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Yanis Varoufakis: "Potevamo restituire una speranza ai greci, ma ci siamo piegati a Schaeuble"

Yanis Varoufakis: "Potevamo restituire una speranza ai greci, ma ci siamo piegati a Schaeuble"

Sarebbe stata una scelta obbligata, quella dell'accettazione da parte della Grecia dell'accordo gravoso imposto dall'Eurozona secondo il tanto osannato quanto discusso Yanis Varoufakis, ex ministro dell'economia ellenico e fra i maggiori promotori di una linea dura nei confronti della Troika. Nell'intervista rilasciata al quotidiano il Giorno, Varoufakis afferma che quella che si è combattuta nelle stanze di Atene prima, e in quelle di Bruxelles poi, è stata un vera e propria guerra psicologica. Il premier ellenico Alexis Tsipras -nei confronti del quale Varoufakis si dichiara solidale- accettando il secondo accordo dell'Eurozona (ben più pesante del primo, rifiutato con il no partorito dal referendum) avrebbe scelto la prospettiva migliore per il suo paese. Una scelta che Varoufakis ha ammesso più volte di non condividere, dimostrandolo nei fatti con le sue dimissioni da ministro dell'economia. Il centauro del governo greco si è sempre fatto promotore di una linea intransigente nei confronti delle richieste della compagine guidata dalla Merkel; afferma infatti: "Credevo che dopo il referendum avremmo avuto la forza -come avevamo ripetutamente promesso– di guardare le persone dritto negli occhi e dire quello che sapevamo di non poter fare". Ovvero l'impossibilità di restituire le dovute cifre ai creditori internazionali, posizione che Varoufakis delinea con queste parole: "Avremmo dovuto dire: è un momento difficile, ma siamo in grado di proporre una alternativa che inverta questa catastrofe umanitaria e dia una speranza". La speranza si sarebbe ottenuta continuando a battere la strada tracciata dal no del referendum, la strada parallela all'austerità che quel 62% di greci si sentiva in grado (coscientemente o meno) di intraprendere.

Quale strada? - Varoufakis nega di aver voltato le spalle a Tsipras, scegliendo una visione politica ed economica diversa da quella del premier. "In Parlamento sono stato chiamato a dare il mio supporto a un paradigma che non accetto, quello per il quale fra un fallimento controllato e prestiti tossici scegliamo i secondi" dice Varoufakis. Dopo il referendum dunque le visioni dei due si sono biforcate: Varoufakis ha espresso il suo dissenso rassegnando le dimissioni, e Tsipras ha dovuto scegliere di accettare le condizioni del vecchio continente sotto la pressione delle Istituzioni europee e delle banche chiuse. Pressione atroce che, secondo Varoufakis, avrebbe impedito una scelta libera e lucida. Insomma, il conseguente accanimento sulla Grecia sarebbe stato parte di un piano prestabilito, la risposta adeguata al tentativo fuori dagli schemi di riformare la Grecia. Afferma infatti Varoufakis: "Hanno voluto umiliarci e punirci per aver provato a riformare il paese e io mi chiedo non fa parte anche questo del piano di Schaeuble?". Un'ipotesi senz'altro feroce quella di Varoufakis. In ogni caso dal resto d'Europa l'opinione sembra essere unanime, forte del rialzo di rating greco dell'agenzia Standard & Poor's: le riforme, la scommessa azzardata di Tsipras, sono l'unica strada per evitare l'uscita della Grecia all'euro. La parola d'ordine continua a rimanere austerity, di Grexit nessuno ne vuol sentir parlare. L'unico modo per vedere chi avesse ragione, fra Varoufakis con l'ala più radicale di Syriza uscita dalla maggioranza, e Tsipras con il capo cosparso di cenere davanti alla Troika, sarà probabilmente solo la realtà dei prossimi anni a determinarlo.

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