Cerca

Lezione di rigore ma...

Panzer Merkel fa piangere la profuga: solo ai tedeschi Angela non dice l'amara verità

Panzer Merkel fa piangere la profuga: solo ai tedeschi Angela non dice l'amara verità

Raussss! Pikkola fräulein, tu avere fatto buon lavoro, ma defe kapire, Deutschland non potere akkogliere tutti voi profughen, defi tornartene nel lager da cui profieni. Also spracht kaiser Merkel, o forse sarebbe meglio dire Sturmtruppen Angela. Perché la domanda è: siamo in presenza di una statista o di una politicante in procinto di spostarsi dal Viale dei Tigli a quello del tramonto?

Nel mese in cui ha visto precipitare il suo indice di consenso, nazionale e internazionale, come non era capitato neppure alla Fornero ai tempi degli esodati e dei giovani che non trovano lavoro perché sarebbero schizzinosi, la Cancelliera ha incastonato un’altra perla, materializzando l’incubo di qualsiasi politico. Ha fatto piangere in tv una, graziosissima, bambina palestinese che raccontando la sua triste storia le chiedeva aiuto. “Sono arrivata qui quattro anni fa da un campo profughi libanese, ho imparato inglese e tedesco ma rischio di dovermene andare perché papà sta avendo problemi con il permesso di soggiorno” spiegava speranzosa Reem. Lungi dal commuoversi, la Merkel ha colto la palla al balzo per impartire al mondo un’altra lezione del suo proverbiale rigore teutonico. E con tutta la caparbia ottusità che può avere una prussiana, figlia di un pastore luterano e per di più formatasi secondo i dettami della DDR comunista, ha spiegato che “la Germania non è attrezzata per accogliere tutti i bambini che si trovano nei campi libanesi, quindi alcuni di voi dovranno tornare indietro”. Pochi secondi, e il sorriso di Reem si è disfatto in lacrime di disperazione, che Angela ha provato a consolare riconoscendo alla bambina di “avere fatto un buon lavoro”. “Non credo che il problema sia l’aver fatto un buon lavoro, signora Cancelliera, quanto piuttosto che la situazione è molto difficile” è intervenuto pietosamente il conduttore, cercando una via d’uscita empatica ma ottenendo in risposta un’altra lezione di realpolitik del tipo “tutto questo dimostra dove va a finire l’accoglienza e che non dobbiamo creare altre situazioni di questo genere”.
Ma tutto questo dimostra anche che la morale delle molte ceneri create da Angela sotto sotto è sempre la stessa. Il problema non sono i principi hegeliani, che sono giusti e filosoficamente inattaccabili, ma come questi vengono declinati nella pratica e veicolati nella forma. E’ naturale essere d’accordo con la Merkel quando dice che l’Europa non può trasformarsi in un campo profughi. Però è inquietante che la donna che si è autoinvestita del ruolo di politica leader di un Continente si rivolga a una profuga bambina esattamente come Schauble si rivolgeva a Tsipras dopo la sesta giravolta greca. Come ci sarebbe da interrogarsi se sia solidarietà o sfruttamento integrare per quattro anni una famiglia per poi rispedirla in un campo profughi. Così è naturale pretendere che gli Stati membri di un’Unione abbiano i conti in ordine. Ma è miope puntare l’obiettivo accanendosi su consumi, redditi, beni e tutto quanto fa crescere il Pil.

L’incidente mediatico avviene nel momento più difficile per la Cancelliera. La signora ha, per ora, salvato l’euro e l’integrità della Ue ma ha lasciato la sensazione di averlo fatto più che per convinzione per non passare alla storia come colei che ha distrutto l’Europa dopo che il suo padre politico Kohl l’ha costruita. Per evitare la propria eurodebacle Angela ha scucito altri miliardi alla Grecia ma così ha scontentato l’elettorato rigorista, che fino al giorno prima aveva coccolato persuadendolo che l’Europa fosse una grande provincia germanica. E ora che il Fondo Monetario chiede la cancellazione di parte del debito di Atene, il falco Schauble, che nel gioco delle parti faceva il poliziotto cattivo per rassicurare i tedeschi, le ha lanciato la sfida per la guida del partito. Ma in patria la critica anche l’intelligentia europeista, che le rimprovera di avere danneggiato l’immagine tedesca con una trattativa violenta e umiliante e di essersi fatta bypassare perfino dal Budino Hollande nel ruolo di deus ex machina. Tanto che è di dibattito pubblico in Germania la questione se la Merkel non sia ormai troppo impopolare in Europa per continuare a esercitare il ruolo di leader del Paese guida. Funzione a cui i tedeschi non vogliono assolutamente abdicare ma che intuiscono a questo punto necessiti di un interprete più mediatico e rassicurante.

E attacchi pesantissimi arrivano anche dall’estero. La stampa americana, dal New York Times a Businessweek, scrive chiaramente che “il problema dell’Europa non è la Grecia ma la Germania”, a cui viene rimproverato di “essere la principale responsabile degli errori dell’Europa nell’affrontare la crisi, per il terrore dell’inflazione, per aver prima ritardato e poi sgonfiato la ripresa con un eccesso di rigore e per aver approfittato della propria leadership economica per arricchirsi a scapito degli altri Stati”.

Al culmine di questa crisi d’immagine, è arrivato il pianto della profuga Reem, a sottolineare non una gaffe, ma un tratto distintivo della Merkel, kaiser austero e inflessibile capace di dire la verità a brutto muso a tutti, dai greci ai bambini che pure hanno fatto i loro compiti a casa, tranne che ai tedeschi. Ai quali non ha mai spiegato quanti dei soldi prestati alla Grecia sono serviti a ripianare i buchi delle loro banche, e neppure che è la Germania l’unica vera beneficiaria dell’euro, costruito in maniera funzionale ai suoi interessi economici, o che le bombe dell’immigrazione e della mancata ripresa sono anche figlie dell’incapacità tedesca di assumere una leadership politica autentica e responsabile, commisurata alle proprie ambizioni, trovando invece più comodo continuare a esercitarla attraverso la rigidità di regole e trattati. I dieci anni di potere della Merkel sono fondati anche su queste reticenze, che inevitabilmente ora emergono e presentano il conto tutte assieme. Sotto forma di una bambina debole, illusa e disprezzata, che è palestinese ma potrebbe essere eretta a simbolo dell’Europa, di un rivale di partito più puro ed epurante, di un leader francese molle più coerente o di un greco populista almeno quanto lei.

di Pietro Senaldi
@PSenaldi 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog