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La trattativa

Giappone e Giordania scendono a patti con l’Isis

Giappone e Giordania scendono a patti con l’Isis

Ok il prezzo è giusto. I samurai del Giappone smontano il fronte della fermezza, non appena trovano l’offerta conveniente al supermarket del terrore: prendi due, paghi uno. Prendi due ostaggi, paghi con una kamikaze. Ok il prezzo è giusto: più che la diplomazia internazionale sembra Iva Zanicchi. E noi che fino a ieri eravamo qui a elogiare il rigore nipponico, i nervi d’acciaio di Tokyo, la serietà dei suoi governanti che non si piegano ai ricatti dei tagliagole, che non si commuovono di fronte alle lacrime delle mamme, che non battono ciglio di fronte all’opinione pubblica scossa dai video con le teste mozzate che rotolano. Pensavamo fosse la forza degli antichi soldati imperiali. Invece era solo la furbizia dei moderni uomini d’affari: più che fermezza era senso dell’economia. Voglia di risparmio. O, se preferite, taccagneria.

Infatti la fermezza è durata fino a quando la richiesta di riscatto era di 200 milioni di dollari. Quando la richiesta di riscatto si è abbassata alla liberazione di una kamikaze, per di più detenuta in Giordania, la fermezza si è dissolta all’improvviso. Dal che si dimostra che la linea di politica internazionale del Sol Levante si basa su saldi valori. Economici, ovviamente. Mi chiedi 200 milioni di dollari? La mia etica mi impedisce di trattare con i terroristi. Mi chiedi 100 milioni di dollari? La mia etica mi impedisce di trattare con i terroristi. Non mi chiedi nemmeno un soldo? Beh, allora la mia etica non mi impedisce più di trattare con i terroristi. E nemmeno di liberare i kamikaze. Tutto ha un prezzo, evidentemente. Anche il sangue dei cittadini innocenti.
E pensare che il Giappone era considerato tra i Paesi inflessibili, proprio come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, quelli tutti d’un pezzo, quelli che non cedono mai. Tutti diversi da noi italiani, per dire, che invece siamo abituati a pagare sottobanco per salvare qualsiasi vispa teresa innamorata della causa islamica che va a cacciarsi nei guai.

Lo confessiamo: nei giorni scorsi ascoltavamo con un po’ d’invidia le dichiarazioni roboanti del governo di Tokyo: «Il Giappone non cederà ai terroristi», dicevano; oppure: «Il Giappone con i terroristi non tratta, li combatte». E noi giù a spellarci le mani: bravi samurai, così si fa, duri fino in fondo. Non avevamo capito, sciocchi come siamo, che in realtà i samurai stavano solo chiedendo uno sconto. E la richiesta di sconto, come sapete, ha avuto effetto. Nel suk dei tagliagole, evidentemente, è la stagione dei saldi: hanno rinunciato ai 200 milioni di dollari e si sono accontentati (si fa per dire) della liberazione di una kamikaze irachena, l’unica sopravvissuta di un attentato ad Amman nel 2005 in cui morirono 57 persone. Nota bene: la suddetta kamikaze si salvò non per un pentimento dell’ultimo minuto, per una conversione sulla via della strage o per un atto di pietà, ma solo perché il suo giubbino esplosivo si inceppò. In cambio della liberazione di questa donna (che potrà così andarsi a far esplodere fra altri innocenti), gli incappucciati islamici rilasceranno due ostaggi: il giornalista giapponese Kenji Goto e il pilota giordano Muadh al-Kasasbeh. Purtroppo la stagione dei saldi non era partita prima, altrimenti forse si sarebbe salvato anche l’altro ostaggio giapponese, Haruna Yukawa, al quale invece, tra una trattativa e l’altra, è stata tagliata la testa. Senza sconti, per l’appunto.

Il risultato finale di questa vicenda, però, è devastante non solo per il povero ostaggio decapitato, ma anche per tutti noi. Se infatti pagare sottobanco i terroristi, come fa abitualmente l’Italia, è terribile perché significa foraggiare i nostri nemici, quelli che ci hanno dichiarato guerra e che non esiteranno a usare quei soldi per ammazzarci, organizzare alla luce del sole uno scambio di prigionieri significa forse qualcosa di ancor peggio: significa, in pratica, legittimare l’Isis, cioè trattare i tagliagole alla stregua di uno Stato straniero, dar loro dignità e legittimità di organizzazione con cui scendere a patti. Per tornare a un paragone spesso usato di questi tempi, è un po’ come se durante il rapimento Moro, avessimo riconosciuto alle Brigate Rosse la possibilità di sedersi al tavolo e trattare alla pari con le istituzioni democratiche. Sarebbe stata, probabilmente, la fine della democrazia. Ecco: allora abbiamo resistito, pagando un tributo altissimo. Oggi, invece, no. E così compiamo un altro passo definitivo verso la nostra definitiva sconfitta, anche se magari non ci pensiamo perché siamo felici per gli ostaggi liberati grazie alla formula convenienza «prendi due paghi uno». Che volete di più? Ok, il prezzo è giusto: il Giappone ha pure risparmiato 200 milioni di dollari. E pazienza se i tagliagole, così facendo, non ci risparmieranno mai più nulla…

di Mario Giordano

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Commenti all'articolo

  • RUGIA

    29 Gennaio 2015 - 20:08

    Il Giappone ha fatto benissimo a fare lo scambio. Veloci hanno salvato la vita di un loro cittadino riportandoselo subito a casa. IL governo italiano invece non riesce a portare a casa i suoi militari, i 2 marò in ostaggio in india ! che vergogna ! ci vogliono le palle, la testa e il cuore chi ci governa non li hanno!!!! Cazz....ni

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  • semiserioso

    29 Gennaio 2015 - 18:06

    anche se facciamo finta di non vedere, di non sapere, la guerra sta alle nostre porte...non vogliamo tattare coi terroristi?..ok!!...allora, per non subire l'onta della trattativa, non si devono fare prigionieri !!

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