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Reportage

Tomorrowland, la Woodstock dei deejay

Tomorrowland, la Woodstock dei deejay

«Cocaine?» urla il tizio austriaco a due passi dall' orinatoio. «Non capisco, non sento, can you repeat man?». Sono le 22: la musica trapana il cervello, sbatte dentro la cassa toracica e risale su per la gola da 10 ore buone. In coda per pisciare siamo in 3432, cristiano più, cristiano meno. «Cocaine?». L' austriaco insiste, sbava, porta l' indice al naso per farmi capire.
Capisco. «Sorry man, i can' t help you, non posso aiutarti». La porta di un cesso chimico si spalanca, la punto come Tomba con l' ultimo paletto dello slalom a Calgary '88, scompaio.

L' austriaco fa spallucce, si gira, mette a fuoco un mio simile, ritenta: «Cocaine man?». Incasserà un altro no. E un altro ancora. E un altro ancora. Benvenuti a Tomorrowland: qui la droga non c' è, o almeno non si vede. Bruxelles, Belgio, Europa, Mondo. Dal 2005 orde di ragazzi arrapati di Edm (Electronic Dance Music) si ritrovano per dare vita alla nuova Woodstock che - diciamolo - con Woodstock c' entra come le fragole sulla pizza: zero rock, un festival lungo 3 giorni, molta elettronica, i dj più cool, ingaggi da centinaia di migliaia di euro, poche ma precise regole. Prima regola di Tomorrowland: Tomorrowland è sold-out, esaurito, non c' è posto.

Non venite se non avete il biglietto, è inutile. Molto meglio se pensate al futuro, all' anno prossimo: se vi mettete in fila oggi forse (ma forse) trovate posto per il 2016. Volete un consiglio? Rinunciate. Oppure contrattate con i più fortunati: «Mi vendi il tuo biglietto?». Lo faranno solo a partire da cifre con tre zeri. La seconda regola di Tomorrowland è che devi ben sapere a cosa vai incontro: è sì un festival, ma Baudo non c' entra, e neanche Sanremo c' entra, e «grazie dei fiori» non te lo dice nessuno, neanche il fiorista. La terza regola di Tomorrowland è che si tratta di un casino talmente organizzato che siamo partiti da un punto a caso e ancora non avete capito niente.

Meglio fare un passo indietro. Giovedì 23 luglio, aeroporto di Malpensa, ore 7 del mattino.  Il tizio del «Bar Autogrill» serve svogliatissimo brioches e pastarelle. Il collega, di spalle, fa schiumare cappuccini. Poche decine di metri più in là, il delirio: è appena iniziato il «Gate Party», ovvero musica e bordello allo stato puro poco dopo l' alba per far acclimatare orde di giovanotti in partenza per la patria delle cozze. Il festino è un successo, ma i ragazzi non vedono l' ora che la signorina della Brussels Airlines (organizzatissimo main-sponsor di tutto il cucuzzaro) sentenzi: «Stiamo per imbarcare». Succede dopo poco. A bordo vacillano certificate teorie leopardiane: domina la quiete «prima» della tempesta, la pace, l' attesa per il giorno dopo.

Venerdì 24 luglio, Bruxelles, sobborgo di Boom, ore 9 del mattino. Fuori dai cancelli del parco «de Schorre» la gente arriva alla spicciolata. Sono tutti sorridenti, ordinati, pittoreschi: c' è il giapponese avvolto dal bandierone, il gruppo di messicani che beve lattine di birra ghiacciata nonostante l' ora, americani travestiti da indios, arabi pittati in volto, decine e decine di israeliani «armati» con gigantesche stelle di David gonfiabili, spagnoli che fan partire i «po po po» di berlinese memoria, coreani che ridono per qualunque stronzata, francesi che se la tirano molto, centinaia e centinaia di scandinavi agevolati dal cambio, ciccioni senza nazionalità, tonnellate di ragazze scosciate con evidenti problemi di ritenzione idrica, maschi globalizzati che mostrano il pettorale per far intendere che «sì, siam qui per la musica, ma se c' è da trombare non ci tiriamo indietro». L' organizzazione, previdente, distribuisce preservativi in quantità e cicche per combattere l' alitosi.

Fa caldo, non caldissimo, anzi a tratti viene giù qualche goccia. La gente fa amicizia in un attimo: «Where are you from?
I' m from India». E lo vedi che non mente perché ha la faccia sputata del protagonista di «The Millionaire». Spuntano ovunque braccia meccaniche per improvvisare selfie galattici, si organizzano cori tra sconosciuti del genere «faccela vedè, faccela toccà» ma molto più internazionali; qualcuno si interoga sul punto 4 del regolamento («Attenzione, se esci da Tomorrowland non puoi più rientrare»), quanto al codice che vieta l' ingresso ai minori di 18 anni, la sentenza è quella di Lucio, 23 anni, fiorentino: «Ma quali maggiorenni? Ho visto certi culi sodi che ci vorrebbe la prova del dna, maremma prataiola»; i più furbi si riempiono lo stomaco con pastasciutte portate da casa, Insalatissime Rio Mare, snack energetici, bibite «con le ali». Niente musica: tutto avrà inizio all' apertura dei cancelli prevista per le ore 12, non un minuto prima.

A mezzodì, siori e siore, si spalancano i portoni del Paese dei Balocchi 2.0. Tutti hanno al polso il braccialetto «del potere», un' accrocchio dotato di chip senza il quale sei spacciato: non puoi bere acqua, non puoi mangiare, non sopravvivi. Sì, perché all' ingresso la perquisizione è spietata: cibi e bevande finiscono nell' immondizia, cani antidroga «assaggiano» l' aria, in ogni caso tutto avviene nella massima tranquillità. All' interno del parco (lungo un paio di chilometri), nell' ordine: laghetti artificiali, prati, palchi montati qua e là, luci, chioschi che servono ogni bendidio (cucina asiatica, italiana, patatine frittissime, gelati, kebap, insalate). Soprattutto gabbiotti dove tu cacci il grano e loro ti caricano il bracciale: 30 euro equivalgono a 19,5 «dobloni» locali, una Coca Cola costa 2 dobloni, mezzo litro d' acqua naturale un po' di più: 2.5.

Alla terza birretta (2 dobloni) il tuo cambio mentale va a puttane: pensi di spendere due euro e invece sono tre, pazienza.
Alle 14 la temperatura sale, i compagni di viaggio Stefano Fisico (dj, produttore e ideatore del Gate Party assieme alla voce di Radio Italia Mirko Mengozzi) e Micky Uk (pure lui dj e produttore) ci guidano alla scoperta degli artisti: la musica è assordante, un tamburo perenne, ma «quello è Romeo Blanco, un fenomeno», «questo invece è Dyro, bravissimo». Qualche troglodita lo definirebbe «casino», in realtà chi conquista uno di quei palchi ha passato selezioni rigidissime.

Alle 15 l' armonia tra i 200mila presenti è totale: si balla senza sosta, si ride, molti limonano, non c' è accenno di una rissa, tutti camminano ordinatamente, rispettano le file, i mozziconi finiscono nei cestini, nel laghetto non galleggia un bicchiere, una cartaccia, i volontari dotati di maglietta fucsia puliscono in continuazione, quelli della sicurezza osservano ai margini, tu passi da un palco all' altro e continui a spendere e spendere e spendere: una birretta, un tacos, la batteria del cellulare (sì, paghi anche la corrente), il wi-fi, c' è coda persino al chiosco per le «emergenze» (assorbenti e medicine). Se pensi che il biglietto d' ingresso giornaliero costa 100 euro e hai pagato l' aereo, capisci perché gli italiani sono in minoranza, di greci non c' è ombra e invece è un trionfo di occhi a mandorla, e arabi, e nordici, e beati loro che c' hanno il grano. Talmente tanto che si fermano tre giorni, come Lena, svedese, 20 anni e - in barba ai luoghi comuni - più larga che alta: «Mi fermo fino a domenica, dormiamo nel camping oltre il main stage, solo che prendere sonno è impossibile, all' una finiscono i concerti e inizia il party alla tendopoli, se ti chiudi dentro i ragazzi vengono a prenderti». Chiediamo, ingenui: «Cos' è il main stage?». Lena ride: «Ma come? Non lo spaete? Andate in fondo al parco...». Eseguiamo. Sono le 18, camminiamo in mezzo a un mare di gente, ogni tre passi un selfie, un «ciao, hi, hello, olà, hallo». Lungo il percorso ci fermiamo in uno dei giganteschi pisciatoi all' aperto, tenuti lindi da addetti che si impegnano come se si trattasse delle tazze di casa loro. Esci dal bagno e, sorpresa, un ragazzo ti accoglie per rinfrescarti: ti indica il lavandino, ti offre del gel, ti invita a sollevare le braccia e infine ti deodora con uno spray al sapor di fragolina. Tutto vero.

Proseguiamo. Incorciamo Carlos, 24 anni, colombiano, arranca in stampelle: «Olà chicos, ho comprato il biglietto un anno fa, mi son rotto il perone a maggio. Secondo voi potevo rinunciare?»; Magdalena e Mauricio, sulla quarantina, argentini, sposati: «È il nostro terzo Tomorrowland, non possiamo farne a meno»; Guido, 35 anni, bergamasco, avvolto da un bandiera della Lega: «Qui Alberto Da Giussano non lo conoscono, ma il simbolo piace a tutti». Balla anche lui, si dimena, quindi punta l' indice verso l' alto: «Guardate». D' improvviso eccolo, il main stage, un gigantesco castello in cartapesta costruito di fronte a un' arena naturale. Al centro la consolle per i maghi dell' Edm: W&W, Guetta, Avicii. Chi suona «al castello» è Dio, almeno per le decine di migliaia di esseri umani assiepati uno sopra l' altro. Sono le 21.30, tocca a Guetta, il re, cahet da oltre 140mila euro a serata. I fuochi d' artificio accompagnano l' esibizione, inizia a piovere ma non se ne accorge nessuno, la musica è devastante, qualcuno si commuove fino alle lacrime, lo spray alla fragolina è un lontanissimo ricordo, sui grandi schermi passano i volti dei presenti, tutti amici di tutti, tutti con la loro bandiera: è un vero trionfo. Noialtri siamo stravolti, ci muoviamo verso l' uscita per anticipare la ressa, incorciamo due greci (sì, ci sono anche loro), lasciamo il Paese dei Balocchi. Sulla soglia ci ricordiamo il punto n° 4 del regolamento: «Se esci da Tomorrowland non puoi più rientrare». Tenetenniamo. Fuori altre decine di persone in attesa.
Ci circonda un gruppo di francesi: «Garçon? Ci date il vostro braccialetto? Vi diamo 50 euro! Forza spaghetti!». Allunghiamo il passo, li lasciamo lì, affranti. Quinta regola (non scritta) di Tomorrowland: a Tomorrowland tutti vogliono bene a tutti. 

dall'inviato a Bruxelles Fabrizio Biasin 

Guarda le foto del primo party Gate
organizzato a Malpensa da Brussels Airlines

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