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L'editoriale

Le riforme di Renzi?
Tanto fumo e poco arrosto

Fanno un accordo per abolire il Senato e intanto studiano una legge elettorale che lo prevede. Il guaio peggiore, però, è che i piccoli accrescrebbero il potere di veto

20 Gennaio 2014

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L’arrivo di Matteo Renzi alla guida del Pd ha avuto lo stesso effetto di un sasso lanciato nello stagno:  dopo anni di acque limacciose finalmente qualcosa si è mosso e l’accordo per la legge elettorale è stato raggiunto. Ciò significa che d’ora in poi la palude della politica avrà acque cristalline che ci consentiranno di vedere il fondo della crisi in cui siamo immersi? No, vuol dire solo che nell’acquitrino si sono alzate le onde. Chiedo scusa per il pessimismo ma se i lettori avranno la pazienza di seguirmi spiegherò perché.

Prima questione: il sistema elettorale. Da mesi il Palazzo discute dei meccanismi con cui si eleggono deputati e senatori, quasi che dal  modo con cui si scelgono i rappresentanti del popolo dipenda ogni cambiamento. In realtà si tratta di un falso problema, perché non esiste un sistema perfetto che assicuri ciò che viene promesso. A differenza di quanto si crede, il Porcellum non era il più imperfetto fra quelli esistenti  e con qualche correttivo avrebbe potuto essere una buona legge. Se non ha funzionato – oltre al meccanismo di computo su base regionale preteso da Ciampi - è anche perché a eleggere  i senatori è un elettorato differente da quello che votava per i deputati, in quanto la scheda per Palazzo Madama è ritirata da chi ha compiuto 25 anni mentre a decidere chi spedire a Montecitorio sono anche i 18enni. Cambia qualcosa da questo punto di vista con l’accordo raggiunto da Pd e Forza Italia? No:  gli aventi diritto al voto restano gli stessi.

Questione numero due:  la scelta degli eletti. Una delle ragioni per cui il Porcellum è stato contestato e in seguito ritenuto incostituzionale è che agli elettori non era consentito scegliere chi votare. Non essendoci preferenza, finivano in Parlamento tutti i candidati della lista messi ai primi posti.  In questo modo, si obiettava, a decidere sono i partiti e si riempiono Camera e Senato di persone fedeli al capo più che all’elettore. Tuttavia il nuovo modello non prevede che ci siano le preferenze, dunque siamo da principio. È vero che essendoci collegi più piccoli e liste più corte i candidati saranno riconoscibili, ma comunque saranno sempre i vertici del partito a stabilirne la collocazione e dunque, in base ai voti, l’elezione. Se poi a questo si aggiunge il premio di maggioranza, che scatterà a prescindere dal collegamento con gli elettori, si capisce che siamo rimasti ai nominati, i quali dovranno dire grazie al leader più che a chi li ha votati.  

Questione numero tre: il potere di ricatto dei partiti. Secondo quanto sostiene Renzi, con il nuovo sistema i piccoli non potranno più tenere in scacco i grandi. Ma per essere vero ci vorrebbe un sistema che premiasse solo i primi due partiti, tagliando tutti gli altri. Invece no: il nuovo sistema favorisce la coalizione che supera il 35 per cento, attribuendole il premio di maggioranza. Ciò significa che, per vincere, il Pd dovrà allearsi con Sel mentre Forza Italia cercherà l’intesa con Ncd, Lega e Fratelli d’Italia. Anche questa volta dunque si riproporranno i problemi già incontrati nel passato, quando Prodi cascò perché un pezzo della sua maggioranza (cioè l’Udeur e la sinistra estrema) decise di votare contro il governo.  Con il «Renzusconi», chiunque vinca non avrà affatto assicurata la stabilità, ma al contrario sarà ostaggio  degli alleati, esattamente come accadde a Berlusconi ai tempi della Lega prima, dell’Udc poi e di Fini da ultimo.

Questione numero quattro:  Renzi ha deciso di puntare tutte le sue carte e il suo successo personale sulla legge elettorale, annunciando anche un’intesa per l’abolizione del Senato e la riforma del titolo V. Peccato che il meccanismo di elezione del Parlamento e il cambiamento della Costituzione viaggino su binari separati  e il treno delle riforme rischi di intralciare il secondo e viceversa. Infatti ora in discussione c’è un sistema che prevede di continuare ad eleggere i rappresentanti del Senato e se la legge verrà approvata poi  bisognerà tornare a mettervi mano appena si voterà la modifica della Costituzione e l’abolizione dei senatori. Non c’è pericolo che una volta approvata la legge elettorale si vada a votare con quella dimenticandosi che Palazzo Madama va chiuso? Sì, il rischio c’è ed è più concreto di quanto sembra.  Anzi, la legge elettorale spiana la strada a chi non vuole cancellare il Senato  ma tenerlo ancora per un po’ così com’è.

Conclusione: se si volesse davvero stabilità e governabilità le modifiche da apportare sarebbero  altre rispetto a quelle proposte.  Per prima cosa bisognerebbe introdurre una norma che pur senza toccare il vincolo di mandato evitasse i cambi di casacca, stabilendo cioè che quando si sfiducia un presidente del consiglio regolarmente eletto la parola ritorni agli elettori. Due: si dovrebbe varare senza indugi il presidenzialismo, attribuendo al premier poteri veri, compreso quello di cacciare i ministri che non godono più della sua fiducia. Insomma, quando qualcuno invoca la legge elettorale dei sindaci dimentica di dire che i sindaci possono licenziare gli assessori e se si dimettono si torna a votare. 

Così si esce da pantano e non si prendono in giro gli elettori. Spacciare per cambiamento un sistema di voto al contrario ci fa restare nell’acquitrino.

di Maurizio Belpietro

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Commenti all'articolo

  • frankie stein

    21 Gennaio 2014 - 17:05

    Che simpatico il Dir...'Fanno', 'studiano', ma chi??? Usa una vaga terza persona plurale, come se il riabilitato Silviuccio stesse a guardare sconsolato. Eppure tanto 'fumo'(e l'arrosto per se) potrebbe non dispiacere a chi l'ha venduto per venti gloriosi anni.

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