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Il treno della memoria

Il viaggio nell'inferno di Auschwitz. "Non si torna indietro come prima"

Il viaggio nell'inferno di Auschwitz. "Non si torna indietro come prima"

dal nostro inviato a Cracovia 

Lucia Esposito

Questo è un viaggio diverso da tutti gli altri, perché dall’inferno non si torna indietro come prima. Quando nel campo di sterminio di Birkenau respiri la morte nel vento che soffia sulle betulle spoglie e tra i resti dei forni crematori, quando tocchi il legno delle baracche, quando ad Auschwitz vedi quelle treccine bionde e sottili strappate alle bambine, quando la Shoah non è più solo una pagina di storia e quei sei milioni di ebrei non sono più solo un numero ma facce, vite, nomi, allora il viaggio è definitivamente senza ritorno.

Anche se hai sedici, diciassette o diciotto anni, come i 422 studenti di tutt’Italia che insieme ai loro prof e a un centinaio di lavoratori e pensionati sono saliti su “Un treno per Auschwitz” organizzato da Cgil, Cisl e Uil Lombardia. Con i loro zaini straripanti di vestiti, lo smartphone tra le mani e gli occhi pieni di luce, sono partiti dalla stazione di Milano per andare incontro all’orrore. In testa hanno tutti una domanda: «Perché?». Dalila, secondo liceo linguistico “Terragni” di Como, ammette: «Per me è un viaggio verso l’ignoto». Con la faccia attaccata al finestrino, lontana dagli altri, c’è Margherita che si tortura le labbra con i denti: «Come mi giudica se dico che potrei non provare nulla?».

Il viaggio è lunghissimo, ragazzi e pensionati si affollano al bar, il vagone centrale è stato trasformato in una sala conferenze di giorno e in un cinema che trasmette film sulla Shoah di sera. Il comitato “In treno per la memoria” ha creato un luogo di incontro per discutere del significato del viaggio verso Auschwitz. «Faccio molta fatica a dormire nello scompartimento con altre cinque persone, ma poi penso al loro viaggio. A loro che non avevano neanche il finestrino, non mangiavano per giorni, penso all’umiliazione di fare i bisogni lì dov’erano, sotto gli occhi dei figli, della moglie o del vicino di casa. E allora cerco di dormire, concentrandomi sul rumore delle rotaie sui binari, di colpo Jessica, 18 anni, del liceo “Parini” di Seregno, si blocca: «Durante il viaggio di ritorno non potrò farlo, perché loro non sono più tornati». Di sera, negli scompartimenti pieni di zaini, i ragazzi giocano a carte, ascoltano la musica, c’è chi si isola e manda messaggini. Auschwitz è ancora lontana.

«Ora che sono qui, ci sono solo io davanti alla storia»: Simone, terzo scientifico al “Majorana” di Cesano Maderno, è in coda con i suoi compagni davanti alla scritta “Arbeit macht frei”. C’è il filo spinato, ci sono i blocchi di mattoncini rossi, i ragazzi si guardano attorno in silenzio. C’è tantissima gente, centinaia di persone ma nessuno parla. Gli studenti si aggirano leggeri come fantasmi. Si fermano davanti a quelle due tonnellate di capelli di tutti i colori e sono come annichiliti: c’è chi scuote la testa, chi deglutisce come per ingoiare il male, chi abbassa gli occhi e chi cerca la mano di un compagno. I cellulari tacciono, nessuno fiata. Una ragazzina piange davanti alla testa spezzata della bambola strappata a una bimba e a quella scarpina rossa che aveva camminato troppo poco. E poi ci sono gli occhiali ammucchiati, la crudeltà delle protesi sottratte ai disabili e una montagna di scarpe di tutte le misure, di tutti i colori, una montagna che sembra stia per franare. Ed ecco le valigie di un viaggio senza ritorno, aperte, violate e mai più chiuse. «Io non ce la faccio», dice qualcuno. Camminano lentamente, prendono tempo, schiacciati dal peso di tutto questo. «Mi viene da vomitare» sussurra una ragazza al suo amico. «È troppo, mi vergogno di essere uomo» risponde l’altro. Sfilano davanti alla parete di centinaia di foto segnaletiche dei deportati. Leggono le date di nascita dei più giovani. «Guarda Louis» mi dice Genny Romano, 20 anni e la macchina fotografica sempre al collo. «Louis sorride, è l’unico che ride all’obiettivo. Forse era sicuro di farcela, non è un sorriso beffardo ma di speranza. Aveva ventun anni, forse non credeva di morire. Invece è entrato il 31 gennaio del ’42 ed è morto il 15 marzo, neanche due mesi. Però questo sorriso non lo dimentico più». «Kyristine Trezenwska aveva 13 anni. I nazisti l’hanno fotografata mentre prendevano la misura con un’asta. Se la superava era salva, se non era abbastanza alta per lavorare doveva morire. Ho guardato i suoi occhi grandi, sembra che urlino “mamma, mamma, salvami!”» dice Claudia, che ha scritto tutto il suo dolore sui fogli di quaderno: «L’ho fatto perché davanti a quelle foto mi veniva da piangere, ma poi mi sono detta: chi sono io per piangere?».

Dopo Auschwitz 1, Birkenau. Se prima la morte la vedevi, qui la senti addosso. Qui non ci sono i confini, camminando lungo il binario che porta al campo di sterminio non si ha alcuna percezione di dove finisca il male. Ci sono le baracche di legno che erano state concepite come comode stalle per cinquanta cavalli e che i nazisti hanno trasformato nell’alloggio di 400 persone. E poi i ruderi delle camere a gas e dei forni crematori: in ventiquattro ore si potevano bruciare 1400 persone dopo averle gasate. La guida parla, gli studenti non prendono più appunti. Sfilano davanti all’album dei ricordi, alle foto della vita prima dei lager, quando quegli occhi che li hanno trafitti dalle foto segnaletiche, lanciavano sguardi innamorati. Frammenti di vita normale. Il matrimonio, la gita al lago, il primo giorno di scuola, la festa di compleanno, i primi passi di un bimbo paffuto. «Perché quando li vedi così magri quasi non sembrano più uomini, qui ti rendi conto che sono, erano come noi», spiega Margherita. «Siamo saliti sul treno per cercare di comprendere, toccare e vedere ciò che sembra impossibile capire. Il nostro compito è impedire che il passato diventi il futuro dei nostri figli», dice Elena Lattuada, segretario generale della Cgil Lombardia ai seicento passeggeri del treno fermi davanti al monumento in onore delle vittime di Birkenau.

Si torna a casa. C’è un altro viaggio: il ritorno. Ora i ragazzi hanno visto, toccato con mano. Ora sanno. «Non diciamo, vi prego, che è qualcosa di disumano, perché così ci assolviamo. No, quest’orrore l’hanno fatto gli uomini. Il male è dentro di noi. E può succedere ancora» spiega Laura del liceo classico “Manzoni” di Lecco. «Adesso che sappiamo, dobbiamo parlare. Ribellarci quando un nostro compagno subisce ingiustizie. Dobbiamo imparare che gli indifferenti non sono troppo diversi dai carnefici». I ragazzi si sono ritrovati nel vagone delle conferenze. Fanno memoria di quanto hanno visto. Tutti, adesso, vogliono essere testimoni, si impegnano a raccontare l’orrore. Non hanno trovato risposta a quel «perché tutto questo?» che avevano in testa all’andata. Hanno capito che non c’è un perché. La domanda al ritorno è: e adesso?. «Adesso, quando la mia compagna di classe, fumando, mi dirà: “guarda, cadono gli ebrei”, io la prenderò a schiaffi» dice Genny. Ecco perché dai campi di sterminio non si torna indietro come prima.

 

Per informazioni www.intrenoperlamemoria.it e la pagina facebook in treno per la memoria

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Commenti all'articolo

  • Joachim

    13 Aprile 2015 - 19:07

    Non possiamo/potremo mai dimenticare i genocidi...quelli dei fratelli cristiani armeni del monte Ararat a Sion i nostri fratelli ebrei....Mai dimenticar i turchi colpevoli dovrebbero far ammenda e decretarlo publicamente come i fanatici mossulmani odierni. Ma non dimentichiamo pure che i cristani durante le inquisizioni e le lotte per Gerusalemme e Granata hanno fatto stermini e genecidi.

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  • Vittori0

    28 Marzo 2015 - 20:08

    ..ognuno racconta il proprio,ma è in atto un genocidio peggiore, siccome non interesa alla maggioranza è vietato parlarne.I cristiani non hanno cittadinanza All'ONU,in UE,nei poteri forti della finanza,qundi possono essere messi in croce.

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