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L'editoriale

L’unica soluzione
è copiare dagli altri

Già non esistono sistemi elettorali perfetti, in più quelli nostrani sono fatti per impedire a chi vince di governare. In Spagna, Francia o Inghilterra non è così? Allora rubiamo i loro

28 Gennaio 2014

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Ogni stagione ha la sua legge elettorale. C’è stato il periodo in cui le preferenze, cioè la possibilità per gli elettori di scegliere il proprio eletto, vennero giudicate la fonte di ogni clientela e c’è ora il periodo in cui le stesse preferenze vengono dipinte come l’unico sistema per garantire una democrazia concreta in questo Paese. Allo stesso tempo per diversi anni si è ritenuto che il bipolarismo fosse il solo modo per assicurare all’Italia un governo stabile, mentre ora si pensa che il bipolarismo non possa garantire la tenuta del governo, ma anzi il contrario. Insomma, a seconda della convenienza politica ecco confezionata la tesi che giustifica la linea pro o contro preferenze, bipolarismo, premio di maggioranza. 

La verità, come abbiamo già scritto, è che nessuna legge elettorale è perfetta e nessuna è in grado di garantire al tempo stesso la coesione delle maggioranze e la rappresentanza delle minoranze. Ogni sistema porta infatti con sé dei difetti. Partiamo dalle preferenze, che oggi sono diventate un argomento che da solo potrebbe portare o impedire l’accordo sulla riforma dei meccanismi con cui si elegge un parlamentare. Ai tempi di Mani pulite le preferenze finirono nel mirino perché per raccoglierle ) i candidati avevano bisogno di campagne elettorali dispendiose. Tangenti e voto di scambio vennero dunque giudicati un effetto collaterale del sistema: in pratica per farsi eleggere o il candidato rubava o prometteva assunzioni e vantaggi ai potenziali elettori. Mario Segni ebbe gioco facile a raccogliere consensi intorno alla sua proposta di referendum anti preferenze plurime e così la Repubblica entrò nel sistema maggioritario, anche se i partiti provvidero a inserire una quota proporzionale che garantisse comunque i gruppi minori. Risultato? Il primo governo Berlusconi, cioè il primo votato da un Parlamento eletto col maggioritario, durò poco più di sei mesi, perché la Lega si sfilò alla prima protesta di piazza contro la riforma delle pensioni (ironia della sorte, anni dopo toccò poi a Maroni cambiare il sistema previdenziale). Non meglio andò al primo governo Prodi, che nonostante il Mattarellum fu mandato a casa dagli alleati per essere sostituito da D’Alema prima e da Amato poi. In pratica nonostante il maggioritario, nonostante il nome di Prodi sulla scheda, il Parlamento varò una maggioranza alternativa a quella votata dagli elettori e pure dei presidenti del Consiglio diversi da quello sulla scheda. Poi si è arrivati al Porcellum, cioè a un meccanismo che doveva escludere da Camera e Senato i partiti minori, rafforzare il bipolarismo e garantire la governabilità. Risultato: il secondo Prodi è durato due anni, il quarto Berlusconi tre anni e poco più. Insomma un fallimento, anzi un disastro, soprattutto per l’economia italiana. 

Tuttavia, come se non fossimo reduci da un pasticcio dietro l’altro, i partiti ci riprovano. Adesso è il turno dell’Italicum, cioè di un sistema spagnolo in salsa italiana. Peccato che a forza di ritocchini dei meccanismi con cui si elegge il Parlamento, di spagnolo resterà poco o nulla. Niente preferenze e dunque ancora parlamentari decisi dalle segreterie, soglia di sbarramento alta e premio di maggioranza, dunque poco spazio alle minoranze. E naturalmente nessuna garanzia di stabilità, perché quella non la garantisce nessun sistema elettorale a meno che non sia previsto che se si butta giù un premier non se ne rifà un altro ma si va a votare. 

A complicare la vita ci si è messa pure la Corte costituzionale, sulla cui sentenza si fonda la richiesta di reintroduzione delle preferenze e della riduzione del premio di maggioranza. Così alla fine, tra un tira e molla e un pronunciamento della Consulta, uscirà il Frittatellum, nel senso che si inventeranno un ibrido che in conclusione funzionerà peggio dell’originale. Come sempre, le cose facili in Italia non le sanno fare. Basterebbe copiare la Francia o la Spagna o la Gran Bretagna. Ma copiare, non imitare. Perché nelle imitazioni noi andiamo forte, soprattutto se c’è da far ridere.

di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

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