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Mistero in Venezuela

Aereo scomparso, continuano le ricerche
E spunta l'ipotesi dei narcos

I trafficanti di droga sono padroni della zona dove è scomparso Vittorio. Anche il fratello Luca, pilota, partecipa alle ricerche 
Vittorio Missoni con la moglie e la coppia di amici

Vittorio Missoni con la moglie e la coppia di amici

 

di Leonardo Piccini

Le autorità venezuelane stanno moltiplicando i loro sforzi per trovare l’aereo scomparso venerdì mattina con a bordo Vittorio Missoni, la moglie Maurizia Castiglioni, una coppia di amici dello stilista, i bresciani Guido Foresti e Elda Scalvenzi, e due membri dell’equipaggio. Da alcune ore, oltre agli elicotteri e a un aereo da ricognizione della Guardia Costiera, si sono uniti nelle ricerche volontari con aerei e imbarcazioni private: 385 persone stanno scandagliando un’area di oltre 650 chilometri quadrati, ma del Let-140 svanito al largo del Venezuela, ancora nessuna traccia. Luca Missoni, fratello di Vittorio «è in Venezuela ed è parte attiva nelle ricerche: è un pilota e da ieri è coinvolto in voli sull’area in cui si concentrano le ricerche del velivolo». Lo riferisce la sorella Angela, aggiungendo che anche l’ad dell’azienda di Sumirago, Alberto Piantoni lo ha raggiunto a Caracas. 

Un pilota venezuelano decollato con un Cessna subito dopo il piccolo bimotore, ha raccontato di aver visto il velivolo sparire inghiottito «da un cumolo di nubi. Deve essere stato un fulmine» ha dichiarato Enrique Nada. Nelle ultime ore, però, circolano anche delle voci di un possibile sequestro, con l’aereo dirottato dai narcotrafficanti. Secondo questa ipotesi ancora tutta da provare, il velivolo sarebbe stato costretto ad atterrare in una località sotto il controllo dei cartelli della coca, per trasformarlo in «narcoavion», e trasportare la droga in Paesi vicini: Messico, Honduras e Usa. Un’ipotesi tutt’altro che peregrina, visto che negli ultimi 15 anni in Venezuela è accaduto almeno una trentina di volte. I fautori dell’ipotesi del sequestro, citano alcuni numeri davvero impressionanti: dal 2006 ad oggi, le autorità venezuelane hanno individuato qualcosa come 3mila piste clandestine utilizzate per il trasporto della cocaina. Inoltre, secondo la Polizia, un gran numero di velivoli partirebbe dalla regione di Apure: in quell’area, i «narcos» venezuelani agiscono con le Farc colombiane (il movimento marxista che opera in Venezuela con un gruppo militare chiamato Fronte 48) e qui esiste un vero e proprio reticolo di piste semi-preparate dalle quali decollano ininterrottamente aerei come quello sul quale viaggiavano i coniugi Missoni. Velivoli destinati all’Honduras, uno scalo intermedio per le partite di coca destinate al mercato Usa. 

La ragione per cui i narcotrafficanti si avvalgono di aerei rubati è perché spesso hanno la necessità di agire in fretta, perché il giro è talmente consistente, da non permettere alle bande di perdere del tempo prezioso per acquistare aerei usando i soliti prestanome attivi nelle città di Miami o di Fort Lauderdale in Florida. Le tracce radar fornite dalla «Joint Task Force» americana, evidenziano qualcosa come 120 tracce, cioè rotte utilizzate ogni giorno dai cartelli della droga e tutte passano in Venezuela anche nell’area in cui è scomparso il velivolo di Missoni. 

 

La testimonianza: sono viva per miracolo, guarda il video su LiberoTv


 

Il Paese del presidente Hugo Chavez si è trasformato negli ultimi anni in un vero e proprio paradiso per le organizzazioni criminali: un ponte naturale per l’invio di grosse quantità di cocaina non solo negli Usa ma anche in Europa. Organizzazioni, che secondo un inquirente della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del ministero dell’Interno (Dcsa) «hanno scelto il Venezuela per la mancanza di meccanismi di contrasto: ciò consente agli stessi cartelli di utilizzare imprese industriali e commerciali dedite all’import-export come attività di copertura. Del resto, si deve tener presente che il Venezuela è un Paese inserito in quadrante naturale vicino al più grande mercato di cocaina del mondo, un crocevia ideale per i carichi provenienti da tutto il Sud America e allo stesso tempo un volano del riciclaggio della maggior parte dei proventi del mercato degli stupefacenti». Secondo l’antidroga di Caracas, i narcotrafficanti intrattengono ormai da anni rapporti di interessi coi guerriglieri colombiani delle Farc e dell’Eln, trasformati in braccio militare delle bande di Calì e di Bogotà. Le missioni di intelligence americane hanno da tempo acceso i loro radar sul Venezuela, e tra gli scali monitorati non ci sono solo quelli strategici di Tolemaida, e Larendia, ma anche l’isola caraibica di San Andrés e quella di Marandùa proprio al confine con il Venezuela. Militari del «Forward Operating Locations» e contractors del Pentagono, da qualche mese monitorano gruppi paramilitari come quelli degli Urabenos, i Rastrojos, i Los Paisas e gli Autodefensas ID Gaitanistas. Bande che operano tra Colombia e Venezuela e che si stanno saldando con narcos, spacciatori e criminali comuni. 

A Caracas fino al 2011 il traffico della coca veniva gestito in grande stile da Jorge Barrientos «Falcon» capo dei Rastrojos, assassinato a colpi di Kalashnikov e abbandonato in una via del centro dopo essere stato tradito da uno dei guardaspalle. Oggi i colombiani per fare affari in Venezuela devono rispettare le regole imposte dal cartello degli Urabenos e dal suo capo: un boss di 40 anni, laureato negli Stati Uniti e con solide amicizie e protezioni politiche.

 

 

 

 

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