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Aumentano i casi di defezione

Paga troppo bassa, esecuzioni sommarie, lotte interne: i tagliagole mollano l'Isis

Paga troppo bassa, esecuzioni sommarie, lotte interne: i tagliagole mollano l'Isis

Dissidi interni, defezioni, battute d’arresto sul campo di battaglia. Sono i primi segnali di debolezza del sedicente Stato islamico (Is), che lo scorso luglio ha proclamato un califfato su ampi territori conquistati nell’ovest dell’Iraq e nell’est della Siria. Da questi territori arrivano con crescente insistenza notizie di tensioni tra jihadisti locali e stranieri, di tentativi fallimentari di reclutare gente del posto da inviare a combattere in prima linea e del moltiplicarsi delle azioni di guerriglia contro obiettivi dell’Is. La situazione sul terreno non lascia presagire un imminente crollo dell’Is, il cui controllo su gran parte del territorio conquistato continua a essere saldo, ma al suo interno l’organizzazione comincia a mostrare crepe da non sottovalutare. "La minaccia principale con cui oggi l’Is si confronta", spiega Lina Khatib, direttrice del Carnegie Middle East Center di Beirut, "è più interna che esterna. Assistiamo al fallimento del principio di base della sua ideologia, che è quello di unire persone di diversa origine sotto il califfato". Questo principio, secondo l’esperta, "non funziona sul terreno" e questo rende l’Is "meno efficiente sia nell’amministrazione che nelle operazioni militari".

Lotta di classe - Il primo fattore di debolezza per il gruppo è la tensione crescente tra stranieri e locali. Vari sono i motivi dello scontro, primo tra tutti quello economico: gli stranieri beneficiano infatti di salari più alti e condizioni di vita migliori. Secondo un attivista che vive ad Abu Kamal, città siriana sul confine con l’Iraq, i foreign fighters vivono in genere nelle città e sono quindi meno esposti ad attacchi di gruppi rivali e truppe governative, ma anche ai raid aerei della coalizione internazionale, che evita di colpire le zone con una maggiore presenza di civili. Al contrario, i locali vengono destinati alle zone rurali, più esposte agli attacchi. Le tensioni tra le due anime dell’organizzazione si sono di recente concretizzate in una serie di scontri a fuoco, come è successo proprio ad Abu Kamal, dove i combattenti locali si sono opposti all’ordine di schierarsi nella prima linea arrivato da un comandante del Kuwait. Scontri a fuoco si sono registrati a gennaio anche a Ramadi, in Iraq, tra jihadisti del posto e un gruppo di ceceni, che avrebbero cercato  di abbandonare il campo di battaglia per ritirarsi in Siria.

Disillusione - Sempre di più, inoltre, tra i foreign fighters prende piede un senso di disillusione rispetto alle aspettative che avevano quando sono arrivati nel cosiddetto califfato. Molte notizie arrivano dalle province siriane di Deir Ezzor e Raqqa in merito a stranieri che hanno deciso di lasciare l’Is e tornare in Turchia, spesso aiutati da civili. Lo scorso mese, nella città di Tabqa, nella provincia di Raqqa, sono stati trovati i cadaveri di una quarantina di jihadisti, in prevalenza asiatici, probabilmente uccisi dall’Is quando ha scoperto il loro piano di fuga. L’organizzazione sta cercando di correre ai ripari, imponendo forti restrizioni ai viaggi e il divieto per i camionisti di trasportare passeggeri senza un apposito permesso. Per chi viola queste nuove regole, la pena è la morte.

Esecuzioni dei militanti - Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nelle ultime settimane l’Is ha giustiziato in pubblico almeno 120 suoi militanti. Non mancano inoltre le difficoltà sul terreno, visto che l’Is si confronta con una sfida su almeno tre fronti: quello dei curdi nel nord della Siria, quello dei curdi nel nord dell’Iraq e l’avanzata dell’esercito e delle milizie a esso fedeli nella città di Tikrit, nel nord dell’Iraq. Le conquiste recenti nelle province di Homs e Damasco riguardano inoltre aree molto limitate, rispetto a quelle che hanno segnato il trionfo del gruppo terroristico lo scorso anno. Le perdite in termini di vite umane sono sostanziose. Si parla di circa 20.000 jihadisti stranieri uccisi tra Siria e Iraq e il Pentagono ha reso noto di recente che i raid della coalizione ne hanno eliminati 8.500. Questo scoraggia le nuove adesioni tra siriani e iracheni, tanto che in modo crescente l’Is è costretto a fare ricorso al reclutamento di bambini e adolescenti. Secondo l’attivista siriano Ahmed Mhidi, ormai "se l’Is fa pressione sui civili (per spingerli ad arruolarsi, ndr), loro scelgono piuttosto di darsi alla fuga". E il contributo degli stranieri è sempre meno determinate. Molti di loro arrivano infatti in Siria e Iraq per poter vivere nel cosiddetto califfato, in base alla sharia e con il salario mensile che l’Is garantisce loro. Ma, come spiega Abu Ibrahim al-Raqqawi, pseudonimo di un attivista di Raqqa, sono sempre meno quelli disposti a combattere.

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