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L'editoriale

Cancellieri? Basta con i due pesi e le due misure

Il ministro si deve dimettere. Ma prima finiamola con la disparità di trattamento

4 Novembre 2013

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Neppure a me piacciono le fucilazioni di ministri e parlamentari. Nemmeno mi diverte il tiro al bersaglio sulle istituzioni.  Però, caro Giampiero, sono almeno vent’anni che questo è diventato lo sport nazionale. Uno sport in cui eccellono principalmente i giornali di sinistra e le forze politiche care ai compagni: nel mirino quasi sempre uomini di centrodestra, le cui vite vengono passate al setaccio alla ricerca di qualche infrazione o di fatti che in prospettiva possano essere usati nella lotta politica, oppure per indebolirli. Vogliamo piantarla con la caccia al piccione? D’accordissimo. Però il disarmo non può essere unilaterale ma bilaterale. Se si sospendono le raffiche con cui da vent’anni si fanno finire carriere politiche a seconda degli umori e degli orientamenti ciò deve avvenire su entrambi i fronti. E dunque non si può  far passare una telefonata in questura come se si trattasse di una rapina in banca, perché poi le altre telefonate, quelle per alleviare le sofferenze di una detenuta eccellente o quelle al direttore generale dell’agenzia dell’ambiente affinché ammorbidisca la sua relazione sull’inquinamento di un’azienda, si fa fatica a presentarle per interventi umanitari o misure a tutela della salute dei cittadini.

Se c’è concussione nel caso di Berlusconi perché chiede se a una minorenne scappata di casa può essere evitata la comunità di recupero (non come dici tu, caro Giampiero, perché la si affidi a una prostituta), che  cosa c’è nei casi in cui si sollecitano trattamenti diversi da quelli stabiliti da funzionari dello stato?  Tu sostieni  che sarebbe inumano che un ministro della Giustizia non facesse telefonate per  assicurarsi delle condizioni di salute dei detenuti. Per me è inumano che un ministro della Giustizia non sia in grado di assicurare a ogni detenuto delle condizioni di salute degne di un essere umano. Eppure è ciò che avviene quotidianamente nelle nostre prigioni e il Guardasigilli – al pari dei suoi predecessori – non si agita, non si indigna, non si preoccupa, non si dimette.  Non so se ci sia qualcosa di losco nel caso dell’intervento a favore di Giulia Ligresti: so però che c’è qualcosa di poco trasparente se nello stesso carcere dove era trattenuta la figlia dell’ex proprietario della Sai c’è una donna dominicana che è anoressica e che sta in cella per resistenza a pubblico ufficiale. Come sai io sono per ridurre l’uso della custodia cautelare e dunque ritengo che Giulia Ligresti non dovesse essere agli arresti, perché non c’era pericolo di reiterazione del reato (non aveva più cariche sociali e l’azienda ora era in mano alla Unipol), di fuga o inquinamento delle prove, ma è di tutta evidenza che il trattamento a lei riservato è stato diverso rispetto a quello applicato in altri casi.

E allora come la mettiamo? Ci teniamo un ministro della Giustizia solo per qualcuno?  E poi diciamoci la verità. Ieri Anna Maria Cancellieri ha sostenuto che non intende rimanere alla guida del  dicastero di via Arenula  nel caso non avesse la fiducia del Paese.  In pratica non vuole continuare a svolgere il proprio ruolo se la sua immagine e la sua autorevolezza venissero dimezzate. Ma il dimezzamento già c’è: è nei fatti e nei veleni che sono stati messi in circolo in questa settimana. E non da noi, che siamo stati accusati di aver scritto del patrimonio personale del ministro (i giornali fanno quotidianamente la radiografia ai politici e una legge del governo Monti addirittura la impone per chi ricopre incarichi pubblici, ma se raccontiamo i possedimenti del Guardasigilli invece di applaudire alla trasparenza  ci si imputa di voler usare il metodo Boffo:  al massimo il metodo Catasto), ma da chi ha voluto far uscire i verbali di interrogatorio del ministro. Qualcuno sapeva e aveva interesse a rendere pubbliche le telefonate della Cancellieri in favore di Giulia Ligresti. Qualcuno voleva che il caso esplodesse e che il ministro della Giustizia alla fine risultasse indebolito. E a nessuno poteva sfuggire – neanche a Repubblica che le ha rivelate -  che le chiamate ai vicedirettori del Dap per segnalare le condizioni della detenuta eccellente sarebbero state messe in relazione con le telefonate per segnalare Ruby Rubacuori.

L’operazione politica c’è stata e aveva come obiettivo l’indebolimento di un ministro forte e dunque dell’intero governo e il risultato è stato ottenuto. Ora non c’è altro da fare che accettare senza troppe manfrine le dimissioni del ministro.  Il caso è chiuso e se Letta vorrà evitare di avere un ministro dimezzato dovrà accettare l’addio di Anna Maria Cancellieri. Dopo di che, sono d’accordo con te, caro Giampiero, bisognerà cominciare a chiedersi se non sia giunta l’ora di riporre le pistole nelle fondine, perché a forza di tiri al bersaglio si finisce per farsi del male. Molto male.

di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

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Commenti all'articolo

  • hilander

    05 Novembre 2013 - 15:03

    Un paese paradossale scopriamo che è anche trasformista per 20 anni c'è stata una guerra giuridico mediatica che non ha avuto precedenti nelle storia della politica mondiale, ora che il cav è mezzo ingabbiato siamo diventati tutto di un colpo dei buonisti,la gente è stufa ed è giusto che venga messo in evidenza fatti del genere anche perchè tutto gira intorno ad una certa magistratura

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