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Reportage

Nella terra di nessuno del Centrafrica dove vendono più bombe che bibite

Nella terra di nessuno del Centrafrica dove vendono più bombe che bibite

Nella capitale della Repubblica Centrafricana esistono numerose terre di nessuno. No men’s land. Dividono i quartieri, dove dal dicembre scorso si sono consumati i peggiori massacri tra le due fazioni della guerra civile. Da un lato i "seleka" a maggioranza musulmana e dall’altro gli "anti-balaka" (anti machete, ndr) cristiani e animisti barabu. Ottocentomila sfollati in poche settimane e migliaia di morti. Ora il sangue e gli intestini non scorrono più tra le fogne a cielo aperto della città. Ma si spara ancora qua e là. D’altronde, acquistare una granata costa settanta centesimi. Una coca-cola un euro. Da quando la missione europea Eufor Rca (circa 750 uomini) presidia i quartieri più delicati di Bangui e media tra tutti i rappresentanti in campo in modo da sostenere il dispiegamento della missione Onu e, indirettamente, rendere meno pesante la presenza francese (sono duemila gli uomini della missione parigina Sangaris) alcune aree hanno cominciato a ripopolarsi. Molto lentamente.

Le terre di nessuno non si possono però riempire con uno schiocco di dita. Restano scheletri spolpati in cui la presenza militare cerca di portare ossigeno come un polmone artificiale. A poca distanza da Pk5, uno degli incroci più pericolosi della città, c’è la terra di nessuno che separa l’enclave cristiana dentro il terzo quartiere ancora oggi a prevalenza musulmana. Le forze speciali spagnole, inquadrate in Eufor Rca, hanno trascorso cinque settimane in una delle poche case rimaste in piedi a ridosso della No men’s land. Proprio al confine sud dell’enclave. Hanno montato la guardia giorno e notte, pattugliato i vicoli e i sentieri lungo i canali. Hanno usato le orecchie per raccogliere informazioni sul terreno.

"Libero" ha accompagnato il più alto in grado del plotone e ha assistito al ripiegamento dell’intero distaccamento nella base di Eufor in attesa di una nuova missione. "Distaccamenti come questi", spiega l’ufficiale spagnolo, "sono fondamentali per raccogliere sul campo le informazioni che servono a prevenire eventuali improvvise recrudescenze. D’altronde non è possibile disarmare le fazioni e i seleka da predominanti sono passati a essere vittime degli anti balaka. Gli stessi gruppi si combattono tra di loro". Senza contare che nel terzo distretto si nascondono anche miliziani chadiani e sudanesi usati per riaccendere vampate di tensione. Anche se a volte non servono. Un anti balaka ha acquistato un bracciale per l’immortalità poi si è fatto sparare. Ovviamente è morto e il venditore è stato linciato mettendo in sobbuglio un intero quartiere. Il risultato è che non ci sono negozi né attività, nessuno va in banca perché rischia di essere assalito. Però gli abitanti di Bangui vogliono andare avanti e lasciarsi il recente passato alle spalle. Sebbene le tracce della carneficina siano ancora visibili in mezzo alle erbacce che crescono tra quel che resta di una casa e le fondamenta rase al suolo di un’altra. Ci è bastato inciampare in resti umani, femori spolpati dai cani, per immaginare che una volta abbattuto a colpi di machete il cadavere sia rimasto lì per mesi fino quasi a scomparire.

A rendere il tutto più complicato, purtroppo, c’è anche il fatto che la Repubblica centrafricana fa i conti anche con il passato più remoto e con la Parigi coloniale. La presenza degli spagnoli - e lo stesso vale per il plotone degli italiani che si occupano di costruzioni civili (genio con il basco amaranto)- è ben vista dalla popolazione che al contrario vive con tensione le pattuglie francesi, quelle non inquadrate sotto la bandiera Ue. Gli anni di colonialismo non sono stati dimenticati. Così alla capacità di ascolto e di intercettazione della missione Sangaris, Eufor Rca offre in aggiunta il contatto diretto. La sensibilità dell’intelligence fatta per strada. "Chi ha convissuto a pochi metri dai nostri uomini ", aggiunge l’ufficiale delle forze speciali, "è visibilmente dispiaciuto oggi mentre spranghiamo la base, ma possiamo dire che le cinque settimane hanno consentito a noi un principio di controllo del territorio e a loro la certezza di essere difesi".

Ovviamente l’esperimento va ripetuto. Più volte e in altri quartieri. È difficile infatti arrivare a soluzioni immediate e ancor di più spiegare che cosa ancora covi sotto le ceneri di un Paese così lontano dall’Italia e dall’Europa. All’inizio del 2014 a spingere Bruxelles a intervenire è stato forse più il timore che il radicalismo islamico proveniente dalla Nigeria e dal Chad potesse invadere Bangui e rendere instabile anche una buona fetta di continente sotto il Sahara. Adesso però che i militari sono dispiegati nella capitale, la guerra che ha rischiato di essere interconfessionale, per via delle ingerenze esterne, si sta dimostrando con basi inter-etniche. Così, l’Iom, l’organizzazione per i migranti prima di pianificare il ritorno a casa, pensa a come collaborare con i militari per ricostruire. E dare sicurezza a tutte le migliaia di persone che si ritrovano con le capanne o le abitazioni distrutte. E poi c’è l’elemento fondamentale della mobilità a cui pensare. Bangui è spaccata e divisa da fossati. Spesso insuperabili perché mancano i ponti.

Alla presenza del comandante di Eufor Rca Generale Philippe Ponties, alcuni uomini dell’ottavo reggimento genio della brigata Folgore hanno posato una passerella in acciaio e ferro al confine del quinto distretto, in attesa di costruire il ponte Castor in muratura. "Continueranno le pattuglie 24 ore al giorno e intanto il margine di miglioramento verrà riempito anche con progetti a impatto immediato in favore della città, realizzati dai militari italiani: riparazione di strade, ripristino di canali d’acqua", commenta il tenente colonnello Mario Renna portavoce della missione, "e il monitoraggio della costruzione del ponte Castor che avrà anche forte valore simbolico".

di Claudio Antonelli

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