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La provocazione

Mario Giordano, la Libia è un inferno e noi progettiamo interventini "di pace"

Mario Giordano, la Libia è un inferno e noi progettiamo interventini

Alla fine siamo prigionieri come sempre delle nostre paure. O, meglio, della nostra viltà. E così ci trastulliamo per qualche ora con le parole delicate e profumate dei vertici internazionali: «missione di stabilizzazione», «opera di ricognizione», «appello all' unità delle forze libiche». Poi, come sempre, nascondiamo tutto sotto il tappeto della vigliaccheria. Giriamo la testa dall' altra parte: quest' anno chi lo vince il campionato? Ancora la Juve? Il Milan si riprende? E Cassano che farà? Hai visto che temporali? Nel week end torna il sole? Girare la testa dall' altra parte, a quanto pare, è la nostra attività preferita, mentre l' Isis si sta prendendo la Libia e ci fa cucù a due passi da casa, mentre i barconi continuano a portare sulle nostre coste migliaia di immigrati che nessuno può controllare, mentre trasformiamo il nostro Paese in un groviera e le nostre città in terra di conquista per terroristi e tagliagole con la bandiera nera. Sembra che tutto questo non ci riguardi.

Civiltà e fucili - Bisognerebbe chiedersi che cosa fare, bisognerebbe avere il coraggio di guardare la realtà negli occhi, e invece come sempre preferiamo far finta di nulla, fingiamo persino di credere a quello che si dice all' Onu. E allora vai con la diplomazia internazionale. Le formule felpate. Le minestrine calde. Le parole sfumate di Gentiloni. Le interviste sfumate di Gentiloni. Le sfumature sfumate di Gentiloni, capelli e toni addomesticati con la stessa lacca. E poi peace keeping. Peace enforcing. E peace speaking, perché no? L' importante, si sa, è parlare. Il rappresentante delle Nazioni Unite Bernardino Leon è arrivato a ipotizzare una «missione di stabilizzazione con una componente civile e magari una componente militare». Magari.
Proprio così. E se non è «magari», che facciamo?

Andiamo incontro all' Isis armati di tanta civiltà ma nemmeno un fucile? La Nato, dal canto suo, fa sapere di essere pronta alla «costruzione di un' istituzione di difesa» ma solo «se le condizioni lo permettono». Perché è ovvio: ci si difende solo se le condizioni lo permettono. Altrimenti si muore in pace.

E forse è giusto così. Forse è giusto che questa civiltà occidentale debba morire, farsi travolgere, scomparire. Se tutto quello che riusciamo a mettere in campo contro la terribile minaccia islamica è questo semolino avariato con spezzatino di peace enforcing, forse vuol dire che la natura ha fatto il suo corso. Che siamo destinati a soccombere. Che non abbiamo più la forza e l' energia, la rabbia vitale e l' istinto di sopravvivenza che portano gli uomini vivi a ribellarsi contro i loro assassini. Allora avanti, che aspettiamo? Chiniamo la testa e accettiamo la sorte, imbracciamo il Corano e mettiamo un burqa alle nostre donne, soccombiamo e inginocchiamoci al Califfo. Ma facciamolo almeno senza l' ipocrisia dell'«opera di ricognizione» e della peace keeping. Risparmiamoci, se non altro, la finzione dell'«appello» e poi l' interventino mascherato, che non sarà né carne né pesce, ma solo un inevitabile disastro, con annesso coro di lagna al primo militare scheggiato da una granata.

La Libia è un inferno. Un inferno che probabilmente ci inghiottirà. L' abbiamo creato noi, la storia di Sarkozy e Napolitano l' abbiamo raccontata mille volte, ma a questo punto conta anche abbastanza poco.

Quello che conta è se ora abbiamo le palle di rimediare. Di reagire. Cioè, in parole nette, di andare a fare la guerra. Ce l' abbiamo oppure no? La questione in fondo è tutta qui. Il terrore islamico è fuori dall' uscio, ci sta massacrando a suon di minacce e barconi, ha già insanguinato il nostro mare con le gole tagliate dei cristiani, punta a moltiplicare il caos e l' invasione delle nostre terre. Di fronte a questa aggressione abbiamo attributi sufficienti per chiamare le cose con il loro nome, con tutte le conseguenze che quel nome comporta, oppure continuiamo a nasconderci dietro parole gentili e discorsi Gentiloni?

Le profezie di Oriana - Mentre leggevo in questi giorni le cronache al Coccolino con ammorbidente annesso, le anticipazioni del "Time", le interviste molto diplomatiche, le preoccupazioni dei nostri militari che si spaventano all' idea della guerra: «La sconsiglio» dice il generale Dino Tricarico, «Servirebbero 200mila uomini? Accidenti ne abbiamo solo 10mila, di più proprio non possiamo», (ci mancava solo: «Combattere? Ma non è meglio organizzare un merendino a Tobruk?»), ecco, mentre leggevo tutto questo, mi è venuto un nodo alla gola e una gran nostalgia di Oriana Fallaci. Che avrebbe detto lei di tutta questa nostra mezza segheria internazionale?

Come avrebbe bollato questa coniglieria assortita? Oriana aveva visto il pericolo da lontano. Noi non riusciamo a vederlo nemmeno ora che ci sta arrivando addosso. Siamo ancora, nonostante tutto, senza un filo rabbia, senza un acino di orgoglio. Pieni solo di paura, confusioni, ipocrisie, vigliaccherie e formule quaquaraqquaquà che preludono a un' altra tragedia.
Sicura. Forse definitiva, o quasi.

Mario Giordano

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Commenti all'articolo

  • buonavolonta

    14 Novembre 2015 - 11:11

    la naja obbligatoria non c'è più ....oggi alla fermata del bus osservavo un gruppo di ragazzi avevano i pantaloni all'altezza dei ginocchi avevano diligentemente femmine o maschi esposte le mutande dietro erano tutti con i telefonini ipnotizzati nessuno parlava con l'altro mi sono sentito triste pensavo al '68 ..mi hanno preso per il cxxxlo volevamo volare alti ora strisciano

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  • capitanuncino

    14 Novembre 2015 - 09:09

    Se non sono imbecilli non li eleggiamo.Aspettamdo Roma.

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  • Leonardo Caroti

    26 Agosto 2015 - 00:12

    Per non parlare della nostra sciagurata classe politica ceca e sorda di fronte all'evidente invasione sia fisica che culturale, mi ricorda lo stesso identico atteggiamento dell'Europa e della Società delle Nazioni di fronte al dilagare del Nazismo alla fine degli anni "30: stessa immobilità, codardia, supponenza di tanti stolti i quali ritengono impossibile il ripetersi del disastro.

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  • Leonardo Caroti

    26 Agosto 2015 - 00:12

    Italiani: pasciuti, senza "fame", molti, senza nemmeno l' impegno di un lavoro causa forza magg. o più semplicemente perché vagabondi. Preoccupazioni solo per sport, scampagnate, bici o qualunque altra altra attività ricreativa; Lei Giordano pensa che un popolo composto per la maggior parte da gente di questa forza per non parlare dei tanti pescecani che nel torbido ci sguazzano, voglia capire?

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