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Mondi contrapposti

Grecia, la guerra degli economisti: "E' come il Vietnam"

Grecia, la guerra degli economisti: "E' come il Vietnam"

Che la situazione greca costituisse un feroce laboratorio sperimentale per l'Eurozona lo si era inteso. Ma che si potesse parlare anche di proxy war come fu quella del Vietnam, di una guerra fra potenze internazionali che intravedono una posta in gioco più alta nel destino di un terzo paese, questa è nuova. L'imbeccata arriva da Angel Ubide, un economista del Peterson Institute di Washington, che afferma che il destino della Grecia, e soprattutto del suo popolo, sia subordinato ai voleri politici e soprattutto economici delle opinioni influenti del mondo contemporaneo. La dinamica viene descritta in un articolo del Corriere della sera a firma di Federico Fubini. Angel Ubide fa i nomi di Joseph Stiglitz e Paul Krugman, entrambi premi Nobel per l'economia che prospettano da tempo il tracollo dell'euro e dell'Eurozona nonché la rottura dei patti fra le nazioni con la moneta unica. Economisti di grosso calibro che soprattutto sembrano aspettare con impazienza questo inevitabile collasso. La Grecia e la sua economia colabrodo sembravano l'occasione d'oro (e forse lo sono ancora) per dimostrare al mondo come loro avessero ragione, come siano così bravi nel loro lavoro da aver preveduto ogni singolo istante della Waterloo ellenica. In questo senso in Grecia si sta combattendo una guerra per procura, una proxy war: in ballo non ci sarebbero tanto i destini del popolo greco, quanto le conferme delle ragioni degli economisti col premio svedese in tasca. Come si diceva, la Grecia come un enorme esperimento.

La punizione - Stiglitz e Krugman erano fra i grandi sostenitori del "no" al referendum greco, il no roboante con cui il popolo ellenico ha rifiutato il primo accordo economico della Troika. Il no ha vinto, ma le condizioni accettate da Alexis Tsipras a Bruxelles all'indomani di questo clamoroso risultato si sono rivelate ben più pesanti di quelle inizialmente rifiutate. Gli economisti che continuano a tifare per l'irrimediabile frattura dell'euro, sono rimasti spiazzati dagli sviluppi della situazione. Krugman ha confidato alla Cnn: "Ho avuto uno choc. Non mi era passato per la testa che quelli del governo greco potessero prendere una posizione così dura senza un piano di riserva". Chissà che choc se invece i greci avessero davvero avuto un piano economico di riconversione monetaria da attivare da un momento all'altro. In ogni caso, il senso della proxy war torna in quelle drammatiche condizioni dell'accordo pattuito con l'Eurozona: così aspra l'austerity imposta da dissuadere qualsivoglia velleità di autonomia economica degli altri paesi. In autunno per esempio la Spagna va al voto, e il leader di Podemos Pablo Iglesias che ha sempre sostenuto la ribellione pacifico-economica di Atene come strada da battere anche per la nazione iberica, viste come sono andate le cose ha ritrattato dicendo che, in fondo, la Spagna è diversa dalla Grecia. L'accordo punitivo su Atene fa paura, e sembra esser stato pensato proprio con questo proposito: perché negli altri stati non si cerchi di emulare le gesta (a metà) di Alexis Tsipras. La vecchia questione del punirne uno per educarne cento. In ballo pare non esserci propriamente il futuro dei greci, cui ogni tanto si pensa di sfuggita; bensì la veridicità delle ideologie e delle teorie economiche di questa o di quella personalità.

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