

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Commenti all'articolo

  • ceruzzo

    06 Settembre 2013 - 20:08

    Non solo falchi e colombe ma anche piccioni.

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  • Tobyyy

    06 Settembre 2013 - 17:05

    Egregio Direttore, capisco che il nostro concetto politico di libertà, di pensiero, di educazione, di buone maniere, per quanto perfezionabile, è pur sempre di gran lunga migliore di quello dei comunisti e siccome la pazienza ha un limite, che gli Americani chiamano off limits, oltre il quale è rischioso precedere.....le sarei grato, assieme a diversi altri suoi estimatori, se cominciasse a disciplinare e regolare, quelle postature non conformi al modus vivendi, che ledono e offendono sotto ogni aspetto, la normale e corretta convivenza....! Si ringrazia anticipatamente.

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  • antari

    06 Settembre 2013 - 15:03

    Non potresti, molto piu' semplicemente ed utilmente, "non pensare" e piantarla li'? Almeno eviteresti di passare per ridicolo. Ma come diamine potrebbe, il PDL, e per giunta dall'opposizione, "far proposte per tagliare le tasse dimezzare i parlamentari eliminare la remunerazione dei senatori a vita"? Son tutte cose che non ha voluto fare quando era al governo! PS io saro' cattivo, con te e' come sparare sulla croce rossa, ma e' quel che ti meriti.

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