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Rivoluzione elegante

Congo, i Saupers: i "dandy" che fanno la fame e vestono Prada

Congo, i Saupers: i "dandy" che fanno la fame e vestono Prada

Polvere. Sudore. Fango. Piedi nudi. Povertà. Sporco. Il nulla intorno. Poi - come per incanto - puff spuntano due scarpe luccicanti e calze a righe e pantaloni rossi e camicie inamidate e gemelli e papillon e bretelle e giacche rosa e buffi cappelli e bastoni e sigari e pipe. Tutto griffato, ovviamente. E si apre un mondo nel Terzo mondo.

Bocongo, quartiere di Brazzaville, capitale del Congo, benvenuti tra i Sapeurs, i dandy d’Africa, gli edonisti neri, i poveri eleganti che magari non mangiano e vivono nella baracche, ma che si vestono da fichi con abiti firmati fatti arrivare (e pagati a rate) dalle migliori boutique del mondo. Più che un vezzo, una moda. Più che una moda, una filosofia di vita. Più che una filosofia di vita, un riscatto sociale. Colori e paillettes, sorrisi e sfilate, pose fotografiche e sguardi ammiccanti che ora hanno conquistato i primi piani dell’ultima pubblicità della birra Guinness (lo spot fa parte della campagna virale di Guinness “Made of More”, che punta a mostrare le scene di vita quotidiana della gente comune in tutto il mondo), ma che da anni conquistano cittadini e curiosi, turisti e sociologi. Perché i Sapeurs (dal francese “se saper”, “vestirsi con cura”) si definiscono “uomini dotati di una forte integrità che si caratterizzano per un codice etico e morale ben definito per i quali lo stile, l’atteggiamento e il comportamento contano più della professione svolta e del conto in banca”; e ancora, “uomini che esprimono creatività e originalità con il vestire e sono membri di una sub-cultura che prende il nome dalla sigla Sape: la Société des Ambianceurs et des Personnes Elegantes (Società delle persone eleganti che fanno atmosfera)”. Le tre regole base per essere un buon Sapeurs? Eccole. 1) I colori: benvengano i toni sgargianti, ma devono essere sposati bene, e mai più di tre nello stesso outfit. 2) Bretelle: solo per pochi, se non hai un po’ di pancia, evita. 3) Un buon abito richiede un buon portamento e una camminata felpata che consenta a tutti di ammirare i dettagli, calzini compresi.

E così capita - come racconta Marco Trovato in un meraviglioso reportage pubblicato sul sito www.reportafrica.it - che all’aeroporto di Kinshasa i Sapeurs atterrino da Parigi, Milano, Bruxelles indossando abiti immacolati e sfarzosi, occhiali da sole, cappelli di feltro, scarpe luccicanti e improvvisino sfilate tra il viavai frenetico di mendicanti, taxi sventrati, facchini lerci, gente fradicia di sudore. E i concittadini stiano lì, ad ammirarli come veri e propri idoli.

L’appuntamento, poi, è per ogni sera a Matonge, il quartiere modaiolo della città. Un défilé in cui ognuno - avanzando senza ciondolare, impettito e con lo sguardo aperto (c’è chi, come Gariel Lusemba, esperto di bon ton e veterano, si guadagna da vivere facendo il consulente d’immagine: «Non basta indossare un abito firmato per essere elegante. Bisogna imparare lo stile, la classe... Il portamento è un ingrediente fondamentale per essere davvero glamour»)- sfoggia abiti costosissimi con abbinamenti di colori audaci che a noi sembrano trash, ma che per loro sono un raffinato segno di riconoscimento. E i Sapeurs più gettonati vengono ingaggiati per funerali, matrimoni, feste a tema.

Già, ma perché agghindarsi così? Più che un vezzo, una moda, una filosofia di vita, qui siamo di fronte a un riscatto sociale e a una rivolta. Iniziata negli anni Settanta quando l’ex colonia belga - che allora si chiamava Zaire - era funestata da un regime sanguinario e oscurantista e il maresciallo Mobutu Sese Seko, salito al potere con la forza, impose al Paese la sua «politica dell’autenticità» che mirava a cancellare i retaggi coloniali per valorizzare le radici culturali africane. Tradotto: vietato l’uso di giacca e cravatta, considerati inaccettabili simboli degli oppressori europei, e obbligo di indossare un’uniforme nazionale costituita da una casacca leggera e un paio di pantaloni slavati. Fin quando, però, il musicista Papa Wemba, pop star emergente della rumba zairese, iniziò a opporsi, sfidò le ire del regime, se ne fregò dell’embargo sulle importazioni di abiti occidentali e cominciò a sfoggiare in pubblico completi stravaganti acquistati durante le tournée in Europa. E così - con giacche di paillettes, cappelli in pelle, scarpe di vernice, camicie colorate e abiti al rovescio per mettere in mostra l’etichetta - fece impazzire i giovani. Che lo imitarono facendo nascere, ufficialmente, i primi Sapeurs. Uomini che ogni sera, come per incanto, si trasformano in variopinti manichini griffati. Per poi tornare nella polvere.

di Alessandro Dell'Orto

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Commenti all'articolo

  • brontolo1

    03 Aprile 2014 - 12:12

    gli amici della kienge!

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