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L'editoriale

Re Giorgio è nudo

Dal Lodo Alfano alla resa alla Merkel, da Monti a Letta, gli errori di Napolitano sono tanti e se il Paese è nel caos molte colpe sono del Colle. Dal quale però continuano a piovere fulmini

17 Dicembre 2013

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Giorgio Napolitano critica spesso i leader politici per le cose che fanno e anche per quelle che non fanno.  Lunedì è toccato a Silvio Berlusconi finire nel mirino. Al capo dello Stato non sono piaciute le ultime uscite del Cavaliere, soprattutto quelle a proposito del golpe strisciante di cui l’Italia sarebbe vittima. In precedenza l’inquilino del Quirinale aveva avuto da ridire su certe sparate di Beppe Grillo e anche Matteo Renzi non era sfuggito ai fulmini del Colle. L’unico a non essere mai sfiorato non dico da una parola di biasimo ma neppure da un appunto è lo stesso Giorgio Napolitano. Da lui nessuna critica all’istituzione che ha il compito di rappresentare e,  va da sé, nessuna autocritica. 

Eppure, se qualcosa non va in questo Paese, bisogna partire proprio dalla Presidenza della Repubblica. A cominciare dalle spese, che sono tante, più di quanto ci si possa immaginare.  Di solito scriviamo che i costi del Colle sono il doppio di quelli dell’Eliseo: sbagliato, come ha scoperto il nostro Franco Bechis, sono il triplo. Dal conto ufficiale sono infatti esclusi  tasse e contributi, che se contabilizzati portano il bilancio a sfiorare la bella cifra di 350 milioni. È troppo chiedere che in un periodo di crisi il capo della Stato prima di esortare al rispetto dei parametri europei cominci ad adattarvisi egli stesso e l’istituzione che lui rappresenta?  Se dobbiamo stare in Europa, adeguarci  alle regole di Bruxelles, contenere la spesa pubblica e uniformarci agli standard decisi a Berlino o a Francoforte, è pretendere l’impossibile  che il primo a farlo sia l’uomo lassù sul Colle?

Lo so, ad alcuni il nostro invito parrà la solita polemica sulle spese degli organi costituzionali e il rituale attacco alla reggia di re Giorgio, ma così non è. Certo, mi sono permesso di segnalare i costi del Quirinale perché la questione mi sta a cuore in modo particolare, tuttavia il ragionamento a proposito di Napolitano e della necessità che il presidente della Repubblica inizi a credersi un po’ meno infallibile di un monarca è più ampio e si estende al settennato passato e a quello appena iniziato. Perché è fuor di dubbio che se ci troviamo in questa situazione, con l’economia ai minimi e una confusione politica raramente vista, gran parte della responsabilità pesa sulle spalle del capo dello Stato. 

Pur non incaricandolo di funzioni particolari, la Costituzione affida al presidente della Repubblica il ruolo di garante. Egli è il punto di equilibrio, una specie di nonno saggio che con il suo peso e la sua esperienza dovrebbe indirizzare, smussare, qualche volta suggerire. Pur non avendo un potere reale, se non quello di sciogliere il Parlamento, di nominare i ministri e presiedere il Csm e il Consiglio di difesa, il capo dello Stato può esercitare quella che in inglese si chiama moral suasion, cioè far valere la propria autorevolezza. Così è stato in passato a proposito di alcune leggi, che sono state emendate ancora prima di arrivare al Colle proprio grazie ai suggerimenti del presidente. Così è stato riguardo a determinati provvedimenti, come ad esempio l’indulto.  Ho spesso raccontato senza essere smentito di quando nel passato un inquilino del Quirinale intervenne sulla Corte costituzionale pur di far annullare un verdetto, e i giudici della Consulta esaudirono il desiderio in un secondo.  Cosa sarebbe accaduto se Giorgio Napolitano, all’epoca dello scudo per le alte cariche, avesse esercitato pressioni sul tribunale delle leggi esortandolo a non bocciare il Lodo Alfano? Certo, serviva coraggio e senso politico, ma oggi non saremmo nel caos attuale, con un leader d’opposizione in procinto d’essere arrestato.

Questo è però solo il primo dei molti errori compiuti da Napolitano. Ovviamente mi limiterò a quelli recenti, da presidente della Repubblica, perché per dire degli altri, di quando era un parlamentare del Pci, non basterebbe un’enciclopedia. Il più grave, nel senso che ha fatto più danni del mancato intervento in favore della legge per le alte cariche dello Stato, è senza dubbio quello del 2011, quando Napolitano scelse di assecondare le pressioni di Angela Merkel e dell’Europa contro un governo legittimamente eletto. Buttar giù Berlusconi per sostituirlo a Palazzo Chigi con un tecnico gradito alla Germania e a Bruxelles è stata una mossa politica disastrosa. La soluzione ai problemi dell’Italia, che pure c’erano e nessuno men che meno io intende negare, non era il commissariamento del Paese ad opera degli euroburocrati, ma piuttosto un rafforzamento della politica. Invece il capo dello Stato scelse di metterci nelle mani di un professore ambizioso e presuntuoso, un docente convinto che la sua lezione non potesse essere messa in discussione da nessuno.  Gli effetti dei compiti a casa impartitici da Mario Monti su sollecitazione della Cancelliera tedesca sono sotto gli occhi di tutti: invece della ripresa più volte annunciata dall’ex rettore della Bocconi abbiamo la recessione più nera. I consumi sono al lumicino, il debito è alle stelle, le persone senza lavoro  sempre di più.  È di ieri la notizia che i prestiti delle banche sono al minimo storico degli ultimi 14 anni: ma un’economia che non viene finanziata, come può reggere e, soprattutto, come può risollevarsi?  Di fronte al fallimento di un’operazione politica ardita, che ha prodotto sì una riforma delle pensioni attesa da anni, ma anche gli esodati e il gran pasticcio di una riforma sul lavoro che ha creato più disoccupati di prima, il minimo che ci si potesse attendere dal presidente della Repubblica era un mea culpa. Invece no.  Dopo aver sbagliato, Napolitano  ha voluto riprovare.  

Preparata in gran segreto la sua rielezione, il presidente ha combinato altri guai. Prima ha lasciato con tutta calma che Pier Luigi Bersani si suicidasse, consentendogli di inseguire il sogno irrealizzabile di un governo con i grillini, poi ha tenuto a battesimo le larghe intese, autonominandosi tutore del nuovo governo. Peccato che il capo dello Stato più potente nella storia della Repubblica, l’unico ad essere riuscito a farsi eleggere per un secondo mandato, il solo che sia giunto al Quirinale provenendo dal Partito comunista, cioè da una formazione politica a tal punto sconfitta da essere costretta a cambiare nome, peccato, dicevo,  che si sia dimenticato di scrivere negli accordi che le larghe intese dovevano essere estese anche alla giustizia, prevedendo una pacificazione del Paese.  Napolitano doveva essere il garante del patto fra il Pd e il Pdl, invece si è trasformato in un Ponzio Pilato, che al momento giusto se n’è lavato le mani. Dopo aver dato ampie assicurazioni di essere pronto a intervenire anche con un provvedimento di clemenza, il capo dello Stato si è voltato dall’altra parte, nascondendosi dietro ai cavilli. Berlusconi condannato, anzi pronto alla galera, perché tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e per nessuno si può fare eccezione. Per nessuno tranne che per Napolitano, il quale se non vuole testimoniare davanti ai giudici di Palermo lo può fare. Le telefonate di Berlusconi si possono ascoltare, quelle del presidente vanno distrutte. Parola di Corte costituzionale, la stessa che ha cancellato il lodo Alfano.

Anche dopo aver infilato un errore dietro l’altro e averci aiutato ad arrivare sull’orlo del precipizio (un Paese in recessione, senza legge elettorale e con i forconi alle porte),  Napolitano non rinuncia a impartirci il suo sermone quotidiano.  Ogni giorno ammonisce, richiama, minaccia. Che Berlusconi parli di golpe e non si rassegni al suo status di condannato non gli sta bene: lo vorrebbe silente, in attesa di espiazione.  Anzi, forse non lo vorrebbe proprio.  Stessa cosa con Renzi: il sindaco ha vinto e desidera far valere le proprie ragioni. In particolare pretenderebbe di  votare subito per poter dimostrare quel che sa fare senza altri indugi e perdite di tempo. Ma al presidente il giovanotto non va giù: figurarsi, l’ex boy scout è convinto che le elezioni siano una soluzione automatica quando un governo non funziona. E invece con Napolitano non c’è niente di automatico. Nulla è deciso, tutto dipende da lui, dal  suo volere di  monarca assoluto. Lui è l’unico potere rimasto in piedi in un Paese senza poteri.  Lui è il Grande Vecchio, il burattinaio. Il solo che può sbagliare senza rispondere mai dei suoi errori. Applausi. Dai suoi fallimenti c’è da imparare per ricordarsi di fare il contrario.  

di Maurizio Belpietro

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Commenti all'articolo

  • Alcora

    11 Febbraio 2014 - 13:01

    Il problema e' che se cade Il Compagno Re Napolitano ne mettono su uno peggio!! Vi immaginate Prodi il più accanito servitore della oligarchia europea eletto dal plenum del soviet italiano della Camera diretto dalla pasionaria Laura? Prospettiva da far c...... Anche gli stitici. Alcora

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  • zottidan

    18 Dicembre 2013 - 15:03

    non continuano a leggere la Repubblica? Lì certo che trovano tutto quello che vogliono sapere e possono farsi plagiare comodamente senza scomodarsi a leggere altre testate UN PO' TROPPO OBBIETTIVE, PERCIO' FASTIDIOSE. Ritornate nella mandria pecorelle !!!

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  • spadino65

    18 Dicembre 2013 - 09:09

    da qualche mese a questa parte....anche lei direttore lo osannava "si rilegga"

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