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L'editoriale

Due anni e ancora non ha la squadra di governo

L’uomo che doveva rottamare la Casta è costretto a seguire i suggerimenti di due ottantenni: De Benedetti e Napolitano

17 Febbraio 2014

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L’unica cosa certa per ora è l’incertezza. Partito come un fulmine, Matteo Renzi  ha frenato come un Letta. Ieri ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo, ma anziché snocciolare la lista dei ministri come qualcuno si era aspettato, il sindaco di Firenze ha preso il treno per tornare nella sua città. Sta riflettendo, dicono i suoi. Ci vorrà qualche giorno, aggiungono gli altri. A quanto pare, la riserva con cui il rottamatore ha accettato l’incarico di guidare il nuovo esecutivo non sarà sciolta prima della fine di questa settimana. Non che ci siano dubbi: alla fine il segretario del Pd ce la farà e dunque il Renzi 1 vedrà la luce. Il problema però è come e soprattutto con chi. Dei no collezionati ancor prima di salire al Colle si sa: Matteo non era ancora stato incoronato da Giorgio Napolitano che già c’era chi ritirava la disponibilità ad affiancarlo. Via l’imprenditore di riferimento (Farinetti), via il manager  più caro (Guerra),  via pure l’intellettuale vate (Baricco).  Ma a quanto pare i no che hanno pesato di più sono altri, in particolare quello di Gino Strada, che il sindaco avrebbe voluto arruolare come ministro della Sanità, forse per trasformare l’Italia come l’Afghanistan. E pure quello di Lucrezia Reichlin, che il rottamatore avrebbe voluto mettere alla guida del dicastero più importante, cioè quello dell’Economia.  Uno dietro l’altro, i nomi più importanti si sono sfilati e anche se non c’è conferma pare che alla fine perfino Luca di Montezemolo non uscirà dai box: meglio la Ferrari, almeno lì l’unico conflitto che si rischia non è quello d’interessi ma quello tra pneumatici e condizione dell’asfalto.

Insomma, il sindaco degli effetti speciali rischia di dover partire senza fuochi d’artificio e se non proprio con le solite facce, per lo meno non con delle facce nuove.  In particolare per quanto riguarda l’Economia.  A dar retta alle voci, in lizza sono rimasti un paio di nomi di politici più che di tecnici. Il che potrebbe anche essere un bene: di professori infatti gli italiani ne hanno le tasche piene  o, forse, sarebbe meglio dire vuote, in quanto da Monti in poi, passando per  Saccomanni, è stata una grandinata di tasse. Non meglio sarebbero stati due simil-banchieri come Lucrezia Reichlin e Lorenzo Bini Smaghi: essendo entrambi di formazione Bankitalia e Banca centrale, altro che sforamento dei parametri europei come vorrebbe il rottamatore. Da loro ci sarebbe stato da aspettarsi il rispetto rigoroso della linea imposta da Bruxelles. Con loro al ministero di via XX Settembre  sarebbe stato come consegnare l’Economia nelle mani del direttorio della Bce: tanto valeva a questo punto dare a Draghi e colleghi le chiavi dell’Italia, così per lo meno ci saremmo risparmiati i costi del Parlamento e anche gli stipendi dei ministri. Dunque, tramontati i tecnici (o almeno pare: in politica non si può mai dire mai, soprattutto se c’è di mezzo Renzi, perché quello che nega oggi farà sicuramente domani), ecco avanzare i politici, o per dirla meglio i politici che sono avanzati dopo l’opera di rottamazione del segretario Pd. Il primo è Fabrizio Barca, un signore che oltre ad aver fatto il ministro della Coesione territoriale nel governo Monti ha un bel cognome, essendo figlio di un funzionario del vecchio Pci. Barca è gettonato, piace alla sinistra e a Carlo De Benedetti, il quale - come ha rivelato ieri lo stesso Barca cadendo vittima di un tranello della trasmissione La Zanzara - gli telefona in continuazione per sollecitarlo ad accettare. Con Vendola e l’editore di Repubblica come sponsor, più che un ministro dell’Economia avremmo un commissario politico, con quel che ne consegue.

L’altro nome che avanza è quello di Franco Bassanini, un signore che alle spalle ha un ventennio tra Pci e Pds, molti incarichi ministeriali e ora uno di presidente della Cassa depositi e prestiti: insomma, quel che si dice una persona  che la macchina dello Stato la conosce bene e pure la cassa. Di lui si ricorda la legge che doveva sburocratizzare la pubblica amministrazione e quella che doveva permettere il ricambio degli staff di governo. Soprattutto ci si ricorda come sono andate a finire. Ciò detto, Bassanini ha un vantaggio sugli altri concorrenti ed è che se servono i soldi sa dove stanno. Già, perché il solo argomento che può decretare il successo o il fallimento del governo Renzi sono i quattrini. Ieri il premier incaricato ha annunciato una riforma al mese: prima quella elettorale (da concludersi entro febbraio, ma siamo già al 18 e dieci giorni sembrano pochi, anche perché il governo ancora non c’è), poi quella del lavoro (marzo), quindi la pubblica amministrazione (aprile), infine il fisco. L’ultima riforma coinciderebbe con le elezioni europee e la dichiarazione dei redditi e dunque, dato l’ingorgo di scadenze, non c’è da farci troppo affidamento. Però le altre, in particolare quelle del lavoro e della pubblica amministrazione, richiedono fondi e finora non è chiaro dove il segretario del Pd  intenda trovarli. Bassanini certo lo potrebbe aiutare, ma basta imbarcare il presidente della Cassa depositi e prestiti per far prendere il largo al Paese?  Difficile da credersi. Di certo, un’osservazione viene spontanea:  ma dato che Renzi puntava a Palazzo Chigi almeno da due anni, alla squadra non poteva pensarci prima? Possibile che debba ridursi all’ultimo minuto a farsi consigliare da De Benedetti e Napolitano,  167 anni in due?  L’uomo nuovo con due suggeritori ottantenni non dà proprio l’idea di essere nuovo.

di Maurizio Belpietro
@BelpietroTweet

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