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Parigi, l'editoria celebra la rivincita della città francese dopo gli attacchi terroristici

Non basta annodarsi una sciarpa di seta al collo e tagliarsi i capelli a caschetto per avere un’allure francese. Il mondo occidentale si domanda come sia possibile, dopo gli eventi luttuosi di Charlie Hebdo, la crisi economica e l’immigrazione che ha esaltato il Front National di Marine Le Pen, che un libro Come essere una parigina ovunque tu sia (Mondadori, pp. 250, euro 25, ora in Italia), fatto di puro stile e joie de vivre possa essere diventato un best seller.

Mai come ora la capitale di Francia, in una sorta di catarsi post-apocalisse, usa il recupero del suo orgoglio estetico come antidoto esistenziale. E la città, in tutte le sue sfaccettature glamour diventa il centro del mercato editoriale. Ci si chiede, per dire, con un pizzico di invidia, da dove viene la nonchalance delle parigine, quel modo di essere chic con l’aria di chi non ha fatto il minimo sforzo, o come riescono ad affascinare l’immaginario maschile pur pretendendo dagli uomini la parità dei sessi e a restare in forma senza rinunciare al dessert. Il loro stile comincia dal look sempre impeccabile pur possedendo un guardaroba contenuto e privo di brand («non sono un cartellone pubblicitario», dicono).

Segreti, paradossi e snobismi della femminilità francese sono appunto raccontati da Caroline de Maigret, 40 anni, modella, nuova musa di Lancome e contessa. Che ha scritto, con le amiche Anne Berest, Audrey Diwan e Sophie Mas, il suddetto Come essere una parigina ovunque tu sia. Un libro ironico che aggiorna ai tempi dei social network, magistralmente snobbati, il mito della donna francese. Dalle basi per essere eleganti («la moda domina il mondo, le parigine dominano la moda») e regalarsi uno charme naturale a come convivere con la malinconia, da come conquistare un uomo a come abbandonarlo al suo destino.

La donna che vive all’ombra della Torre Eiffel non perde tempo su Facebook, i suoi interessi sono l’arte, la cultura, la politica, dedica loro lo stesso impegno che mette nel tentativo di far spuntare i rapanelli sul balcone, con amore. Annaffiatoio alla mano, ti spiega che l’ultima Palma d’oro è una schifezza, senza aver visto il film. Lei è talmente snob che non prova alcun fastidio a gridarlo ai quattro venti. Sempre in ritardo, non si presenta mai truccata a un appuntamento galante: la sua natura eccezionale la dispensa dagli artifici. E niente chirurgia estetica, la considera sintomo di due problemi inquietanti: la pochezza intellettuale e la sindrome maniaco-depressiva. Rifarsi le labbra a papera è una caduta di stile. Ma è capace di mettere il rossetto per andare dal panettiere («sii sempre trombabile», è il suo motto).

Come scrive de Maigret «si può arrivare da altri luoghi, ma tutte possono rinascere a Parigi». Non a caso, le parigine più famose sono straniere: la regina Marie Antoinette era austriaca, l’attrice Romy Schneider, interprete de La principessa Sissi, divenuta esempio di feminilità per tutte le francesi era viennese, l’inglese Jane Birkin che cantava Je t’aime, moi non plus, è stata incoronata la più parigina delle parigine.

E sono arrivate da altri luoghi anche le protagoniste dell’imperdibile romanzo di Corine Gantz, Ricominciare a Parigi (Sperling & Kupfer, pp. 323, euro 16,90). Uscito recentemente, il libro racconta la storia di due americane, un’ex modella in fuga da una vita apparentemente perfetta e una ragazza fragile in fuga da una solitudine che la consuma, si ritrovano e reinventano in arrondissement de Passy coccolate da atmosfere romantiche, sapori e profumi di una città magica. Fino ad arrivare alla californiana Jennifer L. Scott che in Madame Chic (edito da Piemme) spiega il suo innamoramento per lo stile dei francesi e il loro rapporto sano (e di piacere) con il cibo. Per questo non ingrassano.

Parigi, dicevamo, prima e dopo la strage a Charlie Hebdo, descritta pure da Antonio Di Bella in Je suis Paris (Mondadori, pp. 130, euro 13,60). Dove si ripercorrono le vie del lusso e i luoghi delle tensioni sociali, i quartier generali dei protagonisti del dibattito pubblico, gli indirizzi dei nuovi ricchi e quelli dei vecchi miti. Senza dimenticare: «Ho aggiunto al libro dei capitoli sui luoghi divenuti tristemente simbolici in quei giorni, che cosa potrebbero raccontare adesso il numero 10 di rue Nicolas Appert, in cui per anni si sono riuniti i vignettisti di Charlie Hebdo» dice Di Bella, «il negozio kosher preso d’assalto da un terrorista, simbolo dei rapporti tra la città e la sua comunità ebraica; o place de la République, sede della manifestazione dell’11 gennaio e di altri grandi eventi collettivi della storia di Francia». Una città distante dagli stereotipi da cartolina a cui è sempre stata legata. Ed è un po’ come l’orgoglio di De Gaulle che incontra Victor Hugo: «Respirare Parigi, conserva l’anima». E la dignità

di Daniela Mastromattei

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